Poveri ma Belloni

Redazione
03/02/2022

Dopo il flop Quirinale, Draghi era sul punto di lasciare palazzo Chigi. Poi la marcia indietro e la telefonata a Mattarella. In mezzo ascesa e caduta della capa del Dis che potrebbe addirittura dimettersi.

Poveri ma Belloni

Da Dagospia

Draghi, il giorno dopo la caduta. Inalberando il suo volto impassibile, appena increspato dal solito ghigno, si limita ad ammettere con le persone più intime che la sua fallimentare corsa al Quirinale è stata penalizzata da «qualche difetto di comunicazione». Insomma, Mariopio è consapevole di aver sbagliato a farsi incapsulare dai suoi dioscuri di Palazzo Chigi, il sottosegretario Garofoli e soprattutto dal capogabinetto Funiciello che ha retto la funzione di call center a caccia di voti. È altresì consapevole di non poter permettersi, con l’attuale stato di rissosità nei partiti, alcun rimpasto di governo. Ma anche l’idea di sostituire un tecnico, come il catastrofico Giovannini, sarebbe durissima: smuoverebbe appetiti e stati nervosi. Più percorribile l’idea di far entrare nell’esecutivo un rappresentante della corrente centrista di Toti-Brugnaro. Difatti il sindaco veneziano, in duplex con Enrico Letta, fin dall’inizio si è dichiarato apertamente favorevole a Draghi presidente. Ma sotti-Letta parteggiava a titolo quasi personale perché più metà del Pd, da Orlando a Franceschini fino agli ex renziani di Guerini, era del tutto contraria al trasloco draghiano, quindi per nulla propensa a correre il rischio di elezioni anticipate.

Da Mario Draghi, sul punto di lasciare dopo il flop della candidatura al Quirinale, alle possibili dimissioni di Gabrielli: i retroscena sulla corsa al Colle
Il primo ministro Mario Draghi (Getty)

Dopo il flop della corsa al Quirinale, Draghi sul punto di lasciare Palazzo Chigi

Quando Mariopio si sveglia e si rende conto che non viene portato da nessun partito, grande è la delusione. A dargli l’amarissima notizia, in maniera indiretta, è il soldatino Letta, attraverso il capo della sua segreteria Marco Meloni che lo comunica all’operator Funiciello. Da qui, Draghi inizia a giocare un’altra partita: imbufalito, fa sapere che può fare il suo scatolone e andarsene. Allora qualche anima pia gli fa notare che sarebbe una sconfitta, che non può permettersi di fare il ragazzino dispettoso che smette di giocare, si porta via la palla, così imparate a non farmi tirare il calcio di rigore. E già sul Fatto Travaglio lo prende preventivamente per il culo come Schettino 2: «Torna a Palazzo Chigi, cazzo!».

Intanto, si muove la candidatura di Casini lanciata da Matteo Renzi: a favore di Pierfurby Guerini, Toti, mezza Forza Italia, Franceschini e Gruppo Misto, mentre l’obeso Carelli da ex grillino fa scouting tra gli sbandati pentastellati. A questo punto, il Draghi scornato riacquista l’uso della ragione, fa un giro di chiamate ai vari leader e Letta gli comunica che si va verso il Mattarella 2. La riconferma della Mummia Sicula dura lo spazio di un mattino. Arriva il magic moment della Elisabetta Belloni, gettata nella mischia da Peppiniello Conte dopo aver cogitato che un Mattarella 2 avrebbe rafforzato Draghi, il suo nemico più intimo, l’usurpatore del suo trono.

Da Mario Draghi, sul punto di lasciare dopo il flop della candidatura al Quirinale, alle possibili dimissioni di Gabrielli: i retroscena sulla corsa al Colle
Giuseppe Conte (Getty)

La telefonata di Giuseppe Conte a Elisabetta Belloni

L’avvocato di panna montata chiama il nostro capo dei servizi segreti e la Belloni non dice «grazie, preferirei di no», come avrebbe dovuto. Dopodiché telefona a Letta e Salvini che al sentir «presidente donna» si arrapano subito. Il Truce del Papeete sente la Belloni e non gli pare vero di poter coprire la disfatta subita dalla Casellati, con il nome della zarina delle spie. La Gigiona Meloni si accoda e il king-pippa lo annuncia tutto contento alla stampa attonita. A sostegno del Conte king-maker, arriva il Fatto quotidiano che spara, sia sul cartaceo che nella versione online, l’elezione al Colle di Elisabetta Belloni. Conte, da bravo soldatino, ha preso la linea da Travaglio e i deputati M5s si incazzano: «Chi decide la linea, lui o noi?». Peter Gomez ribatte su Twitter: «Una donna al Quirinale. Elisabetta belloni, la persona giusta al posto giusto».

