Spare di Harry e i guai con le storie di famiglia: il racconto della settimana

Deve essere stato un inferno persino per il principino Harry sopravvivere a una madre morta in quel modo. Penso a questo mentre prendo in mano Spare, il libro di cui tutti stanno parlando. E affronto una parte della mia famiglia contraria a ciò che scrivo. Il racconto della settimana.

Spare di Harry e i guai con le storie di famiglia: il racconto della settimana

Nelle prime ore di domenica 31 agosto 1997 una Mercedes-Benz S 280 Limousine sbanda a 180 km/h e si schianta contro il pilone numero 13 del tunnel dell’Alma nel centro di Parigi. Nelle ore seguenti tutte le televisioni del mondo, dal Golfo Persico all’Alaska, mandano ossessivamente in onda le immagini di quel che resta della macchina, accartocciata come una lattina di birra, sollevata e portata via da una gru. Il clamore è così immenso perché a bordo di quell’auto sono morti, oltre all’autista di nome Henry Paul, la principessa Diana e il suo nuovo compagno, il playboy miliardario Dodi al Fayed. La gelida cronaca dell’incidente parte diverse ore prima, in Place Vendôme, piazza su cui si affacciano i negozi di alcuni dei gioiellieri più famosi del mondo: Van Cleef, Cartier, Piaget, Bulgari e soprattutto piazza nella quale, al numero 15, si trova l’Hôtel Ritz (storico rifugio preferito di personaggi leggendari del calibro di Proust, Coco Chanel, Ernest Hemingway) che appartiene al padre di Dodi, Mohamed al Fayed, già proprietario tra l’altro dei grandi magazzini londinesi Harrods. Assiepati davanti al Ritz ci sono un drappello di fotografi, appartenenti alle più importanti agenzie francesi, in attesa di Diana e Dodi, perché in città si è diffusa la notizia che dovrebbero arrivare lì da un momento all’altro, per l’ultima tappa della loro estate stramondana. Estate che è iniziata a Saint-Tropez e che è proseguita in giro per i mari di mezza Europa a bordo dello Jonikal, lo splendido yacht sul quale Dodi ha costruito negli anni la sua fama di donnaiolo.

Spare di Harry e i guai con le storie di famiglia: il racconto della settimana
Il tunnel dell’Alma e la macchina su cui viaggiava Lady D (Getty Images).

I fotografi fumano, chiacchierano tra loro, si dividono in piccoli gruppi e curano gli ingressi dell’hotel, perché, per chi non lo sapesse, il Ritz ha tre entrate: il bar Hemingway, il Ritz Club e il ristorante L’Escoffier, oltre all’ingresso sul retro, tra i numeri civici 36 e 42 della Rue Cambon, dove si affaccia la boutique di Coco Chanel. A un certo punto scatta un parapiglia, tutti iniziano a muoversi, saltano sulle macchine e sui motorini all’inseguimento di una mercedes nera ultralunga che imbocca a tutta velocità la vicina rue de Rivoli, «eccoli!», urlano all’unisono. La mercedes entra a grande andatura in Place de la Concorde, passa sotto l’Hôtel Crillon, gira a sinistra e imbocca a 150 km/h gli Champs Élysées, passa sotto il ponte Alexander III e si immette nel tunnel dell’Alma a 180 km/h. L’autista può approfittare solo di quel tratto per seminare i fotografi e portare i due innamorati nel palazzo dell’avenue Foch di proprietà di Mohamed al Fayed dove intendono rifugiarsi. La corsa folle della mercedes si interrompe, dopo aver slittato su un piccolo dosso, schiantandosi contro un pilone del tunnel ed essersi ribaltata due o tre volte tra un turbinio di scintille per poi fermarsi definitivamente al centro della strada nel tratto in salita che porta verso l’avenue di New York. La principessa Diana ridotta in una maschera di sangue forse muore sul colpo. Fanno la stessa fine Dodi al Fayed e l’autista del Ritz, al quale poi tutti scaricheranno addosso la colpa.

Domenica 31 agosto 1997 io ho 17 anni e sono appena tornato da una due giorni danzereccia tra Rimini e Riccione in compagnia di Dodo. Dormo tranquillamente nella mia camera, a casa di mia zia, nell’appartamento di Piazza Adigrat e vengo svegliato bruscamente dal rumore della televisione nell’altra stanza che sta trasmettendo un’edizione straordinaria del telegiornale per raccontare l’accaduto. Mi alzo dal letto in boxer e t-shirt del coffeshop Baba di Amsterdam e vedo mia zia Pia, incredula davanti alla tv, che appena mi vede si gira sbigottita ed esclama: «È morta Lady Diana, nella stessa maniera in cui se ne è andata tua madre ed esattamente alla stessa età!». Non ho mai avuto particolare interesse nelle vicende reali che riguardavano la famiglia Windsor, forse al massimo mi sono sparato un paio di seghe un pomeriggio guardando una scollatura particolarmente generosa di Lady Diana su Novella 2000 qualche anno prima, ma niente di più, eppure questa storia mi colpisce così nel profondo che per giorni non faccio altro che occuparmene, leggendo tutti gli articoli a disposizione sui quotidiani e seguendo tutti gli speciali trasmessi dalla tv. Il fatto che la morte di mia madre sia stata sorprendentemente simile ovviamente ha influito, oltre al fatto che fino a pochi giorni prima, in vacanza con Nosama e Dodo in InterRail tra Amsterdam e Parigi, ero voluto andare anch’io in Place Vendôme a vedere l’Hôtel Ritz, luogo dove mio padre aveva vissuto per oltre un anno sotto falso nome durante la sua latitanza e che per un periodo era stato l’unico contatto che avevo con lui.

