Da Di Maio a Conte e Calenda: i voltafaccia della campagna elettorale

Stefano Iannaccone
05/08/2022

Di Maio nemico giurato del Pd prima ci ha governato e ora potrebbe correre nelle sue liste. E per il 'fratello' Dibba adesso è solo un arrivista. Calenda allergico ai cartelli elettorali ci si è tuffato dentro. Con Carfagna che gli aveva dato del «viziato e del cafone». Un ripasso delle giravolte più clamorose.

Da Di Maio a Conte e Calenda: i voltafaccia della campagna elettorale

Chissà cosa pensa Luigi Di Maio quando davanti agli occhi passano le immagini del suo ormai leggendario video: «Io con il partito di Bibbiano non voglio averci nulla a che fare. Il partito che in Emilia-Romagna toglieva i bambini alle famiglie con l’elettroshock per venderli». Tra le tante giravolte questa è, probabilmente, la pietra miliare, una di quelle finite nel pantheon della storia politica, come quando Silvio Berlusconi e Gianfranco Fini promisero di non voler prendere «nemmeno più un caffè» con Umberto Bossi. Invece si sono alleati e hanno governato insieme per altri anni. Il vizio è, insomma, antico quanto la politica. Solo che, negli ultimi tempi caratterizzati dalla velocità dei social, si sono moltiplicati gli esempi delle parole rimangiate alla velocità della luce. Proprio come nel caso dell’allora capo politico del Movimento 5 stelle che si alleò con “il partito di Bibbiano” circa un mese e mezzo dopo. E oggi potrebbe essere ospitato nelle liste del Pd attraverso il diritto di tribuna.

Da Di Maio a Conte e Calenda: i voltafaccia della campagna elettorale
Luigi Di Maio (da Fb).

Conte e la maledizione della Prima Repubblica

Non fu da meno, comunque, Giuseppe Conte, all’epoca presidente del Consiglio del governo gialloverde, che addirittura invitava i giornalisti a «volare alto», evitando retroscena su possibili cambi di maggioranza. «Che io possa andare in Parlamento a cercare maggioranze alternative è pura fantasia», diceva l’avvocato di Volturara Appula, sdegnato di fronte alle maliziose insinuazioni a mezzo stampa. E ancora: «Non facciamo i peggiori ragionamenti della prima Repubblica. Restituiamo alla politica la sua nobiltà e la sua nobile vocazione», teorizzava, aulico, il premier. Da lì a poche settimane, è cambiata la maggioranza, in pieno stile Prima Repubblica. Con Conte saldamente a Palazzo Chigi, alla guida di un’alleanza giallorossa.

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Giuseppe Conte (da Fb).

Di Maio e Di Battista, fratelli e coltelli

Nel M5s si può pescare a piene mani, quando si parla di repentini cambi di opinione. «Il MoVimento non si siederà mai al tavolo con Renzi e/o Boschi», scriveva Alfonso Bonafede, sul blog delle stelle, il 19 agosto 2019, pochi giorni prima di stipulare l’alleanza con il Partito democratico, in cui c’erano ancora Renzi e Boschi. Ma il grande protagonista della “Nuovo Cinema Giravolte” resta, nel bene e nel male, Di Maio, al centro di un altro caso di capriola da oro olimpico. Era il gennaio del 2019, in piena campagna elettorale per le Europee, quando Alessandro Di Battista, cantore della coerenza a tutti i costi, era al suo fianco al volante di un’auto, esordendo con un «io mi fido di Luigi, anche alla guida», con uno scambio di battute amichevoli tra i due, come compagni in gita. Tre anni e mezzo dopo, invece, il giudizio è agli antipodi: «Se lo conosci, lo eviti», dice Dibba, definendo l’ex amico un «arrivista». I dioscuri del grillismo finiti a insultarsi come nella peggiore sceneggiata.

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Calenda e l’allergia ai cartelli elettorali

Più di recente, invece, uno dei grandi protagonisti delle piroette è diventato Carlo Calenda, leader di Azione. «Non c’è alcuna intenzione di entrare in cartelli elettorali che vanno dall’estrema sinistra a Di Maio (sempre lui, ndr)». «Questi cartelli sono garanzia di ingovernabilità», scandiva con i soliti toni ultimativi. Era il 22 luglio, 10 giorni prima dell’accordo stipulato con il segretario del Pd, Enrico Letta. Poche ore prima aveva postato sui social il consiglio-ordine della moglie Viola: «Amore visto che tu stai lì a perdere tempo con il Pd e io sono in una call, vai a fare tu la spesa». «Come ritornare subito con i piedi per terra», aveva aggiunto lui con tanto di cuoricino. Calenda poi non ha battuto ciglio sulla presenza in coalizione di Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni, anche se probamente l’alleanza Sinistra-Verdi toglierà il disturbo. Ma quando il patto è stato sottoscritto c’erano tutti. Tanto che oggi Conte – proprio lui – lo ha deriso sui canali social in una gara a chi fa più capriole.

Da Di Maio a Conte e Calenda: i voltafaccia della campagna elettorale
Carlo Calenda (da Fb).

Di Maio ora con Tabacci è lo stesso dell’impeachment a Mattarella

I rapporti ondivaghi dell’ex ministro dello Sviluppo economico hanno inevitabilmente coinvolto un altro leader dal carattere vulcanico: Matteo Renzi. A novembre Calenda provava «orrore» per i progetti centristi dell’ex Rottamatore, che in materia di parole rimangiate non teme rivali: è scolpito nella pietra l’impegno a lasciare la politica in caso di bocciatura del referendum costituzionale. Con questi trascorsi, insomma, non c’è da meravigliarsi. Così, solo pochi giorni fa, i due si sono incontrati per provare a costruire il terzo polo, l’orrido progetto centrista etichettato in altro modo, saltato solo per l’intesa raggiunta tra Azione e Pd. Dalla liaison si è passati alla guerriglia. Più indietro nel tempo, invece, l’obiettivo calendiano era Mara Carfagna, poi accolta con il suono delle fanfare nella sua Azione: «Non ho il piacere di conoscerLa. Immagino che lei sia una politica capace e resiliente dopo 20 anni di Cosentino e Berlusconi», disse dell’attuale ministra, che replicò dandogli del «viziato e del cafone». Ora Carfagna lo indica come il leader dell’unico partito liberale. Il vento, insomma, cambia velocemente. Basti pensare che sempre Di Maio pochi giorni fa presentava una lista con Bruno Tabacci e a inizio legislatura invocava l’impeachment per il Capo dello Stato, Sergio Mattarella.