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Una stagione dietro il bancone di un bar a Portofino. Tra vip, ragazzetti rincoglioniti, ricordi di infanzia. Articoli su Dell'Utri e Berlusconi. E fidanzate estive che tornano a casa con l'ultimo volo Alitalia.

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LUGLIO. Osservo da dietro il banco la frenetica attività dei camerieri, li vedo schizzare a vuoto con la loro divisa, bermuda blu, polo bianca e scarpe da barca. Sono stato categorico con Maurizio, «io la divisa non la metto», e alla fine siamo solo in due a non portarla in tutto il locale, io e lui.

Faccio il barman, sono un artista, preparo i cocktail migliori della riviera, col cazzo che mi metti allo stesso piano dei camerieri, falla portare a loro la divisa. Così me ne sto qui, a miscelare mojito e moscow mule e banana daiquiri abbronzatissimo con la mia t-shirt bucata con sopra scritto LA HAINE e lo sguardo strafottente di chi ne sa di più, o almeno è quello che vorrebbe far credere. Ho imparato a fare il barman durante l’ultimo anno di liceo, pochi mesi dopo dal crollo del grattacielo e il conseguente fallimento dell’azienda di famiglia, creata da mio nonno negli Anni 50. Ho iniziato lavorando come cameriere prendendo servizio da Lalla Jucker, moglie di Mimmino e mamma di Ruggero, detto Poppy, che successivamente diverrà tristemente famoso per un efferato fatto di cronaca su cui ora preferirei non soffermarmi.

Ho servito da bere a Kate Moss, Mick Jagger e a membri della famiglia reale. Iniziavo alle quattro del pomeriggio e finivo alle due di notte sette giorni su sette. Ricordo quel periodo come terribile e sublime al tempo stesso

Fatto sta che verso la fine degli Anni 90 “Lalla Jucker” era il marchio di catering più famoso di Milano, rimbalzando di salotto in salotto il suo nome era diventato nelle case dell’alta società meneghina quasi uno status symbol e in breve tempo per avere la certezza di averlo bisognava telefonare con molti mesi d’anticipo. Oltre alla squisitezza dei suoi cibi la Lalla diventò famosa anche perché ebbe l’idea geniale di diversificarsi dai catering normali, che arruolavano camerieri in affitto, coinvolgendo per il servizio i ragazzi e le ragazze più eleganti della città, provenienti dalle famiglie più in vista della borghesia e dell’aristocrazia milanese. Il grembiule nero della Lalla ce lo siamo messi tutti, noi ragazzi di buona famiglia, in quegli anni. Lavoravamo e ci divertivamo e poi alle cene e agli eventi si incontravano tutti gli amici di mamma e papà, tanto il giro era sempre pressapoco quello. Poi sono partito per l’Inghilterra e al Cipriani di Londra, a Mayfair, ho cominciato a stare dietro al bancone. Ho servito da bere a Kate Moss, Mick Jagger e a membri della famiglia reale. Iniziavo alle quattro del pomeriggio e finivo alle due di notte sette giorni su sette. Ricordo quel periodo come terribile e sublime al tempo stesso. Grazie a quei nove mesi oggi posso permettermi di dettare le condizioni nei posti dove lavoro.

Quattro mesi a Portofino d’estate, quattro mesi a Crans-Montana d’inverno. Dietro al bancone del bar fa un caldo porco, non ricordo un caldo così dal 2003, o forse era il 2007, comunque si muore, è venerdì sera e Maurizio non c’è, dovrebbe essere a Cuernavaca, in Messico, o forse a Miami, non lo so. Resta il fatto che il bar è tutto sulle mie spalle e questi quattro coglioncelli in bermuda blu e polo bianca con le scarpe da barca non hanno nemmeno la minima idea di cosa voglia dire servire ai tavoli perché stanno facendo un casino che metà basta questa sera e io sono esaurito come mai. «Vittorio! Ci sono i Martini qui!» urlo all’ebete con cui mi tocca lavorare, «Marghe, son pronti i finger food!», ribadisco alla biondina con due tette da urlo che abbiamo assunto per la stagione estiva. «Svegliatevi, cristo!», grido esasperato. Le pause non durano mai troppo da queste parti, perché siamo a Portofino un venerdì sera di luglio e lavoriamo alla Gritta, uno dei bar più famosi della riviera, e stasera il locale è imballato come non ricordo da mesi e Maurizio non c’è, sì lo so questo l’ho già detto, ma lo ripeto, perché la cosa mi fa veramente incazzare. Io dico ok, vuoi andare in Messico o a Miami o dove cazzo ti pare ma lasciami uno staff adeguato dio cristo, non quattro cretini che non sanno nemmeno allacciarsi le scarpe. «Marta, muovi il culo!».

