Grozny Park

Stefano Grazioli
08/02/2022

Oltre alla Wagner, già presente nel Donbass, la Russia schiera ai confini con l'Ucraina i pretoriani ceceni di Kadyrov. Kiev risponde con i battaglioni irregolari dell'estremista di destra Yarosh. Presenze più utili alla propaganda che alla guerra, se ci sarà, vera e propria.

Grozny Park

Tutto, o quasi, è pronto per l‘invasione: ci sarà? Nessuno lo sa, forse nemmeno Vladimir Putin, colui che dovrebbe dare l’ordine di assalto guidato in regia dal generale Valery Gerassimov. La diplomazia è sempre al lavoro, i toni ufficiali, quelli della politica, sino sono abbassati e la porta per il dialogo è ancora aperta.

La Russia schiera i pretoriani di Kadyrov e la Wagner, l’Ucraina Dmitry Yarosh 

Quella che continua è la propaganda, che fa il gioco dei falchi da entrambe le parti e, soprattutto sul versante occidentale, rafforza la pressione dell’opinione pubblica internazionale sulla Germania che continua a stare nella sostanza poco allineata con chi chiede il blocco di Nord Stream e sanzioni pesanti contro la Russia. In questa ottica da infowar si devono leggere le rappresentazioni che in mezza Europa si danno dell’imminente invasione russa, anche se così imminente non pare più, a detta anche della Casa Bianca. Lo scenario dipinto da una parte è quello di una Russia che ha messo in campo tutta la sua potenza di terra e di mare per un’operazione che porterebbe i tank a Kiev e 50 mila morti in tutto il Paese. Tra le forze in campo schierate da Putin anche i pretoriani di Ramsan Kadyrov, il governatore della Cecenia, noto per essere uno che con va troppo per il sottile con i suoi avversari politici, e ovviamente i mercenari della compagnia privata Wagner, che dall’Africa sarebbero ora stati dislocati in grande quantità a ridosso del Donbass. Dall’altra si racconta che la giunta di Kiev eterodiretta dagli Usa minaccia il popolo russofono con i battaglioni irregolari coordinati da quella vecchia conoscenza di Euromaidan, il leader di Pravy Sektor (Settore di destra) Dmitry Yarosh.

Infowar ucraina: i ceceni con la russia, i battaglioni di Yarosh con l'Ucraina
L’estremista di destra ucraino Dmytri Yarosh (Getty Images).

I ceceni sul fronte ucraino servono più alla propaganda che ad altro

La realtà è che al di là delle esagerazioni mediatiche al netto della disinformazione, qualcosa di vero c’è: e se da un alto a Kiev le decisioni sul campo del presidente Voldymyr Zelensky, come quelle del suo predecessore Petro Poroshenko, dipendono soprattutto dai venti che tirano a Washington e Yarosh è davvero un estremista di destra che ora è consigliere del capo delle forze armate ucraine, dall’altro nella Guardia nazionale russa ci sono anche le unità inviate dalla Cecenia e i militari di Wagner, già presenti nel 2014 e operativi sul fronte ucraino. Che poi nessuno di questi sia veramente decisivo nelle operazioni militari è un altro paio di maniche, ma il quadro a tinte nere con i protagonisti brutti, sporchi e cattivi si vende sicuramente meglio.

La fama di Kadyrov, tra omicidi, violenze e repressioni

E c’è gente che come Yarosh e soprattutto Kadyrov, con il quale il primo non è certo paragonabile, ha fatto di tutto per guadagnarsi la fama che ha. Quella del governatore della Cecenia è legata alle brutali repressioni, fra torture e omicidi (anche illustri, Anna Politkovskaya a Boris Nemtsov), fuori e dentro la repubblica caucasica, dove Putin gli ha di fatto lasciato carta bianca da ormai tre lustri. Il Cremlino ha barattato la “normalizzazione” della Cecenia, dopo le due guerre del 1994-1996 e del 1999 iniziate sotto Boris Yeltsin, e il suo mantenimento all’interno della Federazione russa, con una sorta di extra territorialità fattuale per cui a Grozny Kadyrov può fare quello che vuole. Dopo l’assassinio di suo padre nel 2004, mufti prima indipendentista poi convertitosi al centralismo moscovita saltato in aria su una bomba postagli sotto il sedile dello stadio del capoluogo, Ramzan Kadyrov ha instaurato un regime di terrore che ha varcato i confini della Cecenia, sempre con il consenso, tacito e talvolta interessato, del presidente. A fine 2016, per esempio, lo stesso Kadyrov su Instagram dichiarò che i suoi uomini sarebbero stati felici di combattere l’Isis in Siria. Di più, lui stesso avrebbe voluto unirsi alla lotta: «Sarei felice e orgoglioso di andare immediatamente in Siria per combattere la feccia» su ordine del presidente Putin, disse aggiungendo: «Il nemico deve essere distrutto nella sua tana prima che i suoi tentacoli raggiungano la tua terra».

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Le forze speciali cecene (Getty Images).

I ceceni dal 2016 sono inquadrati nella guardia nazionale russa

Le squadre di Kadyrov, come quelle di Wagner, ma non solo, sono abituate a fare il lavoro sporco, che qualcuno, dappertutto, fa e deve fare. Nel 2014 i ceceni nel Donbass a fianco dei filorussi erano un paio di centinaia, ufficialmente volontari, e anche ora il numero è con ogni probabilità analogo, con l’inquadramento nella guardia nazionale che è stata costituita nel 2016 e che conta in tutto circa 340 mila uomini. Sono insomma una parte numericamente insignificante di tutto lo schieramento russo, ma a livello mediatico sovraesposta per i consueti giochi di propaganda. Per Putin Kadyrov è intoccabile e per Kadyrov Putin è la garanzia del suo potere, ma il ruolo di dei battaglioni ceceni sul fronte ucraino non è certo fondamentale, né per le azioni di disturbo e sabotaggio, né ovviamente per l’eventuale invasione.