Un po’ di chiarezza sulle conseguenze dell’invasione russa dell’Ucraina

Mario Margiocco
07/08/2022

Mosca non è così isolata come si pensa. Le sanzioni stanno indebolendo l'economia. Il rublo è forte solo grazie a un protezionismo valutario senza precedenti. E umiliare Putin non ridarà ossigeno alle democrazie occidentali. Sfatiamo qualche falso mito sulla Federazione.

Un po’ di chiarezza sulle conseguenze dell’invasione russa dell’Ucraina

Una nutrita serie di analisi da poco disponibili aiuta a mettere a fuoco la crisi ucraina e gli eventuali sviluppi e conseguenze. Un giro d’orizzonte diplomatico conferma quanto già noto e valuta meglio la solitudine dell’Occidente di fronte alla Russia:  forse più che Mosca sono le Capitali della Nato a trovarsi isolate. Un altro contributo dice che la guerra sta rapidamente cambiando la Russia, e non per il meglio. Un altro sostiene che, contrariamente a quanto in molti hanno scritto, le sanzioni fanno molto male all’economia russa, e non è vero che il tempo in questa guerra lavora per Mosca.

L’economia russa è sul punto di implodere

Quest’ultima è la conclusione cui è giunto, con un lavoro condensato in 120 pagine, un gruppo di docenti e ricercatori dell’università di Yale guidati da Jeffrey Sonnenfeld (Business Retreats and Sanctions are Crippling the Russian Economy). Ignora o quasi le statistiche economiche ufficiali russe, sempre più rare e sempre meno attendibili, e incrocia dati del commercio estero con fonti russe di vario tipo, in genere non utilizzate, settoriali e locali. La tesi è che l’economia russa sta implodendo, e c’è fiato solo per sei mesi o poco più.

Russia, secondo uno studio di Yale le sanzioni stanno distruggendo l'economia russa
Il centro di Mosca (Getty Images).

I miti da sfatare: dal business energetico alla produzione interna

Il testo individua e attacca nove miti. Primo, non è vero che Mosca vende all’Asia il gas che non manda più all’Europa, per piegarla. All’Asia ha venduto nel 2021 il 10 per cento di quanto inoltrato all’Europa e mancano i gasdotti per riorientare il mercato verso il Sud-est. Secondo, vende il petrolio a Cina e India, ma i costi di produzione russi sono alti e queste forniture sono scontate e a basso margine. Inoltre senza più accesso alla tecnologia occidentale, estrazione e lavorazione del greggio sono sempre più difficili e la Russia sta mettendo a rischio la propria posizione di affidabile e importante protagonista sul mercato energetico. Terzo mito, la produzione interna rilanciata da Putin sostituisce il crollo delle importazioni. Non è vero, dicono da Yale, queste sono crollate del 50 per cento dall’inverno scorso e persino gli 8 miliardi di dollari circa mensili di importazioni dalla Cina a gennaio sono diventati 3 miliardi ad aprile. La produzione sostitutiva interna è del tutto impari al compito. Quarto mito, i consumi interni “tirano”; non è vero, settori molto dipendenti dalle forniture occidentali subiscono un’inflazione del 40-60 per cento, la vendita di auto occidentali è crollata del 95 per cento, e le vendite al dettaglio sono scese del 20 per cento, anno su anno. L’e-commerce segue lo stesso percorso, anche se il Cremlino dice il contrario.  Quinto mito, le società globali che impiegano circa il 12 per cento della forza lavoro (5 milioni di lavoratori) non hanno in realtà lasciato la Russia. Falso, 1000 di queste che rappresentano circa il 40 per cento del Pil russo hanno chiuso o fortemente ridotto rinunciando a 500 mila dipendenti, proprio quei tecnici di cui la Russia ha estremo bisogno, interrompendo così 30 anni di crescenti investimenti.

Un po' di chiarezza sulle conseguenze dell'invasione russa dell'Ucraina
Rubli (Getty Images).

La forza del rublo è solo frutto di protezionismo valutario

Sesto mito, Putin mette in cascina un surplus del budget grazie agli alti prezzi energetici. No, perché la Russia si avvia quest’anno a un deficit di bilancio del 2 per cento, dovuto alle forti spese militari e sociali, per sorreggere l’economia di guerra, decise da Putin. La liquidità è quasi raddoppiata in Russia dall’invasione di febbraio. Settimo, Putin ha una riserva di 600 miliardi di dollari per i momenti difficili. Falso, 300 miliardi sono stati bloccati in Occidente, dove erano investiti. Il resto delle riserve valutarie sta calando in fretta, 75 miliardi di dollari dal 24 febbraio. Ottavo mito, secondo gli analisti di Yale: il rublo è la moneta più forte, al momento. È uno degli slogan propagandistici preferiti da Putin. Ma il cambio del rublo è conseguenza di uno dei più severi regimi di protezionismo valutario che rende impossibile ai russi, in pratica, acquistare dollari e altre valute sul mercato ufficiale e anche avere accesso ai propri depositi in valuta. Il basso volume dei rubli scambiati tradisce questa situazione. Nono e ultimo, le sanzioni ormai sono state messe in atto e nulla più resta da fare, per gli occidentali. Non è vero, dicono a Yale, nonostante tutto Putin ottiene ancora cifre importanti dalle vendite di materie prime e occorre agire su questo.