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Mi guardo intorno, i tavolini lungo la Calata sono zeppi, la chiatta è così piena di gente che in certi momenti ho paura che affondi e in più c’è uno stronzo biondino di Milano che mangia sushi al quale aprirei volentieri il cranio con un’ascia se ne avessi una a portata di mano, che non la smette di fissarmi. Stasera ai tavoli fuori per esempio abbiamo Tronchetti Provera, Guido Falck, che tra l’altro era mio compagno di classe ai tempi della scuola svizzera, più Madonna con quei due stilisti che odio, che per il prossimo mese hanno aperto un Pop Up Store in piazzetta e domani organizzano quello che la stampa ha già definito “il party dell’anno” su al Castello Brown. Poi c’è Lapo Elkann, a piedi nudi e vestito come un pagliaccio, con la sua nuova fidanzata portoghese con la quale pare si sposerà a ottobre. «Vittorio, bello, mi serve della menta, in fretta, vai giù a prendermela, e per favore, togliti quel sorriso idiota dalla faccia, sembri un deficiente». Vittorio ondeggia, sudato, non risponde ed esegue.

Ieri ho dovuto rimandarlo a casa, a Rapallo, a cambiarsi, perché aveva la polo sporca di Campari. Marta non la reggo, sembra sempre sotto effetto di psicofarmaci. L’unica che riesco ancora a sopportare è questa Margherita, un po’ perché è nuova e un po’ perché ha queste due pere che mi mandano fuori di testa. A Francesca, 20enne palazzinara alternativa milanese che gioca a fare la cameriera per ribellione poi, taglierei volentieri la gola. Poi entra Elisa, cinguetta «Cia-ao Andre» e mi schiocca un fragoroso bacio sulla guancia appoggiandosi su uno chicchissimo bastone in avorio. «Ehi, tesoro», dico io. «Come va la gamba?». «Meglio Andre, molto meglio», «cosa bevi tesoro?». «Uno dei tuoi favolosi Martini, ovvio! Ehi, ma quella è Madonna?». «Sì tesoro è lei, gin o vodka?». Elisa è una mia vecchia amica di Milano, fa la fotografa ed è fidanzata con un artista concettuale molto più vecchio di lei che quest’inverno ha esposto a Parigi, Berlino e New York. Lei invece ad aprile a Gstaad ha avuto un terribile incidente sugli sci che l’ha resa quasi zoppa. Ora vive a Zoagli, in villa dai suoi, e sta cercando di capire cosa fare da grande. «Hai 33 anni bella», penso io tutte le volte che la incrocio, «dovresti già averlo capito da un pezzo». In ogni modo la serata tutto sommato procede e io vorrei solo sfondare il cranio a quel biondino del sushi, che se non erro si chiama Guido e conduce un paio di programmi sportivi su Canale5 e viene purtroppo qui a Portofino da anni. Così ad un certo punto non resisto e gli urlo: «Cazzo guardi?».

A me della Balti e dei suoi chili proprio non me ne frega un cazzo. Alla fine non me ne frega un cazzo nemmeno di Marcellina, con la quale sto uscendo da un paio di settimane e che ho conosciuto il mese scorso in piazzetta

In quel momento sono doppiato da Ibra. Oggi a Paraggi, in spiaggia, il tema della giornata è stata la gravidanza di Bianca Balti, e la discussione sul suo corpo dopo il secondo figlio. Pare che la modella rivendichi con orgoglio i chili presi dopo il parto e Marcellina, seduta su uno sgabello di fronte a me continua a chiedermi se ingrasserà dopo la nascita di nostro figlio. Io a parte il fatto che non ci tengo proprio ad avere un figlio né tantomeno con lei non rispondo e alzo il volume dello stereo dove sta suonando il nuovo disco dei Badbadnotgood, che mi sembra assolutamente più ragguardevole di questi discorsi, che a me della Balti e dei suoi chili proprio non me ne frega un cazzo. Alla fine non me ne frega un cazzo nemmeno di Marcellina, con la quale sto uscendo da un paio di settimane e che ho conosciuto il mese scorso in piazzetta. Sarda e minuta, capelli cortissimi praticamente a zero e piena di tatuaggi, quasi come me, Marcella, che tutti però chiamano Marcellina, lavora da un mese per Louis Vuitton e rimarrà qui fino alla fine di agosto per lanciare il nuovo restyling della boutique. Con Marcellina ci siamo conosciuti fuori dalla Gritta alle due di notte. Cercava una cartina e un passaggio per il Covo, dove a suo dire c’era una festa strepitosa. Non trovò né la cartina né il passaggio, ma trovò me che riaprii il bar e che le feci bere una serie interminabile di vodka tonic fino alle sei del mattino. Da allora più o meno facciamo coppia fissa. A volte dormiamo insieme, a volte no. Ogni tanto mi chiedo che cazzo se ne fa di un amore estivo con uno che lavora tutte le sere fino alle due di notte e che non ha nemmeno il tempo di portarla in giro a divertirsi. Ma lei ripete che non le interessa e che tanto lei la macchina ce l’ha e può andare dove vuole e che la mia barca è stupenda e che faccio dei martini che sono dei capolavori. «Oltre ai vodka tonic», rispondo io, prima di baciarla e sorridere beffardo.

portofino e l'estate di un barman
Una panoramica di Portofino (Getty Images).

