Falchi a metà

Michele Monina
05/02/2022

Abbiamo applaudito Drusilla e il suo messaggio di inclusività ma oggi sfottiamo Grignani. Forse Amadeus ha così successo perché quella sottile ipocrisia che gli fa dire «speriamo di vederti presto su questo palco», non avendolo mai invitato pur potendolo fare, è la nostra stessa ipocrisia.

Falchi a metà

Italiani, popolo di santi, navigatori e gente che applica la coerenza in maniera assolutamente personale, lasciando le maglie più larghe di quelle del maglione a ragnatela indossato al suo primo passaggio sanremese di quest’anno da Irama. E proprio da Irama vorrei partire, per sottolineare uno dei momenti più avvilenti di questa che, ci continuano a dire, è l’edizione del Festival della Gioia, ma che vista da vicino appare tutt’altro.

Perché Irama ha scelto Grignani? Non pensiamo male, è il Festival della gioia…

Irama partecipa per il secondo anno di fila al Festival di Sanremo, non è il solo, e nel suo caso si pensa a una sorta di risarcimento per la sfiga che l’anno scorso l’ha colpito, un positivo al Covid nel suo entourage ha comportato che non calcasse mai una volta il palco, sempre sostituita la sua performance dal video delle prove. Tanto per non lasciare che la seconda chance fosse irrilevante, il cantautore decide di stupire, presentandosi con una ballad intensa, lui che negli ultimi anni si è più fatto ricordare per le canzoni estive. Nella sera delle cover, poi, decide di fare un colpaccio, chiamando a duettare con lui un artista che ha lasciato un segno importante nella recente musica leggera, e che da tempo vive un po’ ai margini, per mere faccende di mercato, certo, ma anche per problemi personali mai taciuti, Gianluca Grignani. La scelta di Irama può essere letta in due modi: un voler aiutare a tornare un artista di indubbio valore da troppo fuori dai giochi o un voler in qualche modo ambire a prenderne il ruolo, come se fosse un passaggio di consegne. Vogliamo credere alla prima ipotesi, è l’anno della Gioia.

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Le voci di un caso Morgan-Bugo 2.0

Nel pomeriggio di ieri, però, cominciano a rincorrersi notizie allarmanti: sembra che i due abbiano avuto un brutto litigio, dovuto alla scelta del brano, e sembra che Grignani se ne voglia andare, lasciando Irama a solo. Si parla di una querelle Morgan-Bugo 2.0  e molti cominciano a giocarci su. Anche lo stesso Irama, forse, con Amadeus, perché a inizio esibizione viene annunciato Grignani, ma il cantautore non è davanti all’asta del suo microfono, un vuoto che apre molte ipotesi. Il tempo di iniziare La mia storia tra le dita che ecco comparire Grignani, un cappello in testa, il trucco sugli occhi, l’aria un po’ sfatta, ma un entusiasmo palpabile. Inizialmente si ruba la scena, come è giusto e normale che sia, l’ha fatto anche la Bertè con Achille Lauro, per dire. Ma poi Irama riprende le redini, anche se sul finale Grignani deborda, prova a coinvolgere il pubblico, si vede che il palco gli manca. Finisce l’esibizione e Amadeus, uno che ha invitato come super-ospiti nelle edizioni scorse anche il vicino di casa che aveva una volta fischiettato una canzone mentre stava facendo pisciare il cane in strada, e che comunque ha avuto a disposizione circa un’ottantina di posti nel cast delle sue tre edizioni, ma si è guardato bene da invitare Grignani, lo saluta dicendo che spera di rivederlo presto da quelle parti, perché se lo merita.

L'ipocrisia di Sanremo su Grignani
Gianluca Grignani e Irama (da Facebook)

In poche ore abbiamo dimenticato il discorso sulla diversità di Drusilla

Ipocrisia portami via. Ma è solo l’inizio del peggio. Perché Sanremo è Sanremo anche per tutto quello che succede sui social. I commenti, le battute, le gif, i meme. Ecco che il popolo del web – lo stesso che si è esaltato per il discorso sulla diversità che va letta in realtà come unicità di Drusilla Foer, quello che ha gridato al miracolo per come il passaggio elegante e professionale del personaggio creato da Gianluca Gori sia stato un chiaro messaggio di inclusività, senza stare a ragionare troppo sul fatto che forse era più un discorso che un fatto – mette l’abito da cecchino e prende di mira il povero Grignani. Ecco quindi le battute sul suo stato di lucidità, quello sull’essere imbolsito, tutti a dire che sembra Johnny Depp che si è mangiato Zucchero, o viceversa. Tutti a sfottere chi in passato è stato bello e di successo, e oggi appare in difficoltà. Una specie di inversione a U sull’autostrada dei buoni sentimenti che proprio il passaggio di Drusilla aveva in qualche modo incorniciato, il voler ferire chi già ferito è, così, senza pietà e soprattutto senza un motivo reale.

Colpire e sbeffeggiare chi è caduto non è solo da vili, ma da inumani

Perché colpire chi è caduto, o si pensa sia caduto, è non solo da vili, ma da inumani, e perché comunque, ridere di chi era in alto e ora pensiamo sia nel fango non fa di noi esseri migliori, semmai ci identifica come chi in alto non ci finirà mai. Siamo sempre pronti a celebrare la sensibilità degli artisti, spesso a piangerli nel momento in cui detta fragilità ce li porta via, poi siamo lì a tifare perché chi è sensibile crolli, i meme, le battute, le carognate. Si pretende che un artista si metta a nudo, per dirla citando un bel film con Kim Rossi Stuart, sia Senza pelle, perché così le sue canzoni saranno pulsanti, vivide, tormentate e quindi in grado di raccontare i nostri momenti no, le nostre anime ferite, e poi lo si sbertuccia se quel suo essere senza pelle si manifesta con comparsate magari non proprio canoniche. Siamo pronti, cioè, a guardare con sdegno chi alza muri, di qualsiasi tipo questi muri siano, fisici o spirituali, ma poi di fronte a chi ci sembra diverso, diverso in quanto unico, per dirla con Drusilla, e in quanto fuori dalla nostra omologata visione del mondo, non sappiamo far altro che affondargli la testa sotto il pelo dell’acqua nella quale sta cercando a fatica di rimanere a galla. Forse per questo Amadeus ha così successo, perché quella sottile ipocrisia che gli fa dire «speriamo di vederti presto su questo palco», palco nel quale non lo ha invitato potendolo fare, è la nostra stessa ipocrisia. Lì a commuoverci per i monologhi che inneggiano all’accoglienza ascoltati mentre costruiamo steccati. E comunque, non siamo certo noi a aver scritto Destinazione Paradiso o La mia storia tra le dita, Falco a metà o Bambine dallo spazio, Il giorno perfetto o Lacrime dalla luna, per non dire di un album ritenuto unanimemente un capolavoro come La fabbrica di plastica. È stato quello su cui oggi ci si sta accanendo senza alcun motivo e alcuna pietà.