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Il drugo Fede e DFA, amici di sempre. Gli anni nel collegio in Svizzera. E poi le serate alcoliche a Milano e Miss Baby Model. Fino al funerale dell'architetto Ricardo Bofill a Barcellona. Il racconto della settimana di Tag43.

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Un flashback del marzo 2008. Bevo birra weiss alla Belle Aurore, avamposto chic ma radicale oggetto di leggende oscure e notevolissime. Parlo intorno con la confidenza dell’aficionado. Qualcuno torna dal cinema, qualcuno offre shot di tequila, qualcuno parla di calcio. Miss baby model non dice niente, il calcio non le interessa, il locale invece le sembra terribilmente rétro. Ha lo sguardo perso, le ciglia aggrottate, l’espressione sconsolata di chi sa di aver perso un numero fondamentale di Vogue. Poi siamo fuori. «Lo accendi tu?». «Lo sai che non dovrei, domani devo andare a scuola». «Sicuramente meglio un joint di quei pastiglioni che ti passano i tuoi amichetti il sabato sera al Klash». «Dici? Per un’ora o due balli e ridi e balli e ridi…». «È splendido sentirtelo dire con tanto entusiasmo, piccola. Io comunque fossi in te ci andrei piano». «Senti chi parla, e poi non sei mio padre». «Sei proprio una ragazzina». «Perché non esci con qualche 30enne, allora? Mica te lo ha ordinato il medico di frequentare una 17enne». «Non sei una semplice 17enne piccola, sei Miss baby model, è ben diverso». «E tu? Alla mia età, cosa facevi?». «Mettiti tranquilla bimba, che ti racconto…».

Con le ragazze da tempo finisce così, alla lunga le trovo nauseanti, vuote, inutili, dopo che prima Lucilla e poi Allegra mi hanno spezzato il cuore in un milione di piccoli pezzi

Il drugo Fede e DFA erano due cari ragazzi ma diventavano due meravigliosi semi-dei se assiso al centro, a rifulgere di gloria, ci mettevi il sottoscritto Andrea Frateff-Gianni. Ci divertivamo non poco all’epoca, a vagabondare uni&trini per le strade della city, durante quella fin de siècle così chimica. Intellettuali e malavitosi, superbamente cattivelli e autoreferenziali, sapevamo muoverci da veri corsari e ci accontentavamo della nostra buona fama di frequentatori di curve e di determinati baretti violenti. Le sbarbe, nonostante l’alterigia dispensata al primo incontro, finivano per cedere alle nostre lusinghe. Facevamo le nostre letture distorte di Stirner e Nietzsche, periziavamo i solchi dei vinili più ispirati, tendevamo imboscate telefoniche alle fanciulle sprovviste di segreteria. Io ero ancora più magro e sfuggente di come mi puoi vedere adesso. Ero introverso, tormentato, sfuggente e i miei disagi venivano spesso intesi come squilibrio, aggressività, sigillo di segreti orribili e inconfessabili. In fondo loro erano due sbarbi di buona famiglia e di belle speranze, io Andrea Frateff-Gianni.

Non so proprio come avrei fatto in questi anni senza Castro, senza il drugo Fede, senza il compagno d’attacco Dikio, senza il fido Baj, senza Dado, Nosa, Silvio, Alberto, Rupert e ovviamente senza DFA

«Sei odioso, neanche io me la meno così tanto». Poi la bacio dietro al collo sottile, con un senso doloroso di colpa e compassione, mentre dallo stomaco sale una rabbia tenera per tutte le bugie e le banalità che impara a scuola, per la mondanità sintetica del sabato sera al Klash da cui è dipendente e in conclusione per la adamantina pochezza che può circondare al giorno d’oggi una smorfia 17enne proclamata di fresco negli ambienti discotecari/minorili milanesi Miss baby model. Non reagisce. Tentiamo di parlare, ma trovare le parole è come scavare in un deserto in cerca di acqua. Con le ragazze da tempo finisce così, alla lunga le trovo nauseanti, vuote, inutili, dopo che in sequenza prima Lucilla e poi Allegra mi hanno spezzato il cuore in un milione di piccoli pezzi. I regaZ invece non mi hanno mai tradito, sono stati loro in realtà fino a oggi la mia famiglia e se ci penso a fondo non so proprio come avrei fatto in questi anni senza Castro, senza il drugo Fede, senza il compagno d’attacco Dikio, senza il fido Baj, senza Dado, Nosa, Silvio, Alberto, Rupert e ovviamente senza DFA.