Conte fuori balcone, convinto di aver fatto filotto con la Belloni, lo annuncia trionfante all’Elevato Indagato che tuitta in toni dannunziani: «Benvenuta Signora Italia, ti aspettavamo da tempo». E qui viene il bellum: a sentire il nome del direttore del Dis scoppia la rivolta nel Pd. Da Franceschini a Orlando, da Guerini a Orfini, che già avevano contestato Letta pro-Draghi, arriva un sonante e perentorio «No». Ma chi accende la miccia anti-Belloni è in primis Renzi: il senatore italo-arabo a reti unificate si scaglia contro la follia di un capo dei servizi che ascende a Capo dello Stato: nemmeno in Zambia. Avvertito in tempo reale da amici del Pd, sale in scena Giggino Di Maio sparando a pallettoni contro la candidatura donna. Prima di tutto ci fa sapere che considera la Belloni «una sorella», quindi tuona una dichiarazione al cetriolo contro Conte: «Trovo indecoroso che sia stato buttato in pasto al dibattito pubblico un alto profilo come quello di Elisabetta Belloni. Senza un accordo condiviso». Ancora: «Lo avevo detto ieri: prima di bruciare nomi bisognava trovare l’accordo della maggioranza di governo. Tutto ciò, inoltre, dopo che oggi è stata esposta la seconda carica dello Stato. Così non va bene, non è il metodo giusto».

Come si arriva al Mattarella bis

La ghigliottina scende sul collo della sprovveduta Belloni, malgrado una carriera diplomatica lunga 35 anni, mentre Renzi comprende che Casini non va da nessuna parte e riciccia il Mattarella 2. E Draghi, colpito da un lampo di saggezza politica, si attacca al telefonino e digita il numero dell’ultimo grande democristiano. A Sergione in soldoni dice: «Io posso rimanere a capo del governo solo se tu rimani al Quirinale». Il resto è storia: a gran richiesta di peones, Mattarella viene imbullonato al Quirinale.

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Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio (Getty)

La colazione tra Elisabetta Belloni e Luigi Di Maio

Ma c’è chi non è ancora soddisfatto: l’ex bibitaro del san Paolo vuole la testa di Conte e Travaglio e invita a colazione da Luciano ristorante, in piazza del Teatro di Pompeo, la sconfitta Belloni con tanto di photo-opportunity. Oltre la foto da fidanzatini, escono due lanci Ansa con i nostri che si lanciano svenevoli salamelecchi: «Con il ministro Di Maio c’è un’amicizia sempre più solida. Di Maio è sempre leale» (firmato Belloni).

«A Elisabetta Belloni mi legano una profonda stima e una grande amicizia. Una professionista straordinaria, con un immenso attaccamento alle Istituzioni. Oggi a pranzo ho fatto una piacevole chiacchierata con lei. Grazie Elisabetta, condivido pienamente quello che pensi del nostro rapporto» (firmato Di Maio). A questo punto viene giù l’ira di Franco Gabrielli, sottosegretario alla Sicurezza della Repubblica con delega ai servizi segreti: convoca subito la Belloni e il colloquio viene definito, con un eufemismo diplomatico, «teso». E tra i Palazzi non si escludono le dimissioni entro questo fine settimana quando è in agenda una riunione Draghi-Gabrielli.

Gabrielli conferma la fiducia alla capa del Dis

«Il direttore del Dis Elisabetta Belloni gode della mia piena fiducia». Così l’Autorità delegata alla sicurezza Franco Gabrielli risponde all’Ansa, interpellato in merito alle indiscrezioni di stampa secondo le quali il governo potrebbe chiedere un passo indietro alla Belloni. «Tutto falso», aggiunge invitando «tutti a un maggiore rispetto verso una servitrice dello Stato di straordinaria capacità ed alla sua delicata funzione».