Il necrologio di Dugina e il legame tra Rimini, San Marino e la Russia

Lia Celi
31/08/2022

Rimini come San Marino sono sempre state una seconda casa per i russi, turisti e non. Un legame che si è incrinato prima con il Covid - o meglio lo Sputnik - e poi con l'invasione dell'Ucraina. E ricordato dal necrologio di Darya Dugina che tanto ha fatto discutere.

Il necrologio di Dugina e il legame tra Rimini, San Marino e la Russia

«Questo lo adorano le russe», ti diceva fino a pochi anni fa il profumiere riminese di nicchia, se ti mostravi interessata a una fragranza molto preziosa e molto ben confezionata. Era un modo trasversale di sconsigliartela, perché a) quel profumo era esageratamente dolce, pesante e persistente, e b) costava un occhio della testa. Per tutto quel che riguardava l’estetica “le russe” a Rimini erano diventate una vera e propria categoria a parte, una specie di anello mancante fra la milionaria e la drag queen. Al parrucchiere chiedevano un biondo chiarissimo molto particolare, che i nostri coloristi faticavano a replicare; in profumeria compravano rossetti prepotenti ma sempre griffati, e anche col botox e col filler ci andavano giù pesante, senza paura di sembrare troppo bambole. Osavano mise e accessori fuori portata per le nostre misure, i nostri borsellini e la nostra scarsa autostima, e le sfoggiavano anche quando accompagnavano i bambini a scuola. Il lato positivo era che i nostri mariti ci sostituivano più volentieri nel ruolo di autisti scolastici della prole, per rifarsi gli occhi, sia con le mamme russe che con le loro automobili, altrettanto sontuosamente carrozzate.

Il necrologio di Dugina e il legame tra Rimini, San Marino e la Russia
Natalia Vasilachi nel suo salone di bellezza a San Marino nel 2021 (Getty Images).

Badanti o chaperon, la parola d’ordine delle donne russe a Rimini era rabòt, lavoro

C’erano anche altre russe, meno appariscenti: le badanti che non frequentavano i saloni di bellezza e si tingevano i capelli nel giorno libero, en plein air, nel parco cittadino, aiutandosi fra compagne (ancora non c’erano i parrucchieri cinesi) e che la domenica, sempre nel parco, si ritrovavano per cantare insieme gli inni ortodossi (ancora non c’erano parrocchie dedicate). Con le russe eleganti e danarose avevano in comune una cosa: se orecchiavi i loro discorsi per strada o al cellulare, la parola “rabòt“, lavoro, era la più frequente. Per le une il lavoro con gli anziani, per le altre quello di accompagnatrice turistica, di chaperon per le comitive di russi che sciamavano in riviera in estate per le vacanze, e in tutte le altre stagioni per lo shopping negli outlet della zona: Romagna e San Marino per l’abbigliamento e Marche per calzature e pelletteria. Una clientela che a fine ‘900 aveva riplasmato e ingrassato il turismo sui lidi romagnoli, negletti in quel periodo dai nordeuropei: il russo aveva soppiantato il tedesco nel menù di molti ristoranti, sugli ingressi delle boutique, in bocca alle commesse delle profumerie, sulle copertine delle guide turistiche nelle edicole, perfino nei corsi del liceo linguistico, non solo perché l’industria dell’ospitalità ormai richiedeva la conoscenza la lingua di Pushkin, ma anche perché era un percorso più accessibile per i figli e le figlie dei tanti immigrati dell’Est (Russia ma anche Ucraina, Bielorussia, Bulgaria, Kirghizistan).

Il necrologio e la messa per Dugina ricorda il legame tra Rimini, Mosca e Kyiv

Quei tempi sono finiti. E ci voleva il caso clamoroso del necrologio e della messa di suffragio per Darya Dugina, la figlia dell’ideologo nazionalista vittima di un attentato a Mosca, per ricordare il rapporto “speciale” che lega Rimini alla Russia, ma anche all’Ucraina. Perché domenica scorsa, mentre l’associazione di riminesi filo-russi pregava per la Dugina all’interno della chiesa di Santa Chiara, un’associazione di riminesi pro-Ucraina presidiava silenziosamente l’ingresso per ricordare i bambini ucraini vittime innocenti, loro sì, di una guerra sostenuta anche da Dugin padre e figlia. Pochi metri più in là, un emporio di alimentari dell’Est con l’insegna gialla e blu che in vetrina riporta IBAN e punti di raccolta di beni per sostenere gli ucraini in guerra.

Il necrologio di Dugina e il legame tra Rimini, San Marino e la Russia
Il segretario degli Esteri di San Marino Luca Beccari a Mosca con Sergei Lavrov nel settembre 2021 (Getty Images).

San Marino, la piccola Russia a cavallo tra Romagna e Marche

Ma non è dal 24 febbraio scorso che le comitive russe disertano la Romagna. Il colpo mortale al turismo da Mosca e San Pietroburgo l’ha sferrato il Covid due anni fa. O meglio, più che il Covid, lo Sputnik. A Rimini il vaccino russo non riconosciuto dall’Ema non ha rialzato la Cortina di ferro solo con la Russia, ma per un certo periodo anche con la vicina San Marino, dove nell’emergenza era stato adottato lo Sputnik, offerto da Mosca in nome degli storici legami d’amicizia con la piccola Repubblica. Storicamente neutrale fin dal 366 d.C., secondo le ultime volontà del santo fondatore, che in punto di morte disse «vi voglio liberi da entrambi gli uomini» – all’epoca il Papa e l’imperatore – San Marino si era mantenuta equidistante anche dalle due superpotenze. Tanto che nel 2014 non aveva aderito alle sanzioni contro Mosca e in seguito aveva rafforzato i legami commerciali con la Federazione, un appeasement coronato dalla trionfale visita ufficiale, nel marzo 2019, del ministro degli Esteri Lavrov, che poi si era concesso un compleanno in Romagna in forma privata. L’idillio si è rotto nel marzo scorso, quando San Marino ha condannato l’invasione dell’Ucraina e si è allineata con l’Europa anche per quanto riguarda le sanzioni, con pesanti conseguenze sull’industria locale e soprattutto sul turismo. Spariti i souvenir di Putin dalle bancarelle, spariti anche i russi che ormai sul Titano si sentivano a casa loro. Quel che non è sparito, grazie alla resilienza dei sammarinesi, sono i soldi. Solo che ora a lasciarli nelle casse di templi dello shopping come il San Marino Outlet Experience sono cinesi, indiani, turisti degli Emirati. Che poi vengono a mangiare la pizza sul lungomare di Rimini, al fianco di tedeschi e olandesi, che in Riviera non si vedevano dai tempi di Zanza buonanima. Ma, ancora per quest’estate, dovranno arrangiarsi con i menu in cirillico.