«Cosa stai facendo?», gli chiesi lasciando cadere la borsa e con già indosso la divisa del collegio. «Mi son sempre chiesto come sarei con la figa», mi rispose tranquillamente

Ho conosciuto DFA più o meno a 14 anni, al Collège Le Rosey di Ginevra, anche se a dire il vero lo avevo incrociato anche prima, qualche volta, tra le scale e i pianerottoli di Palazzo Fidia in via Mozart a Milano, dato che i suoi erano vicini di casa di mia nonna. All’epoca mio padre si era appena separato dalla sua compagna Valentina, aveva affittato una grossa suite e abitava in albergo al Principe di Savoia in Piazza della Repubblica. Il vecchio non aveva bene in mente come gestirmi, così in fretta e furia si decise di spedirmi in collegio, soluzione già adottata a suo tempo per mio fratello. La famiglia di DFA, contestualmente, si era trasferita  in Svizzera, poiché al suo di padre, un accademico di grande fama, era stata affidata una cattedra alla prestigiosa università di Ginevra, fondata nel 1559 per iniziativa del riformatore Giovanni Calvino. Ci ritrovammo quindi, compagni di stanza in un posto dove in passato avevano studiato numerosissimi discendenti  di varie famiglie reali europee, dal principe Ranieri di Monaco ai principi Vittorio Emanuele ed Emanuele Filiberto di Savoia, ma anche figli di personaggi famosi come ad esempio John Lennon ed Elizabeth Taylor. E, se chiudo gli occhi, mi sembra di vederlo nitidamente, ancora oggi, che mi accoglie in stanza completamente nudo davanti allo specchio, con il pisello nascosto tra le gambe alla maniera di Jame Gumb, meglio noto come Buffalo Bill, il personaggio del romanzo Il silenzio degli Innocenti di Tomas Harris. «Cosa stai facendo?», gli chiesi sbigottito, lasciando cadere a terra la mia borsa e con già indosso la divisa del collegio. «Mi son sempre chiesto come sarei con la figa», mi rispose tranquillamente, come se nulla fosse.

Da quel momento diventammo inseparabili e condividemmo come due gemelli siamesi gli anni elettronici e sfolgoranti della gioventù tra droghe di qualsiasi genere, fughe notturne, resoconti di scopate, ubriacature moleste, vacanze estive tra Amsterdam, le Cicladi e le Baleari e annate girovaghe tra gli spalti degli stadi di tutta Europa a seguire le imprese del grande Milan di berlusconiana memoria. Non riuscimmo a diplomarci insieme solo perché alla fine dell’anno entrambi fummo espulsi dal collegio per reiterata indisciplina: io ero accusato di spaccio di sostanze stupefacenti all’interno dell’istituto, solo perché nella mia camera era stata trovata una grossa quantità di marijuana olandese di qualità finissima e lui perché aveva sfogato la sua ira conficcando una costosissima Mont Blanc nell’occhio di un suo compagno di classe, colpevole di averlo importunato più volte nel corso della mattinata. Fummo così costretti a tornare a Milano, tra le ire dei suoi genitori e quelle di mia zia, ed iscriverci entrambi allo statalissimo liceo scientifico Alessandro Volta di via Benedetto Marcello.

Bofill e i funerali a Barcellona e gli amici di sempre nel racconto della settimana
Ricardo Bofill scomparso il 14 gennaio 2022 (Getty Images).

Barcelona 19 gennaio 2022. Gigantesco, magniloquente, pericolante e contestato fino al rischio di una effettiva demolizione, quindi tutelato come patrimonio dell’architettura nazionale: il celebre condominio Walden-7 costruito da Ricardo Bofill nel comune di Sant Just Desvern, in Catalogna, incarna tutta la carica utopica di una comunità che proprio attraverso l’architettura aspira a ritrovare i suoi legami. Oggi, paradosso dei tempi, l’edificio progettato tra il 1973 e il 1975 gode di un favore ritrovato non tanto e non solo sull’onda di questo slancio collettivistico, quanto per l’alto grado di iconicità e fotogenia architettonica, che ne fa un campione di condivisione nelle comunità virtuali del mondo social. In pratica uno dei luoghi più instagrammati di sempre.

il racconto della settimana sul funerale di Bofill a Barcellona
Il Bar Brutal a Barcellona.

