Giro di Doha

Nicolò Delvecchio
09/09/2021

Il Qatar ha giocato e gioca un ruolo fondamentale nel caos afghano, diventando l'unico mediatore tra Occidente e talebani. Una centralità diplomatica che ha aumentato negli anni il peso del piccolo Emirato.

Giro di Doha

Se il Pakistan può considerarsi a tutti gli effetti il grande vincitore del conflitto afghano, un altro Stato si è posto come interlocutore principale dei talebani con l’Occidente, ritagliandosi un ruolo diplomatico sempre più importante: il Qatar. A Doha, capitale del piccolo emirato del Golfo, si sono svolte le trattative che hanno messo nero su bianco la ritirata degli Usa dall’Afghanistan e il ritorno dei taliban sulla scena politica. Firmati da Donald Trump, quegli accordi sono stati poi messi in atto da Joe Biden, in modo frettoloso e maldestro, permettendo di fatto ai miliziani jihadisti di riconquistare il Paese in poche settimane.

Negli anni dell’occupazione Usa, Doha era diventata la sede dell’ufficio politico dei talebani. Lì si era stabilito il mullah Abdul Ghani Baradar, ora vice-primo ministro dell’Emirato islamico, dopo il rilascio da una prigione pakistana in cui era rimasto dal 2010 al 2018. E Doha, adesso, è il luogo dal quale i Paesi occidentali amministreranno i propri interessi in Afghanistan, dopo aver abbandonato le ambasciate di Kabul. L’importanza del Qatar è confermata anche dalle visite, negli ultimi giorni, degli americani Antony Blinken e Lloyd Austin (rispettivamente segretario di Stato e segretario alla Difesa), e dei ministri degli Esteri di Gran Bretagna, Germania, Italia e Paesi Bassi. Blinken e Austin hanno ringraziato lo Stato del Golfo per l’aiuto fornito nell’evacuazione di circa 55 mila persone dall’Afghanistan, perché proprio in Qatar si fermarono gli aerei partiti da Kabul e diretti negli Usa.

Qatar, amico dell’Occidente e dei talebani

Le visite diplomatiche evidenziano la posizione centrale del Qatar come intermediario di primissimo livello, e anche la grande considerazione che l’Occidente ha nei suoi confronti. Un partner importante, visto che su Kabul ci sono le mani di Islamabad e le mire di Russia e Cina (che ha già cominciato a fare affari con il nuovo governo inviando denaro e vaccini anti-Covid). Nel Paese vivono 300 mila abitanti e oltre due milioni di lavoratori stranieri, e l’emirato è nella posizione unica di essere un alleato fidato sia degli Stati Uniti che dei talebani. Ospita la più grande base militare statunitense nel Medio Oriente e, allo stesso tempo, ha dato rifugio politico ai leader degli studenti coranici per anni.

«Il Qatar ha costruito con cura entrambe le relazioni», ha detto a France 24 Dina Esfandiary, consulente senior per il Medio Oriente e Nord Africa all’International Crisis Group. «Mentre alcuni dei suoi alleati arabi del Golfo lo percepiscono come troppo vicino ai gruppi islamisti regionali, gli Stati Uniti e altri Paesi occidentali lo considerano favorevolmente a causa dei loro rapporti limitati con i talebani». Non è quindi un caso che lo scorso 20 agosto, nel pieno dell’evacuazione, Biden abbia parlato al telefono con l’emiro Tamim bin Hamad Al Thani per ringraziarlo del ruolo svolto nel facilitare i colloqui intra-afghani e nell’aiutare gli sforzi di evacuazione. «Il presidente ha notato che questo è il più grande trasporto aereo di persone nella storia e che non sarebbe stato possibile senza il primo sostegno del Qatar», è stato il commento ufficiale della Casa Bianca.

Così il Qatar è diventato mediatore privilegiato con i talebani

Il ruolo di mediatore del Qatar è iniziato meno di 10 anni fa, quando l’amministrazione Obama ha cercato di porre fine alla guerra in Afghanistan e Doha ha ospitato i colloqui di pace tra Stati Uniti e talebani. I miliziani hanno aperto lì il loro ufficio politico permanente nel 2013, e i negoziati sono proseguiti fino al 2020, culminando in un accordo – i cui termini sono ancora segreti – con l’amministrazione Trump per ritirare le truppe statunitensi entro il 2021.

Nel 2014, il Qatar ha anche mediato per il rilascio del sergente dell’esercito americano Bowe Bergdahl, prigioniero dei talebani per cinque anni e rilasciato negli Stati Uniti in cambio di cinque taliban detenuti a Guantanamo. Due di loro, Abdul Haq Wasiq e Mohammed Fazl, adesso fanno parte del nuovo governo come capo dell’Intelligence e viceministro della Difesa. L’importanza acquisita da Doha non è ovviamente casuale. Come riporta la Reuters, diversi analisti descrivono questa ascesa come parte di una strategia attentamente coltivata dal piccolo Stato per rafforzare la propria sicurezza, ergendosi a indispensabile sede di mediazione internazionale.

Il soft power del Qatar tra tivù e calcio

La crescita diplomatica di Doha si inserisce in un progetto di espansione generalizzata a tutti i settori. È qatariota Al Jazeera, la tivù in più importante della regione («la all news che nella sua edizione araba ha reso difficile la vita a tutti i regimi, giocando ambiguamente ma abilmente fra essere strumento di democrazia e sostegno all’Islam più intollerante», come ha scritto Ugo Tramballi del Sole 24 Ore) che ha un’importante edizione in lingua inglese. In Qatar si giocheranno i Mondiali di calcio del 2022, i primi a disputarsi in inverno in oltre 100 anni di storia, e proprio con il pallone il piccolo emirato punta a farsi conoscere a livello mondiale. Per anni sponsor sulle maglie del Barcellona con Qatar Airways, la famiglia reale Al Thani è proprietaria dal 2010 del Manchester City, trasformato in poco tempo da una squadra di medio-basso livello del campionato inglese a una superpotenza europea. Nel 2019 la nazionale ha vinto anche la sua prima Coppa d’Asia.

Gli equilibri dell’Emirato nell’area medio-orientale

Sempre la Reuters sottolinea però che «poche mosse sembrano aver pagato un dividendo diplomatico così grande come il suo ruolo sull’Afghanistan, coltivato da quando ha permesso ai talebani di aprire il principale ufficio internazionale del gruppo nel 2013». Questo “incarico” di ampio respiro deve però misurarsi con le relazioni non facilissime che il Qatar ha avuto con i suoi vicini arabi, migliorate solamente da poco. Doha ha infatti messo a rischio parte della sua influenza regionale nell’ultimo decennio, sostenendo i movimenti delle Primavere arabe che, nel 2011, hanno interessato i principali Stati della regione. Nel 2017 Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Egitto, Bahrein e altri Paesi hanno imposto delle dure sanzioni contro il Qatar, accusandolo di aver sostenuto gruppi integralisti come Hamas e i Fratelli musulmani, e di aver appoggiato il “grande nemico sciita” dell’Iran. L’embargo è stato interrotto solamente a inizio 2021. L’essere stato accostato ai movimenti estremisti e avere un canale privilegiato con i talebani potrebbe però non giocare troppo a favore di Doha nei rapporti con gli altri Stati dell’area. Nel frattempo, però, il Qatar prosegue con la sua opera diplomatica: insieme alla Turchia, infatti, ha permesso la riapertura dell’aeroporto di Kabul, chiuso ai voli civili nazionali e internazionali dal 15 agosto. Impressionante, per un Paese poco più grande dell’Abruzzo.