Marosi

Redazione
21/10/2021

Il ritorno in pista di Maroni è una nuova grana per Salvini, reduce dalla batosta elettorale. La storia della rivalità tra l'ex presidente di Regione Lombardia e la sua "creatura".

Marosi

Dopo Morisi, Maroni. Pare non esserci pace per Matteo Salvini. Nemmeno il tempo di riprendersi dalla sconfitta alle Amministrative, ed ecco ri-spuntare proprio a fianco dell’attuale nemica numero 1, Luciana Lamorgese, Bobo. Colui che nel 2012, imbracciando la ramazza, cercò di rimettere insieme i cocci della Lega precipitata ai suoi minimi storici dopo lo scandalo Belsito e i dossier sulla Family (Bossi). E che nella sua opera di pulizia puntò proprio sul giovane padano, eletto quell’anno segretario regionale e nel 2013 segretario federale dopo aver schiacciato alle primarie con l’82 per cento di preferenze il Senatùr. Una creatura che poi negli anni, come spesso accade, è sfuggita di mano sia a Maroni sia alla nomenklatura leghista. Da grimaldello anti Bossi, Salvini ha indossato le stellette da Capitano, si è mangiato il Carroccio e ha fondato un partito nazionale virato ancora più a destra fatto a sua immagine e somiglianza.

La nomina di Maroni e la sottile vendetta di Lamorgese

Maroni, dopo gli anni da osservatore – critico – della politica (ora siede nel cda del Gruppo San Donato), torna così a Palazzo scelto dalla ministra dell’Interno per guidare la Consulta contro il caporalato. Senza nulla togliere all’ex presidente di Regione Lombardia, uomo di governo e di comprovata esperienza, la decisione della titolare del Viminale ha l’aria di essere un dispetto nei confronti di Salvini, una sottile vendetta per le settimane di attacchi feroci subiti da parte del leader della Lega. Vero è che Lamorgese e Maroni si conoscono dai tempi in cui Bobo era ministro dell’Interno e lei funzionaria al Viminale. E fu proprio il leghista a salutare da governatore nel 2017 la nomina di Lamorgese a prefetto di Milano: «Un’ottima scelta», disse. Il Carroccio appreso del nuovo incarico di Maroni ha commentato secco (e velenosetto): «Grande soddisfazione per la nomina di Roberto Maroni nella consulta anti caporalato: per ottenere dei risultati, un ministro palesemente inadeguato come Luciana Lamorgese deve ricorrere a un importante esponente della Lega. Maroni ha il totale e incondizionato sostegno del partito, che lo ha aspettato con affetto anche in questi mesi difficili per la sua salute». E quell'”affetto” suona tanto come un avvertimento.

maroni e salvini: una storia di rivalità
L’ex presidente della Lombardia Roberto Maroni (Getty Images).

Le critiche di Maroni per la linea ondivaga di Salvini su vaccini e green pass

Maroni avrebbe dovuto tornare in pista, su volere di Salvini, nell’ultima tornata elettorale come candidato sindaco a Varese, culla del leghismo. Poi si era tirato indietro per motivi di salute. Nel frattempo non aveva risparmiato critiche e frecciate alla dirigenza leghista. Lo scorso luglio aveva bocciato la linea ondivaga e ambivalente su vaccini e green pass di Salvini, sposando la concretezza dei governatori del Nord, su tutti Luca Zaia e Massimiliano Fedriga. «Umberto Bossi, stratega per eccellenza, aveva una visione», disse Maroni al Foglio. «Usava me come tattico, sì, ma si capiva che guardava lontano. E io non voglio certo parlare male di Salvini, però insomma, qui la tattica rischia di sconfinare nell’assenza di progetto per il domani della Lega. Non a caso i governatori sul territorio non ragionano così».

La bacchettata per la crisi di governo e la fine dei gialloverdi

Fedele da sempre alla causa federalista, Maroni mise in guardia Salvini anche nel settembre 2019, passata l’estate del Papeete. «Lui ha tentato di far sposare due istanze: quella del Nord e quella del Sud. Ma non c’è riuscito», commentò l’ex governatore al Qn. «Ci sono due Italie e quella settentrionale continua a chiedere di essere ascoltata. L’insofferenza non è nella base del movimento, ma nella classe imprenditoriale, nei ceti produttivi». Da governista convinto, Maroni non poteva non bacchettare il Capitano anche per la crisi di governo che portò alla fine dell’esperienza gialloverde. «Aprendo la crisi ha fatto una mossa che reputava giusta, certo un po’ azzardata visto che non decide lui se sciogliere le Camere. Ma evidentemente aveva avuto garanzie. Il suo errore è stato fidarsi». Fosse stato per lui, avrebbe scelto un’altra strada: «Dopo le Europee e il voto sulla Tav avrei chiesto un Conte bis con la stessa maggioranza ma con la Lega alle Infrastrutture, e magari anche al ministero dell’Economia».

matteo salvini e roberto maroni: la storia di un rapporto
Giorgia Meloni, l’ex candidato sindaco di Roma Enrico Michetti e Matteo Salvini (Getty Images).

Quando Maroni definì Salvini un «leader stalinista»

Il gelo tra Salvini e Maroni però era diventato palpabile dopo la scelta di quest’ultimo di non correre per il bis al Pirellone per «ragioni personali» (fu rimpiazzato da Attilio Fontana). Si diffuse anche la voce che il gran rifiuto fosse dovuto a mire ministeriali. Ipotesi respinta duramente da Salvini: «Se lasci il tuo incarico in Regione Lombardia», sentenziò, «evidentemente in politica non puoi più fare altro». Fatto sta che Bobo, in un’intervista al Foglio si tolse il masso dalla scarpa, accusando il  segretario di aver usato nei suoi confronti «metodi staliniani». «In tanti si affannano a dire che io non sarò ministro», spiegò Maroni, «ma chi vuole fare il ministro? Non pretendevo di sentirmi dire che sono stato un bravo governatore, pretendevo però che il segretario del mio partito non utilizzasse la mia scelta di vita per cercare di colpirmi». E poi l’affondo: «Io sono un leninista convinto, uno che crede nella leadership. Ma non avrei mai creduto di trovarmi di fronte un leader stalinista».

Il futuro incerto del Capitano

Ora il “leninista” è tornato in pista. Una grana in più per Salvini, diviso tra i governisti della Lega che dopo la batosta elettorale sarebbero pronti a scaricarlo e l’abbraccio di Giorgia Meloni. La leader di FdI lo starebbe infatti tentando, almeno secondo gli ultimi rumors, addirittura a lasciare la maggioranza.