Fare il Conte senza l’oste

Giovanni Corneliani
26/01/2022

La partita del Quirinale è tutta in salita per lex premier. Allinearsi a Letta su Draghi lo trasformerebbe in un bersaglio per i franchi tiratori del M5s. Spingere perché Super Mario resti a Palazzo Chigi e vederlo infine eletto indebolirebbe l'intero partito.

Fare il Conte senza l’oste

Malgrado le esibizioni di unità dell’intero centrosinistra e le riunioni dei leader e capigruppo seduti in cerchio senza tavolo, in stile gruppo di sostegno, Giuseppe Conte scruta da lontano il Quirinale alla sommità di un percorso ancora irto di ostacoli e di trappole, una salita che potrebbe in ogni momento vederlo fatalmente cadere e ruzzolare giù oppure scollinare e così rafforzare finalmente la sua guida al timone del M5s.

Conte alle prese con la balcanizzazione del M5s e la distanza con Di Maio

Una conduzione che ancora oggi sembra aver bisogno di continue conferme, vista la balcanizzazione del Movimento e la logorante dialettica interna con Luigi Di Maio e i suoi. «Per ora sembra ancora più un capo corrente che un capo partito, vedremo se dopo il tornante dell’elezione del Colle riuscirà a consolidarsi oppure se siamo al capolinea», sibila a Tag43 un parlamentare ex grillino.

Quirinale: Conte e la difficile partita del M5s su Draghi
Giuseppe Conte e Luigi Di Maio al tempo del governo giallorosso (Getty Images).

Conte stretto tra due fuochi

In ogni caso, Conte appare nervoso e le dichiarazioni di oggi pomeriggio lo dimostrano, con quella sorta di metacomunicazione sotto forma di avvertimento ai giornalisti: «Vi prego di riportare correttamente la posizione del Movimento. Non possiamo giocare. Nessuno si permetta di dire che il Movimento dice no a Draghi». Ed eccolo lì il dilemma di “Giuseppi”, un bivio che ruota tutto intorno al suo successore a Palazzo Chigi. Da una parte la scelta di allinearsi a Enrico Letta nel tentativo di portare Super Mario al Colle significherebbe rischiare di andare a sbattere contro l’opposizione diffusa nel corpaccione parlamentare del M5s e venire impallinato da una grandinata di franchi tiratori. Uno scenario che segnerebbe probabilmente il de profundis per la leadership dell’avvocato. Se, invece, Conte rimanesse fermo sul suo attuale “sì a Draghi, ma a Palazzo Chigi” e invece le cose prendessero una piega favorevole al trasloco dell’ex governatore di Bankitalia al Quirinale, il professore pugliese finirebbe per impiccare il M5s a un veto che renderebbe il partito ininfluente e quindi sconfitto oppure lo costringerebbe all’ennesimo, brutale dietrofront. Quest’ultima possibilità è vista con terrore da Di Maio e da una buona fetta (per quanto minoritaria) dei grandi elettori cinquestelle che infatti, in queste ore, martellano con il “no a veti su Draghi”. È ancora troppo fresco il ricordo di giravolte come quella venuta dopo il “o Conte o morte” oppure il ritorno a Canossa dopo lo stop alle partecipazioni ai programmi Rai. Un’altra strambata così brusca, è convinzione diffusa, potrebbe rovesciare lo scafo.

perché la partita di Conte per il quirinale è irta di rischi
Il passaggio di consegne a Palazzo Chigi tra Giuseppe Conte e Mario Draghi (Getty Images).

Al ritrovato dialogo Conte-Salvini, Letta risponde con il conclave

Nelle ultime ore, va detto, si sono moltiplicate le uscite dei parlamentari stellati in linea con il leader e dunque favorevoli a tenere Draghi dove sta. C’è da dire, però, che il canale di dialogo privilegiato messo in piedi da Conte con Matteo Salvini ha irritato molto gli alleati di centrosinistra. Un movimentismo che ha condotto dapprima all’operazione Letta-Renzi, capaci di mettere da parte per un attimo le loro ruggini e di fare assieme muro contro l’ipotesi Frattini, ma soprattutto ha spronato il segretario del Pd a confezionare il suo capolavoro tattico con l’evocazione del “conclave” per superare la rosa del centrodestra in nome di una soluzione unitaria. Se il vertice si terrà davvero, Letta avrà ottenuto l’effetto di legare le mani a Conte e incanalarlo nei binari di trattativa della coalizione. In tutti i casi, la partita è ancora lunga e l’avvocato si gioca un bel pezzo del suo futuro politico.

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