Campo minato

Redazione
14/10/2021

Dopo la stretta di Pechino sui Bitcoin, gli Stati Uniti sono diventati il primo Paese al mondo per l'estrazione della criptovaluta. Un primato che per Biden, impegnato nella lotta al cambiamento climatico, può rappresentare un problema.

Campo minato

Gli Stati Uniti hanno superato la Cina e sono diventati il primo Paese al mondo per l’estrazione di Bitcoin. A renderlo noto, una ricerca dell’Università di Cambridge pubblicata oggi dalle principali testate internazionali. Negli ultimi mesi il governo di Pechino ha vietato tutte le transazioni con criptovaluta nel Paese, costringendo i minatori a chiudere bottega e trasferirsi all’estero: per questo, il “tasso hash” cinese – la quota dei computer collegati alla rete Bitcoin globale – è sceso, da maggio a luglio, dal 44 per cento a zero, mentre nel 2019 era addirittura del 79 per cento. Questo, se ha decapitato il settore nel Paese asiatico, lo ha però fatto fiorire altrove, soprattutto in Nord America e Asia centrale: al momento, gli Usa guidano l’estrazione globale della criptovaluta con un tasso hash del 34,5 per cento, seguiti da Kazakistan e Russia.

LEGGI ANCHE: El Salvador adotta i Bitcoin come valuta legale

Come si estraggono i Bitcoin

I Bitcoin si creano, o meglio vengono estratti, da computer ad alta potenza, di solito concentrati in data center in diverse parti del mondo. Per l’estrazione sono necessari complessi calcoli matematici e un enorme dispendio di energia. L’espansione dell’industria negli Stati Uniti e l’utilizzo intensivo di elettricità potrebbero quindi rappresentare un problema politico non da poco per il presidente Joe Biden, visto il suo impegno deciso nella lotta al cambiamento climatico e l’avvicinarsi del meeting delle Nazioni Unite sul clima Cop26, che si terrà a Glasgow a novembre.

Come procede l’estrazione di Bitcoin in altri Paesi

In Russia, i bassi costi energetici e il clima fresco hanno consentito ad alcune aziende che utilizzano l’elettricità in eccesso di beneficiare dell’aumento dei prezzi dei Bitcoin, anche se nel Paese crescono le preoccupazioni per l’aumento delle estrazioni illegali. In una lettera mandata al governo a fine di settembre, il governatore della regione russa di Irkutsk, Igor Kobzev, ha denunciato una «crescita esponenziale» delle tariffe energetiche, puntando il dito soprattutto contro l’estrazione sotterranea di criptovalute. «La situazione è ulteriormente aggravata dal divieto di estrazione mineraria imposto dalle autorità cinesi e dal trasferimento di una quantità significativa di attrezzature nella regione di Irkutsk», ha scritto Kobzev. Le autorità di altri Paesi, invece, sono più tolleranti – se non addirittura favorevoli – all’estrazione di Bitcoin. In Kazakistan, per esempio, le banche possono già autorizzare gli acquisti con criptovalute.

LEGGI ANCHE: Il fascino dell’estrema destra mondiale per le criptovalute

In Cina, al momento, le opinioni degli operatori sono contrastanti: «Il nostro obiettivo attuale è accelerare la costruzione di miniere in Nord America ed Europa», ha detto a Reuters un rappresentante del produttore di piattaforme minerarie Ebang International Holdings. Altri, invece, assistono sconsolati all’evoluzione del settore:«Oggi la situazione è terribile», ha detto Mao Shihang, fondatore di F2Pool, un tempo il più grande pool di mining bitcoin del mondo. «La Cina sta perdendo la sua quota di potenza di calcolo, il centro di gravità del settore si sta spostando negli Stati Uniti», ha aggiunto.