L’utile uzbeko

Stefano Grazioli
29/10/2021

La crisi afghana e l'ombra del terrorisimo hanno riportato Tashkent al centro del delicato puzzle centro-asiatico. Corteggiato dall'alleato russo e dalle cancellerie occidentali, il presidente Mirziyoyev può giocare su più tavoli massimizzando i vantaggi.

L’utile uzbeko

Vladimir Putin si è congratulato con lui ancora prima che la commissione elettorale rendesse noto il risultato delle elezioni. E già questo basterebbe per far capire quanto Shavkat Mirziyoyev sia caro al Cremlino e quanto il vecchio e nuovo capo di Stato uzbeko abbia il Paese saldo nelle sue mani. Le elezioni di domenica scorsa l’hanno confermato con oltre l’80 per cento delle preferenze nel solito esercizio plebiscitario tipico delle pseudo democrazie centro-asiatiche eredi dell’Unione Sovietica. Un risultato scontato, all‘insegna della continuità e soprattutto della stabilità: Mirziyoyev ha fatto il pieno di voti come era previsto alla vigilia, con gli altri candidati nel ruolo di spettatori.

L’ascesa del presidente uzbeko Shavkat Mirziyoyev

L’Uzbekistan è una democrazia più di nome che di fatto e il presidente il padre padrone di un Paese che tra quelli dell’Asia centrale, insieme al Kazakistan, è comunque tra i più ricchi grazie all’export di materie prime, soprattutto gas e cotone. Mirziyoyev, premier per oltre 10 anni a partire dal 2003, è al secondo mandato, dopo che nel 2016, aveva sostituito Islam Karimov, lo storico presidente in carica dal 1991, cioè dall’anno dell’indipendenza di Tashkent da Mosca. Con lui aveva retto in tandem il Paese, passato dall’euforia del distacco dalla madre Russia all’avvicinamento agli Stati Uniti all’inizio degli anni 2000 in concomitanza con la guerra al terrorismo in Afghanistan che passava anche per le basi uzbeke concesse agli Usa. Poi arrivarono le proteste interne represse con violenza e il massacro di Andijon nel 2005 con circa 500 morti aveva spinto di nuovo Tashkent tra le braccia russe, dove in sostanza è rimasta fino a ora. Alla morte di Karimov nel 2016, dopo che la figlia Gulnara che per qualche tempo aveva aspirato alla successione era stata scartata tra faide familiari, il potere è passato a Mirziyoyev.

il ruolo dell'Uzbekistan tra ocidente e russia
Vladimir Putin e Shavkat Mirziyoyev (Getty Images).

Tashkent e la partita afghana

Per gli elettori uzbeki quella di domenica scorsa è stata insomma una scelta obbligata, dettata da un sistema che sta in piedi da 30 anni e poco lascia al caso. L’ex braccio destro di Karimov, classe 1957 e ingegnere di formazione, rimane quindi alla guida di una nazione che pur non essendo un esempio di fulgida democrazia è ritornata all’attenzione anche dell’Occidente, non tanto come bersaglio di critiche o sanzioni, quanto come importante tassello nel puzzle centroasiatico dopo il ritorno dei talebani in Afghanistan. In passato l’Uzbekistan è stato teatro di conflitti interni e nei Paesi limitrofi, Tagikistan e Afghanistan, dove protagonisti erano gruppi terroristici islamici, primo di tutti l’Imu, il movimento islamico dell’Uzbekistan di Juma Namangani. La fuga occidentale da Kabul unita al ricostituirsi di frange radicali legate allo Stato islamico è motivo di preoccupazione per il presidente che se da un lato nelle scorse settimane ha ottenuto l’appoggio economico e militare di Putin, dall’altro è stato corteggiato dalle cancelliere occidentali che hanno dovuto sfruttare le basi uzbeke per coordinare il ritiro dall’Afghanistan. Non solo: gli Stati Uniti per la loro strategia antiterrorismo sono sempre alla ricerca di punti d’appoggio al di fuori dell’Afghanistan e se con il Pakistan l’accordo sembra fatto, l’Uzbekistan è ancora da convincere.

il ruolo dell'uzbekistan nello scenario centro asiatico
Putin, il premier pakistano Imran Khan, Xi Jinping, l’uzbeko Shavkat Mirziyoyev, l’iraniano Hassan Rouhani, e il kirghizo Sooronbai Jeenbekov al summit Sco (Getty Images).

Mirziyoyev, un giocatore su più tavoli

Mirziyoyev predilige per ovvie ragioni al collaborazione con Putin e la Russia che ha tutto l’interesse a evitare infiltrazioni in quello che considera ancora il proprio giardino di casa. E per Mosca è l’alleato che puntella la solidità uzbeka, interna ed esterna. Ma gli equilibri centroasiatici possono cambiare in fretta, legati anche agli incentivi economici, basta vedere il caso della Cina che si è appena accordata con il Tagikistan per la costruzione di una nuova base militare nella minuscola repubblica ex sovietica, suscitando i malumori russi. Nella più classica tradizione del primo Karimov, quello che negli Anni 90 aveva aperto le porte al programma della Nato Partership for peace, cercando sempre di portare acqua al proprio mulino e facendo entrare in concorrenza Stati Uniti e Russia, Shavkat Mirziyoyev si trova ora nella comoda posizione di poter condurre la sua politica multi-vettoriale massimizzando i vantaggi.