Spare di Harry e i guai con le storie di famiglia: il racconto della settimana
Lady D e Harry nel 1995 (Getty Images).

Penso a tutto questo mentre, in treno verso Como, sfoglio la biografia del principino Harry intitolata Spare, di cui tutti stanno parlando in questi ultimi giorni e che gentilmente Mondadori mi ha fatto recapitare a casa in anteprima. Penso a quanto deve essere stato difficile persino per lui sopravvivere con una madre morta in quel modo e quanto questa cosa in fondo, volente o nolente, se la porti dietro ancora oggi all’alba dei 40 anni. Penso a questo mentre sono sul battello per Moltrasio e continuo a pensarci ancora una volta arrivato al cimitero nel momento in cui osservo per la prima volta nella tomba di famiglia la lapide con sopra scritto Kiril Frateff Gianni, il nome di mio padre. Di fianco a me ci sono Ofelia, mio fratello Stefano e sua moglie Priscilla. Mio fratello piange come un bambino, io lo guardo, rabbrividisco e mi sorprendo di me stesso nel momento esatto in cui realizzo di non riuscire a provare assolutamente niente. Dopo l’incidente a mio fratello si è incasinata la memoria breve. I suoi ricordi sono frammentati: precisi quelli dell’infanzia e dell’adolescenza, confusi e labili quelli inerenti ai suoi ultimi anni di vita. Il risultato è che fatti recenti, come ad esempio la morte di nostro padre, a volte, scompaiono completamente dalla sua testa, come non fossero mai accaduti, causandogli ogni volta che li realizza crisi di pianto e di sconforto come se li apprendesse per la prima volta. Per farvi capire meglio mio fratello è come il protagonista di Memento, il primo film di Cristopher Nolan, il cui protagonista, orfano come lui della memoria a breve termine, per orientarsi nel presente, si affida a una serie di polaroid, a messaggi estemporanei scarabocchiati su dei foglietti o a frasi e riflessioni che si è fatto tatuare sul corpo. La sua vita, come nel film di Nolan, si muove alla rovescia, senza una memoria affidabile che lo aiuti a distinguere passato e presente, vero e falso, lasciandolo perennemente come intrappolato in una sorta di dimensione parallela incastrata tra sogno e realtà. Una delle cose che più mi è mancata di lui, quando era in riabilitazione in quella clinica svizzera, è stata non poter condividere insieme la morte di nostro padre, evento emotivo di enorme portata che mi sono trovato a dover gestire da solo durante il quale avrei tanto voluto averlo di fianco, perché in fondo solo lui in quel momento avrebbe potuto capire cosa stavo provando.

Penso a quanto deve essere stato difficile persino per Harry sopravvivere con una madre morta in quel modo e quanto questa cosa in fondo, volente o nolente, se la porti dietro ancora oggi. Sono sul battello per Moltrasio e continuo a pensarci ancora una volta arrivato al cimitero nel momento in cui osservo per la prima volta nella tomba di famiglia la lapide con sopra scritto Kiril Frateff Gianni, il nome di mio padre

Le altre diapositive da Moltrasio sono immagini del cielo scuro e del lago nero di fronte a noi. Inquadrature  di noi quattro  girate in 4K che camminiamo fino alla villa, chiusa e disabitata, sulla quale troneggia ancora lo stemma di famiglia e sul cui cancello è affisso, ancora una volta, un cartello sopra il quale c’è scritto a caratteri cubitali la parola VENDESI. O altre ancora, scattate più da lontano, sempre di noi quattro, seduti intorno a un tavolo in un ristorante di Cernobbio che ordiniamo da bere a un cameriere in camicia bianca, mentre aspettiamo il cugino Gian Mario, inviato dalla famiglia per convincermi a non parlare più di loro e smettere di nominarli nei miei racconti settimanali da cui presto qualcuno trarrà una serie tv di cui HBO ha già comprato i diritti. «Quando in una famiglia nasce uno scrittore, quella famiglia è rovinata», dice Csezlaw Milosz, basterebbe questo per rispondere alle critiche di qualche fregnone che scambia i miei scritti per una specie di autobiografia. In fondo basterebbe per risolvere il problema scrivere sotto ogni racconto un disclaim del genere: “Questa storia è del tutto vera. Tranne che per le parti assolutamente inventate”, come appariva nei titoli di testa in quella serie trasmessa da Netflix sulla assurda storia della leggendaria ereditiera tedesca Anna Sorokin, accusata di aver rubato centinaia di migliaia di dollari a banche, istituzioni finanziarie e amici tra il 2013 e il 2017 con l’obiettivo di raccogliere fondi per lanciare un club privato. Ma poi, mi domando fra me e me, che divertimento ci sarebbe?