OTTOBRE.  «Un piccolo villaggio che si allarga come un arco di luna attorno a questo colmo bacino», così Guy de Maupassant descrisse Portofino. Ed è esattamente così che il borgo mi si propone questa mattina alla vista, appena sveglio in rada, a bordo del Saint-Just, lo splendido ketch di proprietà della famiglia Borromeo, dove mi è concesso abitare durante l’estate, in cambio di una cura solenne della barca, da più o meno un paio d’anni. I negozi sono chiusi, in piazzetta poche persone, tra “indigeni” e residenti part time di vecchia data. C’è qualche impalcatura sugli edifici e molti gabbiani che si impadroniscono delle barche e del piccolo molo, mentre il cielo è rischiarato da un sole talmente limpido che faccio fatica a tenere gli occhi aperti. Decido così di togliermi il pigiama, infilarmi un paio di jeans e un maglione di cashmere blu, saltare sul tender e andare a fare colazione a terra, anche perché in barca ho finito il caffè da due giorni. Scendo così al Bar Mariuccia, mi fermo in edicola a comperare il Foglio e dopo aver ordinato un espresso, una brioche vuota e una spremuta d’arancia, mi perdo nella lettura di una lunga intervista che campeggia in prima pagina di Salvatore Merlo a Marcello Dell’Utri, dal titolo “I diari di Marcello”.

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Ogni qual volta il nome di Dell’Utri mi si para davanti ho accenni di nausea e ancora oggi, a distanza di anni, una rabbia sorda si impadronisce di me senza che riesca a cacciarla via. Forse è anche per questo che non riesco mai a separarmi dal libro di Peter Gomez e Leo Sisti L’intoccabile. Berlusconi e Cosa Nostra (edizioni Kaos) sulla vita di Filippo Alberto Rapisarda, l’amico dei boss per cui Dell’Utri lavorò tra il 1977 e il 1982. Rapisarda è ormai morto da qualche anno. Molte volte ha promesso di “parlare”, altrettante si è tirato indietro. Si è lasciato andare in alcune interviste e davanti ai giudici, ultimi quelli del processo palermitano per mafia allo stesso Dell’Utri, ma poi ha sempre fatto marcia indietro. Anni fa disse di Dell’Utri: «Era un mio uomo, lavorava per me, a metà degli Anni 70. Poi mi ha tradito e se n’è andato a lavorare per un giovane palazzinaro, un certo Silvio Berlusconi». L’incontro tra i due avviene nel 1975, quando il finanziere è alla disperata ricerca di dieci miliardi necessari per ottenere l’assegnazione del concordato fallimentare Facchin & Gianni, una delle più antiche e celebri immobiliari di Milano, nonché l’azienda di famiglia. Mettere le mani su quella società è un grande affare: la Facchin & Gianni possiede un milione e 400 mila metri quadrati di terreni a Peschiera Borromeo, alle porte della metropoli, ideali per costruire una città satellite sul modello delle confinanti Milano San Felice e Milano 2.

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Per circa un anno e mezzo i loro rapporti erano stati di semplice conoscenza e inframmezzati da qualche passeggiata a cavallo sui terreni di Peschiera Borromeo, all’epoca di proprietà della mia famiglia. Perché in realtà pare che il duo Berlusconi-Dell’Utri fosse interessatissimo a quel milione di metri quadri di terreni ex Facchin & Gianni ai confini di Segrate. Anzi, secondo Rapisarda, Berlusconi si era già fatto avanti ancor prima di lui per rilevare l’azienda, ma non era riuscito a concludere l’affare perché offriva solo «6 o 7 miliardi con un acconto di 300 milioni, in quanto non aveva mezzi», a fronte dei 12 miliardi richiesti. Poi accadde quindi che Rapisarda rilevò l’azienda e noi perdemmo tutto. Il resto è storia, ed è una storia che francamente non ho più voglia di raccontare, anche se quotidianamente non smette di ossessionarmi. Come non smette di ossessionarmi il ricordo di Marcellina, svanita ieri come neve al sole, imbarcatasi sull’ultimo volo Alitalia della storia per Cagliari, per tornare a casa. «Je suis l’empire a la fin de la décadence», diceva Paul Verlaine, ed è esattamente così che mi sento in questo momento, con una tazzina vuota di caffè di fianco ed una copia del Foglio tutta stropicciata, sul tavolo al Bar Mariuccia, in piazza Martiri dell’Olivetta a Portofino. Domani partirò anch’io per Crans-Montana, sulle Alpi Svizzere, per iniziare la stagione invernale, dietro al bancone del bar dell’hotel Ambassador. L’estate è finita.

 

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