Servizietto pubblico

L’informazione Rai è ai minimi termini. I partiti hanno sempre più protetti da piazzare.
Ma più si moltiplicano i programmi più lo share scende. I rovinosi casi di Seconda linea, Anni 20 e Titolo V.

La Rai e il flop delle trasmissioni dedicate all'informazione

Nella sua ospitata di ieri (2 maggio) nel salotto televisivo di Massimo Giletti su La7, Michele Santoro ha nuovamente alzato il velo sull’attuale stato dell’informazione Rai. Sempre istrionico, e con toni spesso di infervorata rivalsa, il 69enne giornalista ed ex conduttore di programmi come Samarcanda, Tempo Reale, Annozero ha sottolineato ancora una volta l’assenza di libertà che regna nell’attuale tivù di Stato, come evidenziato dal caso Fedez ribellatosi alla richiesta di “adeguarsi al sistema” da parte dei vertici di Rai3. Un clima di censura che, oltretutto, va di pari passo con il calo di ascolti. Qualche giorno prima, da Lilli Gruber, Santoro aveva infatti evidenziato come solo 10 anni fa con i vari spazi di approfondimento la Rai ottenesse il 70% di share, mentre ora «ci sono programmi che fanno l’1% e nessuno dice niente».

Anni 20, non bastano 12 autori e 14 inviati

Chiara allusione alla trasmissione in onda nello slot una volta occupato per l’appunto dal conduttore, il giovedì in prima serata. Giunto all’ottava puntata, Anni 20 – condotto da Francesca Parisella, – nonostante un plotone di 12 autori e 14 inviati – si è malinconicamente arenato all’1,7% di share. Risultato analogo a quello del suo predecessore Seconda Linea, chiuso dopo due sole puntate. E che dire di Tg2 Post, spazio di approfondimento in access prime time voluto dal direttore Gennaro Sangiuliano, che soccombe regolarmente alla concorrenza di Stasera Italia su Rete4, per non dire di quella di Otto e mezzo. Ma se Rai2 piange, neanche Rai3 – dove lo stesso Santoro consolidò la sua cifra giornalistica prima di approdare ai successi sulla Seconda Rete – ride. #Cartabianca, condotto da Bianca Berlinguer il martedì in prima serata, è battuto ogni settimana da Fuori dal coro di Mario Giordano su Rete4 e da diMartedì di Giovanni Floris su La7, anch’essi non esattamente brillanti nei dati Auditel, ma tant’è.

Rai Uno, i bassi ascolti degli speciali

Titolo V, che il direttore di Rai3 Franco Di Mare ha affidato a Francesca Romana Elisei e Roberto Vicaretti il venerdì in prime time, non ha mai superato quota 2% di share chiudendo i battenti anzitempo. Non da meno accade a Rai1, dove gli sporadici tentativi di approntare degli approfondimenti in prima serata si sono rivelati perlopiù dei fiaschi, con due momenti emblematici. Lo speciale allestito in fretta e furia, per volere di Rocco Casalino così da controbilanciare lo spazio “rubato” a Giuseppe Conte dal match Salvini-Renzi. Doveva sviscerare i retroscena della “guerra di Erdogan” e invece si trasformò in un monologo senza contraddittorio di Conte sulla politica economica del suo governo, battendo col 7% di share il record storico negativo di ascolti per la Prima Rete. Record infranto solo da un altro approfondimento in prima serata, questa volta condotto da Monica Maggioni e dedicato alla morte di Sergio Zavoli. Un fiasco da 5,1% di share, doppiato da una soap turca. Lo stesso Sette Storie della Maggioni, il lunedì in seconda serata, non va oltre la mono cifra, malgrado i costi elevati di produzione e il preziosissimo traino della fiction.

La concorrenza vincente di La7 e Rete4

Su Rai1 continua a reggere Porta a Porta, ben lontano però dai fasti di qualche anno fa, e costantemente distaccato dal Maurizio Costanzo Show. Santoro ha denunciato come al calo di ascolti si accompagni un appiattimento dei contenuti e una conseguente perdita di rilevanza rispetto alla concorrenza. La Rai insomma ha perso il treno dell’informazione a discapito di La7 e – in misura minore – di Rete4. Il canale di Urbano Cairo ha furbescamente cavalcato la protesta grillina, offrendo ampia risonanza mediatica al Movimento cinque stelle dall’epoca dai primi Vaffa Day e poi con l’ingresso in parlamento e poi nel governo. Mentre La7 occupava militarmente gli slot quotidiani infarcendo il palinsesto di talk show politici da mane a sera, viale Mazzini restava al palo sempre più in balia di logiche spartitorie. Con il paradosso che l’avvento a Viale Mazzini dei grillini un tempo fustigatori di costumi e paladini del “Fuori la politica dalla Rai”, invece che fermare la lottizzazione l’ha moltiplicata.