L’Fsb è sempre più simile alla Nkdv e al Kgb

In Putin’s New Police State due giornalisti russi, Andrei Soldatov e Irina Borogan entrambi dell’agenzia Agentura.ru, specializzata nell’analisi di obiettivi, metodi e uomini dei servizi, raccontano su Foreign Affairs come e perché l’Fsb rassomiglia sempre più all’Nkvd staliniana e al Kgb dei primi anni, dopo il 1954. Entrambe le organizzazioni erano strumenti di guerra e irregimentavano un Paese in guerra, dove nulla era lasciato al caso e all’individuo, semplice proprietà dello Stato oggi, del partito una volta. L’Fsb, a differenza dell’ultimo Kgb, rilancia adesso divise militari, gradi e organizzazioni da combattimento: contro la società russa. E adotta vecchie tattiche dell’Nkvd, ennesima reincarnazione della Ceka bolscevica, creata nel 1934, che cercava di convincere i fuoriusciti a tornare in patria per mandarli subito, quando andava bene, in Siberia.

Perché la propaganda russa oscura i generali impegnati in Ucraina
Vladimir Putin (Getty Images).

La Russia è meno isolata di quanto si voglia far credere

Ma se la Russia si avvia a ridiventare, con Putin, uno Stato carcerario, non è che il fascino delle libertà occidentali sia in giro per il mondo a livelli alti di prestigio. Joshua Henderson, un ricercatore del Belfer Center della Harvard Kennedy School, ha messo a confronto alcune recenti affermazioni con la realtà. «La Russia è isolata, come molte altre volte dall’inizio di questa guerra», ha detto il 9 luglio scorso il Segretario di Stato Antony Blinken. «La Russia è isolata sulla scena internazionale come non mai», ha ribadito il 20 luglio il politologo Charles Kupchan, firma di prestigio su questioni europee e Nato. Non è vero niente, sostiene Henderson, ricordando le divisioni in sede Onu. I rappresentanti di metà della popolazione mondiale si sono astenuti o hanno votato contro la risoluzione Onu di condanna dell’aggressione all’Ucraina il 2 marzo scorso; un insieme di Paesi con alle spalle il 75 per cento della popolazione mondiale ha votato contro l’espulsione della Russia dal Consiglio Onu per i Diritti Umani il 7 aprile scorso, in particolare Cina, India, tre Paesi africani fra cui l’Algeria, due importanti democrazie latinoamericane e tutto il Medio Oriente escluso Israele. Più della Russia, sembrerebbe isolato l’Occidente in un mondo dove invocare la democrazia e le libere scelte dei popoli non sembra sortire grandi effetti.

Un po' di chiarezza sulle conseguenze dell'invasione russa dell'Ucraina
Putin al Cremlino (Getty Images).

Umiliare Putin non risolleverebbe le democrazie occidentali

Una conclusione positiva, per l’Ucraina e i suoi alleati, e quindi una qualche umiliazione di Putin aiuterebbe la democrazia nello scontro in atto con i sistemi autocratici? No, risponde sempre su Foreign Affairs l’ex sottosegretario per i Diritti Umani al Dipartimento di Stato, Steven Feldstein. La crisi delle democrazia d’Occidente, in atto ormai da oltre 10 anni, non dipende da  fattori esterni ma interni, tra cui in particolare una perniciosa polarizzazione ideologica, la rivolta contro le élite, politici senza scrupoli pronti a cavalcare questi istinti deteriori, la disponibilità di troppi elettori a fidarsi di scorciatoie illiberali. Su tutto questo l’esito positivo, per l’Occidente, della guerra Ucraina può influire solo marginalmente, sostiene Feldtsein. Un esito positivo per Putin sarebbe forse peggio. Ma in questa partita molto europea, molto atlantica, dove la Russia riprende un vecchio sogno di dominio sull’Europa, non c’è da aspettarsi molta comprensione dal resto del mondo, se non da parte dei soliti partner. Dei molti Paesi indipendenti oggi, sulla scena di 75 anni fa c’erano solo, in pratica, quelli dell’America Latina, il cui cuore si è visto non batte troppo per l’Europa. Forse nemmeno allora si sarebbero stracciati le vesti, a sud del Rio Grande, se si fosse avverato il quadro trionfale, per Mosca, che in una notte al Cremlino, a fine giugno 1940, il ministro degli Esteri Vyacheslav Molotov tratteggiò al collega lituano Vincas Kreve-Mickevicious, convocato a Mosca dopo che le truppe sovietiche avevano invaso la Lituania, una mossa da inserire nel quadro degli accordi di Mosca con la Germania nazista del settembre 1939. La guerra europea, disse Molotov, vedrà a un certo punto i proletari di Germania, Francia, Gran Bretagna ribellarsi ai borghesi e unirsi contro di loro e l’Armata Rossa si unirà ai proletari e l’ultima battaglia sarà sul Reno. E come la prima guerra ha dato ai bolscevichi la Russia, la seconda guerra europea darà loro l’Europa. Un anno dopo Hitler invadeva l’ex alleato sovietico, molto altro accadeva, e al Reno arrivarono altri.

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