Condannate a essere sexy

Redazione
19/08/2021

Tacchi, scollature, tubini. La donna in carriera deve dimostrare le sue capacità anche con il dress code. Ecco come sono state rappresentate le businesswoman nelle serie tivù.

Condannate a essere sexy

Decidere cosa indossare per andare in ufficio non è impresa semplice, soprattutto per le donne. La pandemia e il lavoro agile hanno però cambiato le carte in tavola. E così al ritorno al lavoro, in molte hanno deciso di abbandonare vecchi cliché e sposare la causa del comfort. Chissà se questa nuova tendenza si rispecchierà nelle nuove serie tivù visto che finora nella maggior parte degli show l’abbigliamento è stato (erroneamente) utilizzato come simbolo stesso di professionalità. In altre parole il talento delle businesswoman o delle avvocatesse stile Rachel Zane Meghan Markle di Suits si è spesso misurato in centimetri. Di tacco. Ma come cambiato il look della donna al lavoro nei decenni e come lo hanno rappresentato le serie più popolari?

Le donne di Mad Men, tra pregiudizi e primati storici

Nell’agenzia pubblicitaria Sterling Cooper, teatro delle storie raccontate in Mad Men, gli outfit sfoggiati dalle protagoniste sono il simbolo più eloquente di come, negli Anni 60, le donne fossero spesso costrette a ricorrere alla sensualità per ottenere l’attenzione dei colleghi. «I look dei personaggi mostrano quanto in un ufficio le donne venissero viste come semplici ornamenti», ha spiegato all’Independent Janie Bryant, costumista del serial. «Le segretarie sfoggiano vestiti che ne evidenziano le curve e Joan Holloway, uno dei personaggi di punta, sfrutta la sua verve da femme fatale per farsi sentire. Ed ecco che quest’atteggiamento si riflette nell’uso di abiti attillati o di un rossetto rosso particolarmente evidente». In un ambiente in cui le professioniste dovevano accontentarsi di ruoli di serie B per il solo fatto di non essere uomini, Joan si trova a un bivio: rimanere dietro le quinte, come previsto dalla società o mettere la propria femminilità al servizio di un obiettivo superiore, essere presa sul serio in un contesto e in un’epoca in cui riuscirci era quasi un’impresa impossibile. Tutto il contrario di Peggy Olson che, rispetto a Joan, riesce a sbarcare il lunario senza dare troppo peso al look ma con la sola forza dei suoi meriti. Nell’upgrade da segretaria a primo copywriter donna dell’agenzia, più che una femminilità estremizzata, si nota il desiderio di dimostrare concretamente la sua crescita professionale. «Volevo che, dagli abbinamenti, trasparisse tutta la sua forza e i passi in avanti fatti in un mondo di uomini», ha aggiunto la stylist. «È arrivata in alto perché capace e talentuosa, non per altro. Ecco, i vestiti che abbiamo scelto servono a ribadirlo».

 

La rivoluzione di The Good Wife 

Man mano che la presenza femminile nelle sale riunioni è cresciuta, il dibattito sul dress code è diventato sempre più frequente. Spesso a scapito della libertà individuale. Negli Anni 70, si pensava che per arrivare al successo, una donna non dovesse vestirsi né in maniera sfacciata (perché avrebbe rischiato di diventare una macchietta) né imitare lo stile dell’uomo (considerato un tentativo inutile di mettersi alla pari). Questi stereotipi sono stati abbattuti dalle scelte dei costumisti che hanno lavorato ad alcuni dei prodotti di maggior successo tra fine degli Anni 90 e la metà dei Duemila. Come Daniel Lawson, stylist di legal drama come The Good Wife e The Good Fight. «Quando ho iniziato a lavorare a The Good Wife l’abbigliamento femminile era pesantemente influenzato dai tagli e dalle linee maschili, quasi fossero necessari per conferire eleganza e autorevolezza», ha sottolineato. «Ho provato a trovare una formula nuova, che non rinunciasse ai pezzi classici ma che spaziasse anche oltre. Ho messo da parte quella che era diventata un’uniforme standard per regalare ai personaggi carisma e determinazione, senza trattare la femminilità come un deterrente». Il suo lavoro ha avuto risultati straordinari anche nella vita reale: sono state molte, infatti, le fan della serie che lo hanno ringraziato per aver proposto un’alternativa a un dress code spersonalizzante.

Suits e l’eccessiva sessualizzazione delle protagoniste

Trovare un equilibrio tra femminilità e professionalità non è semplice. Lo sanno bene i costumisti di Suits, la celebre serie che ha regalato la fama a Meghan Markle e che è stata accusata di definire il talento delle protagoniste quasi esclusivamente con abbigliamenti provocanti e glamour. L’opinione degli addetti ai lavori è divisa: mentre per alcuni, questa scelta non toglie nulla al valore dei personaggi che continuano a non farsi mettere i piedi in testa e a farsi valere, per altri li ridurrebbe a manichini. Non c’è nulla di male nel fare affidamento anche al proprio sex appeal, ma il troppo stroppia. Citofonare Rachel Zane e Donna Paulsen.