Il mulo di Berlino

Stefano Grazioli
27/01/2022

Nonostante il pressing degli Usa e di alcuni alleati Nato, la Germania resiste ai falchi che spingono per una rottura con la Russia indipendentemente dall'esito delle trattative sull'Ucraina. In ballo non ci sono solo interessi economici e il gas di Mosca. Ma anche la sfiducia nei confronti di Washington.

Il mulo di Berlino

Continua il lavoro della diplomazia per evitare l‘escalation in Ucraina e dopo l‘incontro martedì a Berlino tra il cancelliere tedesco Olaf Scholz e il presidente francese Emmanuel Macron, a Parigi mercoledì sono ricominciate le trattative nel cosiddetto formato normanno, cioè con la presenza, oltre a Francia e Germania, anche di Russia e Ucraina. L’ultima volta, proprio a Parigi nel dicembre del 2019, si erano incontrati Macron, Angela Merkel, Vladimir Putin e il neo eletto presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Il rilancio del processo di pace era però finito nel vuoto e nell’ultimo anno con la maggiore pressione militare russa ai confini ucraini lo stallo era continuato.

La Germania colomba della Nato sulla questione Ucraina
Olaf Scholz con Emmanuel Macron prima del meeting a Berlino il 25 gennaio 2022 (Getty Images).

Il pressing dei falchi Nato su Berlino

Ora con il rischio di un allargamento del conflitto dietro l’angolo si ritorna a dialogare. Gli Usa ieri hanno consegnato le risposte scritte alle richieste di garanzia del Cremlino al ministero degli Esteri russo, mettendo in chiaro che il veto sull’ingresso dell’Ucraina nella Nato resta irricevibile. Per il resto il documento resterà segreto. A spingere per un compromesso che eviti una guerra su larga scala è in primo luogo la Germania, che ha con la Russia rapporti economici e commerciali privilegiati, a partire da quelli energetici. Non è quindi una sorpresa che da un lato Berlino sia in prima fila tra coloro che seguono un approccio pragmatico con Mosca e dall’altro sia sotto pressione da parte degli alleati occidentali perché si allinei alle posizioni dei falchi, dagli Stati Uniti alla Gran Bretagna, passando per la Polonia e i Paesi baltici.

Tensione in Ucraina: la Germania frena i falchi della Nato
Il presidente ucraino Volodymyr Zelensky con il segretario di Stato Usa Antony Blinken (Getty Images).

In Ucraina si sgonfia l’ipotesi di un’occupazione russa

L’unità di Unione europea e Nato resta dunque di facciata. È vero che si sta lavorando a un possibile piano di sanzioni mirate contro la Russia, ma le divisioni tra chi vorrebbe la mano pesante e chi invece il guanto di velluto sono evidenti. Le colombe sono guidate appunto dalla Germania che rimane ferma nel non voler inviare a Kiev armi e forniture militari. Nella Capitale ucraina, dove i malumori nei confronti di Berlino sono palpabili, paradossalmente la possibilità di una invasione imminente si sta sgonfiando: il pericolo di incursioni russe è costante e sempre attuale, certo, ma quello di un’occupazione russa no. Mercoledì il ministro degli Esteri ucraino Dymtro Kuleba ha ribadito il pensiero già espresso da Zelensky e da vari esponenti del Consiglio di sicurezza. «Il numero di truppe russe ammassate lungo il confine dell’Ucraina e dei territori occupati è grande, rappresenta una minaccia diretta per l’Ucraina», ha spiegato Kuleba ai giornalisti. «Tuttavia, al momento, mentre parliamo, questo numero è insufficiente per un’offensiva su vasta scala lungo l’intero confine».

Perché la Germania resta una colomba

La campagna propagandistica, mediatica e politica, attuata in Occidente secondo uno schema ben preciso già visto in altre occasioni – dalla guerra in Georgia nel 2008 alla rivoluzione di Euromaidan del 2014 – insiste sul tema delle sanzioni nei confronti di Mosca ignorando la ricerca del possibile compromesso e dà per scontato lo scoppio della guerra, ora già posticipata a dopo le Olimpiadi di Pechino. E ha come primo obiettivo riportare la Germania a fianco degli Usa rompendo definitivamente l’asse con Mosca. Una missione tutt’altro che semplice. Gli ostacoli non sono rappresentati solo dal dossier Nord Stream con i tedeschi che non possono fare a meno del gas russo, dalle quasi 5000 imprese tedesche presenti in Russia e da uno scambio commerciale che nonostante le sanzioni negli ultimi otto anni è rimasto solido. La resistenza tedesca ad alzare il confronto con Mosca ha prima di tutto a che fare con gli interessi nazionali reciproci, ma ha origine anche dalla sfiducia crescente che negli ultimi anni Berlino ha accumulato nei confronti di Washington.

Ucraina: la Germania frena i falchi della Nato e gli Usa contro Mosca
Il cancelliere tedesco Olaf Scholz (Getty Images).

Le tappe dell’allontanamento di Berlino da Washington

La Germania, sempre più transatlantica che europeista, ha però visto gli Stati Uniti inventarsi una guerra nel 2004 in Iraq, con le false prove presentate addirittura alle Nazioni Unite; è rimasta perplessa di fronte alle operazioni unilaterali della Nato in Libia; si è ritrovata con la cancelliera Merkel spiata per anni dalla Nsa e ha visto arrivare alla Casa Bianca Donald Trump, a cui potrebbe riuscire tra un paio d’anni il ritorno. Per ultimo ha dovuto partecipare al disastro dell’uscita dall’Afghanistan dopo 20 anni di guerra targata Usa-Nato. Insomma, il legame tra Berlino e Washington si è raffreddato progressivamente e l’arrivo di Joe Biden non ha cambiato le cose. Per far rientrare Berlino nei ranghi ci vorrebbe quindi la guerra aperta della Russia in Ucraina, dopo che otto anni di conflitto sottotraccia non hanno cambiato sostanzialmente alcun equilibrio. Rimane il dubbio su ciò che farà Putin, se cioè deciderà di provocare o replicare alle provocazioni, oppure se cercherà un compromesso una volta che Biden alla fine di questa settimana risponderà per iscritto alla domanda sullo stop dell’allargamento a Est della Nato: un compromesso di cui tutti potranno dirsi soddisfatti, tranne naturalmente gli ucraini, il cui destino continuerà a essere determinato tra Mosca e Washington.