Lo strappo di Pizzarotti rivela un Terzo Polo già burrascoso

Stefano Iannaccone
23/08/2022

L'addio dell'ex sindaco di Parma Pizzarotti fa capire che aria tira al centro: posti blindati per i fedelissimi, zero rinnovamento, scintille tra Calenda e Renzi. La porta in faccia ad Albertini, dopo un posto in lista promesso dalla Boschi, è un altro caso emblematico.

Lo strappo di Pizzarotti rivela un Terzo Polo già burrascoso

Il Terzo polo ha perso la terza gamba su cui muoversi. E il cammino si annuncia alquanto claudicante, con Matteo Renzi che fa una cosa, come la promessa di un posto in lista a Gabriele Albertini, e Carlo Calenda che dice di non sapere niente. Fino al 25 settembre la navigazione si annuncia burrascosa. In questo clima L’ex sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, ha detto addio al progetto, annunciando la rinuncia alla sua candidatura. Era appunto il terzo volto più noto, anche quello meno focoso. Nel Risiko della composizione delle liste, infatti, ha prevalso la necessità di salvaguardare gli uscenti, nel caso di Italia viva, e consentire la rielezione ai fuoriusciti da Forza Italia, per quanto riguarda Azione. I due partiti centristi, come già anticipato da Tag43, non hanno praticamente concesso spazio al rinnovamento. Troppi aspiranti candidati e troppo poco margine di manovra, ridotto peraltro dal taglio dei parlamentari.

Lo strappo di Pizzarotti rivela un Terzo Polo già burrascoso
Federico Pizzarotti. (Getty)

Le logiche della sopravvivenza, come sempre, hanno dominato

Le parole di Pizzarotti hanno confermato le indiscrezioni: «La scelta “conservativa” e poco coraggiosa è stata quella di “salvare l’attuale dirigenza” senza aprirsi a rappresentanti dei territori e di persone che potessero far crescere questo nuovo soggetto». Dietro l’affondo si legge in filigrana una realtà: l’ex sindaco di Parma, promotore della Lista civica nazionale, era stato relegato a un posto ancillare con poche chance di mettere piede in parlamento. Secondo la sua versione, aveva solo chiesto di «essere messo nelle condizioni di poter gareggiare seriamente», senza blindature. Invece, niente. Le logiche della sopravvivenza hanno dominato, lasciando sullo sfondo il sempiterno discorso sull’apertura al civismo, all’esperienza dei sindaci e degli amministratori locali. Ne sa qualcosa Alessio Pascucci, ex sindaco di Cerveteri e all’epoca co-fondatore di Italia in Comune con Pizzarotti, che invece ha rotto il patto con Impegno civico di Luigi Di Maio e Bruno Tabacci. La storia è la stessa: al momento della decisione, ognuno ha pensato ai fedelissimi.

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Mara Mucci con Carlo Calenda.

Per Mara Mucci, volto storico di Azione, zero chance di elezione

Tornando al Terzo polo, una indiretta conferma della situazione arriva dal silenzio di Calenda, solitamente solerte a bacchettare a mezzo social chi osa polemizzare con lui. La vicenda Pizzarotti è scivolata senza nemmeno un post su Facebook o un cinguettio su Twitter. «Difficile trovare una risposta efficace», è la tesi che circola nell’ambito dell’alleanza centrista. Ma che la quadra fosse difficile da trovare, era emerso già nelle ore precedenti, con alcune decisioni sorprendenti, come quella sulla candidatura di Mara Mucci, ex deputata ed entrata in Azione fin dalla nascita del partito. A lei è stato riservato il collegio uninominale di Imola. Quindi con zero chance di tornare a Montecitorio, nonostante il buon risultato ottenuto alle Regionali in Emilia-Romagna.

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Gabriele Albertini con Silvio Berlusconi. (Getty)

La vicenda Albertini e le difficoltà di coordinamento

Giusto qualche ora prima, l’ex sindaco di Milano, Gabriele Albertini, aveva lamentato la sua mancata candidatura, che nelle settimane scorse sembrava molto probabile. Attirando in questo caso l’immediata reazione di Calenda: «Non vedo Albertini dall’epoca di Scelta civica, direi quasi 10 anni». Aggiungendo: «Ha chiesto un posto con un messaggio». E qui è stato Albertini a mettere il dito nella piaga: «Il posto era stato offerto da Maria Elena Boschi». Una vicenda che porta al punto di partenza: la difficoltà di due profili così vulcanici, Renzi e Calenda, di comunicare e coordinare i lavori tra di loro. «La verità è che ogni tensione è stata celata dalla necessità di compilare le liste. Dall’inizio della campagna elettorale si faranno i veri conti», prevede una fonte interna, che ambiva a una candidatura migliore rispetto a quella che è stata offerta. Così gli stessi leader devono fare i conti con i mal di pancia di chi li ha seguiti. Renzi e Calenda si sono preoccupati di fornire garanzia ai big, non certo alle seconde linee sacrificate sull’altare del pragmatismo. In questo i due leader si sono ritrovati sulla stessa barca.