Prima i manganelli

La visita di Salvini a Santa Maria Capua Vetere in solidarietà agli agenti indagati, dopo la condanna di Cartabia, è l'ultimo affronto al governo. Tutto pur di riagganciare Meloni. Ma il Cav è ancora convinto del partito unico?

Prima i manganelli

«Conosco quei padri di famiglia sotto accusa e sono convinto che non avrebbero fatto nulla di male». Nonostante la diffusione delle immagini agghiaccianti sulle violenze di un anno fa nel penitenziario di Santa Maria Capua Vetere, nonostante i pesanti provvedimenti cautelari per i 52 agenti della penitenziaria, nonostante le parole durissime della Guardasigilli Marta Cartabia – che ha definito i pestaggi «un’offesa e un oltraggio alla dignità della persona dei detenuti e anche a quella divisa che ogni donna e ogni uomo della polizia penitenziaria deve portare con onore» e un «tradimento alla Costituzione» – il leader della Lega, Matteo Salvini, non arretra di un millimetro. E continua a vellicare quell’elettorato di estrema destra per la cui conquista è in concorrenza ormai spietata con Giorgia Meloni.

La guerra Salvini-Meloni a colpi di sondaggi

La leader di Fratelli d’Italia, tre giorni fa, commentando i fatti aveva espresso la sua piena fiducia «nella Polizia penitenziaria, negli agenti e nei funzionari del Dap intervenuti nel carcere di Santa Maria Capua Vetere per reprimere la gravissima rivolta organizzata dai detenuti durante il lockdown. A loro va la nostra solidarietà e vicinanza». Salvini va oltre. Non solo rilancia ma oggi andrà personalmente nel centro del Casertano per portare la sua solidarietà e quella «di milioni di italiani, a donne e uomini della Polizia Penitenziaria che lavorano in condizioni difficili e troppo spesso inaccettabili». Del resto la sfida interna con Giorgia Meloni si gioca sul filo di lana. Fratelli d’Italia ha però il vantaggio strategico di stare all’opposizione e i sondaggi, per quello che valgono, lo testimoniano in modo incontrovertibile, con l’ultima rilevazione Swg-La7 che per la prima volta ha dato conto del sorpasso ai danni del Carroccio: 20,7 per cento Meloni, 20,3 per cento Salvini. Il Capitano sente quindi il fiato di Fdi sul collo. Ecco perché, malgrado dica di sostenere “convintamente” Draghi, cerca di non scoprirsi troppo sul lato destro. E da perfetto Dottor Jekyll e Mister Hyde prova a stare con un piede in due scarpe, un po’ di lotta e un po’ di governo. Con buona pace dei tentativi del numero due, Giancarlo Giorgetti, di condurre il partito su binari di maggiore responsabilità, affidabilità e contegno istituzionale.

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I cortocircuiti: dai referendum sulla giustizia al coprifuoco

Sedere in maggioranza e far finta di non esserci a volte provoca dei cortocircuiti pesanti, soprattutto quando ci si mettono di mezzo le petizioni popolari: pensiamo al caso della raccolta firme per i referendum sulla giustizia mentre la stessa Cartabia lavora a un compromesso difficile sulle riforme di settore da portare in Europa a corredo del Pnrr. O ancora all’altra raccolta firme promossa da Salvini per abolire il coprifuoco mentre un decreto del governo lo confermava. «Se siamo dentro questo governo possiamo modificare le scelte sbagliate di qualche ministro», disse Salvini il 26 aprile. «Siamo al governo leali con Mario Draghi ma non muti né zitti né ipocriti».

La Lega può fare parte di una destra moderna e liberale?

La strategia, dal punto di vista elettorale, sembra tuttavia non pagare. Malgrado le posizioni dure sui temi dei diritti, dai migranti agli Lgbtqia. E poi non ci sono solo i numeri, c’è la coerenza politica che dovrebbe avere un qualche peso. E allora la domanda va rivolta a Berlusconi, che in queste settimane ha rilanciato l’idea di un partito unico del centrodestra: come si sposano certe uscite della Lega con l’idea di una destra moderna, liberale e tollerante?