Flow-Up

Tra la fine del 2021 e l'inizio del 2022 i 40enni si sono ripresi la scena. Prima Marracash Io, loro e gli altri, poi Guè Pequeno con Gvesvs e infine Noyz Narcos con Virus e con il documentario Dope boys alphabet. Perché no, il rap non è morto.

Flow-Up

«Il rap, dicono tutti, è morto nel ’97, però ancora lo segui, ti ci fai grandi pugnette», cantava Fabri Fibra in un suo vecchio pezzo, contenuto nell’album Tradimento, a conferma di quella teoria piuttosto nostalgica che considerava la storia del rap italiano conclusa dopo lo scioglimento dei Sangue Misto, storica band bolognese composta da Neffa, Deda e Dj Gruff, diventata un fenomeno di culto, capace di travalicare il mondo hip hop, passando da una fase pionieristica ai numeri da capogiro di oggi, facendo diventare il loro unico album SXM per molti “il disco della vita”.

La svolta pulp della DoGo Gang e del TruceKlan

A riaccendere le luci su quella scena, considerata ormai morta e sepolta, curiosamente, fu proprio lo stesso Fibra, il cui successo, nel 2006, permise a un movimento frastagliato in mille sottogeneri e dilaniato al suo interno da mille polemiche di risorgere, grazie a una nuova e talentuosa generazione di rapper. Erano gli anni della DoGo Gang a Milano e del TruceKlan a Roma, due fenomeni distinti che si mossero quasi parallelamente e che rivoluzionarono completamente il modo di fare rap in Italia con l’introduzione nelle canzoni di tematiche pulp che fecero da apripista ai giovani trapper di oggi, la cosiddetta “generazione Bimbi”, creando da zero un mercato che prima semplicemente non esisteva. Poi anche i Club Dogo, che della Dogo Gang erano il fulcro e la massima espressione, si sciolsero, il TruceKlan si dissolse, e la scena fu cannibalizzata da una nuova leva di artisti che cambiarono nuovamente le regole del gioco trasformando il rap nella trap. Le dinamiche di questo processo sono spiegate bene, per chi volesse saperne di più, in un interessante testo edito da il Saggiatore e scritto da Ivan Carozzi, intitolato L’età della tigre.

come è cambiato il rap italiano e il ritorno di Noyz Marcos
Gueè Pequeno (Getty Images).

La riscossa dei 40enni: Marracasch, Guè Pequeno e Noyz Narcos

La fine del 2021 e l’inizio di questo 2022 segna però una sorta di inversione di tendenza con quella che ormai la critica chiama “la riscossa dei 40enni” con l’uscita quasi concomitante di tre dischi attesissimi che, uno dopo l’altro, hanno smosso la scena dall’interno, creando una specie di terremoto. Prima Marracash con l’album intitolato Io, loro e gli altri e poi Guè Pequeno con Gvesvs hanno aperto le danze. Noyz Narcos con Virus le ha momentaneamente chiuse, aspettando il ritorno di Fabri Fibra, atteso anche lui entro l’anno.

 

Dope boys alphabet: la storia del king dell’underground

Ma chi è davvero Noyz Narcos, al secolo Emanuele Frasca? Soprannominato nella scena il “king dell’underground” la sua storia è narrata in Dope boys alphabet, un documentario uscito da poco su Prime Video, dove il rapper romano si racconta, partendo dal contesto in cui si è formato ed è cresciuto. Un viaggio, tanto dettagliato nella sua brutalità, da sembrare lo script di un vero e proprio film horror, dove la storia del Truceklan viene narrata dagli albori in maniera esauriente e dettagliata.

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È il 2000 quando il collettivo Truceboys, al tempo formato soltanto da Gel, Metal Carter e Cole aggiunge Noyz Narcos alla formazione che presto si estenderà a quello che successivamente verrà chiamato il Klan. I mixtape del Truceklan iniziano a spopolare nei licei e nelle cuffie dei teenager, i live nei centri sociali romani sono assimilabili ai ritrovi delle Bestie di Satana, i microfoni diventano armi e le liriche sono così sconvolgenti, scorrette e disturbanti da creare un impatto che nella storia dell’hip-hop nessun gruppo era mai riuscito a creare.

Il Klan unisce al disagio giovanile l’odio nei confronti delle istituzioni

Grezzi, cupi, crudi, sanguinari, sono solo alcuni degli aggettivi che caratterizzano il Klan che attraverso la sua poetica unisce al disagio giovanile un odio incondizionato nei confronti dello Stato e delle istituzioni di qualsiasi tipo. C’è una scena, all’inizio del documentario, che più di altre mostra ciò che un giovanissimo Noyz Narcos, con cappellino da baseball con la visiera giù e atteggiamento spavaldo, riesce a fare quando rappa su un palco con un microfono in mano: «M’attacco al citofono del tuo palazzo a notte fonda, non ho un cazzo di meglio da fare anche stasera sono di ronda, il tour notturno è attivo d’estate e d’inverno, ventiquattr’ore al giorno suonano i violini dell’inferno. L’eterno riposo spezza il mio sonno morboso, sono un intruso e questo mondo ottuso mi rende nervoso, ti riporto al peggior incubo che hai fatto, ti incendio il letto, reggiti stretto adesso viene il brutto. Andiamo all’ospedale, vuoi cambiare aria, ti chiudo assieme a un’infermiera anziana nella stanza mortuaria, promuovo il rap degenerato, odio lo Stato, è un mondo circondato da filo spinato. Scendo in strada e carbonizzo la tua macchina, sintetizzo droga nella bibita, porto le tenebre al tuo cinema, affollo il sanatorio con ‘sta merda distorta, mando tuo figlio all’obitorio con la testa aperta».

il rap italiano fino al ritorno di Noyz Narcos
Marracash (Getty Images).

L’eredità del TruceKlan e la differenza con il rap di oggi

Gli anni nel frattempo sono passati e il giovane ribelle che una volta sfogava odio e rancore, come scrive Patrizio Ruviglioni su Internazionale, «oggi con Virus si è trasformato in un rapper maudit che ha affinato la penna». L’ascolto del disco e la visione del documentario infine renderanno chiaro a tutti che cosa hanno rappresentato per il movimento i ragazzi del Truceklan (che per tanti ascoltatori dell’hardcore rap sono stati quasi una religione, in cui si crede sempre, di cui non ci si dimentica facilmente), l’enorme differenza di attitudine con il rap attuale, vissuto da tutti quasi esclusivamente come un’occasione di riscatto sociale. San Siro docet.