È proprio qui che oggi si tiene il funerale di Ricardo Bofill, un tipo che francamente non avevo mai sentito nominare prima che DFA si fidanzasse con sua nipote e che ho studiato in aereo, leggendo sull’iPad un pezzo di un certo Manuel Orazi, apparso sulla rubrica Terrazzo curata da Michele Masneri, che esce tutti i martedì sul Foglio. Fatto sta che Bofill, che secondo DFA può essere paragonato in patria a quello che per noi è Renzo Piano, è appena morto per complicanze legate al Covid all’età di 82 anni e oggi tutta la Barcellona che conta è venuta qui a rendergli omaggio. Fortunatamente la cerimonia e tutto quel che ne consegue è misericordiosamente breve così, qualche ora più tardi, sono seduto ai tavolini super industrial-chic del Bar Brutal, nel Born. È il 2006 quando i gemelli veneti Max e Stefano Colombo decidono di avventurarsi nella città spagnola, che a quel tempo assisteva ai primi vagiti della rivoluzione gastronomica che sarebbe avvenuta da lì a pochi anni. La prima creatura dei due fratelli e soci si chiama Xemei e rappresenta oggi uno degli indirizzi più interessanti in città per la cucina italiana, ma è nel 2013 che i due fanno autenticamente il botto con l’idea di dedicare interamente un locale alla nascente new wave del vino naturale. Nasce così il Bar Brutal, oggi uno dei locali più alla moda di Barcellona, luogo a cui DFA è molto legato.

Guardo DFA e mentre mi parla penso che in fondo è sempre il ragazzo un po’ hippie e un po’ dandy di quel pomeriggio nella stanza del Collège Le Rosey di Ginevra

La serata scorre placida tracannando bocce di Partida Creus (una piccola azienda a conduzione familiare, fondata da due italiani fissati con la viticoltura sostenibile, diventata in breve tempo una autentica leggenda), e tutte le conversazioni della serata vertono, oltre che sulla magnificenza di Bofill, sulla manifestazione che si terrà domani davanti all’università contro la vivisezione degli animali. Nel frattempo mi sono passati di fianco Woody Allen, Javier Bardem, un attore de La casa di carta e il deejay della serata è Moby mentre il figlio del console iracheno per tutta la cena non ha mai smesso di gesticolare nella mia direzione parlando con DFA, continuando a domandarsi il motivo per il quale non mi decidessi di unirmi a loro. Alle quattro del mattino siamo con DFA, stesi sul divano di casa sua, ciucchi persi, a parlare del più e del meno fumando uno spino di CBD, perché io ormai non reggo più nessuna droga, e mi rendo conto di quanto le amicizie abbiano contato nella mia vita e quanto ancora alcune di esse siano oggi ancora così importanti.

Il funerale di Bofill a Barcellona e i ricordi del collegio in Svizzera: il racconto della settimana
L’interno del Brutal.

Dopo l’arresto di mio padre e nel momento in cui ero più fuori di testa in assoluto in tutta la mia vita i genitori di DFA mi hanno praticamente adottato, mi hanno permesso di diplomarmi, dopo che ero stato cacciato da metà dei licei di Milano, e mi hanno accolto a casa propria, dopo che tutte le proprietà della mia famiglia erano state vendute o sequestrate. Guardo DFA e mentre mi parla penso che, nonostante le sue tenute vinicole nel Carso dove produce la Vitoska più buona del mondo, che tra l’altro è il vino preferito di Ofelia, i suoi quattro figli avuti da tre donne diverse, il suo studio fotografico tra i più avviati in Europa, in fondo, è sempre quel ragazzo un po’ hippie e un po’ dandy che quel pomeriggio nella stanza del Collège Le Rosey di Ginevra faceva le “prove di figa” nudo davanti allo specchio. Penso a questo e al fatto che domani compirò 42 anni e domattina c’è un aereo che devo prendere per raggiungere Ofelia a Milano e partire per Venezia per festeggiare il mio compleanno.