Zoom su Navalny

Redazione
26/01/2022

Un film racconta la vita dell'oppositore più famoso del governo di Putin. Dall'avvelenamento col novichok all'arresto, passando per la convalescenza in Germania e la telefonata agli aggressori: i retroscena del lungometraggio.

Zoom su Navalny

Tra i lungometraggi che, quest’anno, hanno trovato spazio nel cartellone del Sundance Film Festival, rassegna Usa dedicata al cinema indipendente, c’è anche il docufilm Navalny del regista Daniel Roher dedicato all’ oppositore del governo di Putin, che nel 2020 è sopravvissuto a un avvelenamento con il novichok.

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Navalny, la storia e la scena principale

Nell’arco dei 90 minuti di pellicola, Navalny ripercorre, attraverso filmati in presa diretta e interviste alla moglie Yulia e ai collaboratori più stretti, il periodo di convalescenza trascorso dal 45enne in Germania. A colpire pubblico e critica, oltre al racconto e alla qualità dell’esecuzione, è stata una specifica sequenza: nella scena, girata nel locale utilizzato come nascondiglio, l’oppositore chiama uno degli uomini sospettati di averlo avvelenato e lo porta a confessare dettagli dell’agguato, fingendosi un capo dei servizi di sicurezza alterato e spazientito. «Ricordo perfettamente quel momento. Ripetevo tra me e me: ‘Ok, assicurati che la telecamera sia accesa, mantieni la concentrazione. Questa è una delle cose più importanti che filmerai nella tua intera vita’», ha spiegato Roher in un’intervista a Hollywood Reporter. «Una volta finito tutto, nessuno riusciva a realizzare cosa fosse appena successo. Correvamo di qua e di là come polli. E, a un certo punto, ho pensato: ‘Devo immediatamente scaricare il filmato. C’è bisogno di chiamare la polizia? Servirà la security appostata fuori casa?’».

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Come è nato il docufilm

Il progetto iniziale del cineasta era lavorare con l’investigatore bulgaro Christo Grozev, assoldato dal team di giornalisti investigativi di Bellingcat, su un altro tema. Tuttavia, subito dopo la notizia dell’avvelenamento di Navalny, Grozev ha iniziato a dedicare le sue energie alla ricerca dei colpevoli. E, muovendosi nel dark web, è riuscito a rintracciare un gruppo di 8 agenti dei servizi segreti russi che sembrava avessero seguito l’uomo in numerosi viaggi e per diversi anni. Raccolte le informazioni e accertatosi della loro attendibilità, ha chiesto a Navalny un appuntamento e lo ha raggiunto nella capitale tedesca in compagnia di Roher, che non ha mai smesso di filmare. Accorgimento che, unitamente al desiderio del team di Navalny di realizzare un documentario sulla vicenda, ha dato inizio alla collaborazione. «Quando Alexei si è svegliato dal coma a Berlino, aveva due idee in testa», ha aggiunto il regista, «confezionare un reportage dettagliato sul palazzo di Putin e sulla natura illecita della sua ricchezza e produrre un grosso docufilm destinato a Hollywood». 

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Un finale d’impatto

Dopo il malore a bordo dell’aereo che, ad agosto 2020, lo stava portando da Tomsk a Mosca, e il trasferimento immediato a Berlino, dove ha affrontato un lungo e difficile percorso di recupero, a gennaio 2021 Navalny è rientrato in patria. Una volta atterrato, però, è stato arrestato e trasferito in una colonia penale d’alta sicurezza con una condanna di 2 anni e 8 mesi per frode. Il film si conclude proprio con questo ritorno e con un messaggio registrato, su richiesta di Roher, poco prima di partire nell’eventualità di non riuscire a sopravvivere: «Ho qualcosa di davvero ovvio da dirti: non mollare, non ti è permesso. Se mi uccidono, significa che siamo forti e non possiamo non sfruttare questo potere».

Il feedback di Navalny

Come riportato dal Guardian, sulle riprese non è stato fatto trapelare nulla fino allo scorso mese e anche la prima (rigorosamente online, data l’emergenza Covid) al Sundance è stata pubblicizzata poco e all’ultimo minuto. Il feedback del protagonista, tuttavia, non è mancato: in un post sul suo profilo Instagram, Navalny ha sponsorizzato il lavoro e si è lamentato, con l’irriverenza che lo contraddistingue, di non poter guardare il prodotto finito perché la biblioteca della prigione non aveva rinnovato l’abbonamento a HBO Max.

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