Spare di Harry e i guai con le storie di famiglia: il racconto della settimana
Una vista del lago di Como.

Quando arriva mio cugino Gian Mario ho bevuto già un paio di birre e come si siede al nostro tavolo decido di giocare d’anticipo ed esclamo: «Eccomi qua!», allargando le braccia. Gian Mario si toglie il cappotto, si slaccia il bottone della giacca in tweed di sartoria che indossa e dopo aver salutato tutti e aver ordinato da bere e aver dedicato un po’ di tempo a inutili convenevoli punta dritto al nocciolo della questione: «Sono settimane che cerco di raggiungerti. Ma penso che questo tu lo sappia dato che mi hanno detto che sia Priscilla che Giorgio ti hanno avvertito della cosa», dice. «Tu hai cercato di raggiungere me? Cugino, il tuo numero non è mai apparso sul mio telefono. Forse la mia segreteria telefonica non ha funzionato bene ultimamente, pare». Faccio una pausa. «Cercavi per caso un po’ d’erba?». Gian Mario si guarda intorno, poi torna lentamente a fissarmi. «No, non cercavo dell’erba. Volevo solo parlare dei racconti che pubblichi on line. Un’ala della famiglia è molto contrariata dalla cosa. Mi hanno chiesto di intervenire, prima che lo facciano loro in maniera più decisa. Prendilo come un avvertimento». Fissandolo a mia volta, rispondo in tono neutro: «E cosa vorrebbero che facessi?». «Ti diffidano dal nominarli. Non vogliono che il loro nome venga utilizzato in questa maniera. Stai infangando la famiglia». «Potrebbe darsi». Scrollo le spalle. «In ogni modo per chi mi avete preso per il principe Harry? Pensate di essere gli Windsor?». Sospira, appoggia le mani sul tavolo e tira fuori da una ventiquattr’ore un foglio con sopra scritto un accordo di riservatezza che mi chiede di firmare. «Senti, io non firmo niente, è fuori discussione hombre, e poi devi prendertela con il mio ghostwriter, sta in California e si chiama Bret Easton Ellis. È la mia risposta a J. R. Moehringer. Non so se hai presente». Poi mi fermo e mi limito a fissarlo. Decido di provare un’altra tattica. Mi sporgo in avanti, il che lo spinge a sporgersi speranzoso a sua volta. «Dei diritti che ha comprato HBO per farne una serie televisiva ti ho già parlato. Parto settima prossima per New York», insisto, strizzandogli l’occhio. «Andrea», riprende il cugino, perdendo la pazienza. «È una cosa seria, lo vuoi capire?». «Credevo scherzassi, hombre, il fatto è che vivo i miei racconti come un pezzo rap, dovrebbero chiamarsi Rap Tales in effetti, densi di street credibility come sono. Racconto la realtà come avessi in mano una steadycam. Cazzo cugino, son liriche da Premio Strega le mie. Non è una cazzo di autobiografia, né mia né vostra. E poi, se devo dirtela tutta, l’ala della famiglia che si lamenta io non l’ho mai nemmeno nominata. Sono racconti di fantasia, Andrea Frateff-Gianni non esiste nemmeno». «Prenderai in considerazione la mia proposta?», chiede con calma il cugino. «Forse davanti a un assegno di 300 mila euro potrei iniziare a pensarci seriamente, hombre». Il cugino si alza: «Andrea..». «Ci sentiamo dopo, hombre. Pace».

Il fatto è che vivo i miei racconti come un pezzo rap, dovrebbero chiamarsi Rap Tales in effetti, densi di street credibility come sono. Racconto la realtà come avessi in mano una steadycam

Due ore più tardi seduto sul sedile posteriore dell’auto di Priscilla con mio fratello di fianco tiro fuori dalla mia borsa scozzese in lana a quadri rossi e neri un altro libro che mi sono portato appresso, insieme a quello di Harry, sul cui retro c’è scritto: “Senior Service è una sigaretta inglese, una storia di famiglia e molto altro ancora”. È la nuova edizione del libro scritto da Carlo Feltrinelli, all’interno del quale racconta la storia di suo padre Giangiacomo, che avevo con me l’ultima volta che sono andato a trovare in clinica mio padre prima che morisse. Volevo lasciarlo nella tomba di famiglia a picco sul lago ma me ne sono dimenticato.

 

*I personaggi e le storie del racconto sono frutto di fantasia