Buco Nemo

Camilla Curcio
08/09/2021

Si trova sul fondo dell'oceano Pacifico, lontanissimo dalla terraferma, e ha il nome del capitano di Ventimila leghe sotto i mari. È il luogo in cui vengono smaltiti i resti di satelliti e navicelle spaziali.

Buco Nemo

Quando il loro viaggio nello spazio arriva al capolinea, i satelliti, le navicelle e le parti dei missili finiscono in un punto desolato del pianeta. È collocato nel luogo più lontano da qualsiasi terra emersa, sul fondo dell’Oceano Pacifico, quattro chilometri sotto il livello del mare. Tecnicamente è noto come punto di inaccessibilità dell’oceano perché si trova a 2700 chilometri di distanza dalla terraferma. Più comunemente è chiamato punto Nemo, dal nome del capitano protagonista di Ventimila leghe sotto i mari, celebre romanzo di avventura di Jules Verne.

I pericoli causati dai rifiuti nello spazio

Ciò accade perché nel momento in cui una sonda viene dichiarata morta, si trasforma in un pericolo per qualsiasi elemento in orbita. Negli ultimi anni, la quantità di scarti accumulata ha, infatti, incrementato il numero di incidenti. Considerando le velocità orbitali (che toccano i 17500 km/h), anche piccoli residui di pittura diventano schegge impazzite e, soprattutto, pericolose. «Ci sono così tanti rifiuti nello Spazio che, ogni giorno, temiamo che una piccola collisione possa dar vita a un effetto domino tremendo», hanno spiegato dalla Nasa al Guardian. «Non si tratta di un’ipotesi ma di una realtà concreta che gli scienziati hanno definito Effetto Kessler». L’Effetto o Sindrome di Kessler prevede la possibilità che i detriti raggiungano una quantità critica, tale che ogni singolo urto provochi un effetto a cascata che ne produce di nuovi, rendendo impossibile ogni altra attività in orbita. «Per prevenire un disastro del genere, chiunque lanci qualcosa nello Spazio deve programmarne anche lo smaltimento nel cimitero o rimandarlo indietro, sulla Terra, per far sì che bruci nell’atmosfera».

Il punto Nemo si trova nell'oceano Pacifico, lontano dalla terraferma: è il luogo in cui finiscono satelliti e navicelle spaziali
Un satellite della Nasa (Getty)

Di norma, la prima opzione viene riservata ai satelliti più lontani. Quelli più vicini vengono spinti fuori dall’orbita, con i frammenti più piccoli che finiscono per bruciare al rientro sulla Terra. Quelli che non bruciano vengono dirottati verso una traiettoria non pianificata (com’è successo, ad esempio, al missile cinese Long March 5B). Percorso che è preferibile abbia come meta ultima dei detriti proprio punto Nemo.

Nel 2011 la stazione spaziale Mir è finita nel punto Nemo

In passato, sono stati diversi i veicoli spaziali che hanno fatto questa fine. Nel 2011, la stazione russa Mir è stata trascinata fuori dall’orbita e riportata sulla Terra. Alcune parti sono state incendiate all’arrivo, mentre le 25 tonnellate sopravvissute sono sprofondate nella necropoli subacquea. Da allora, alla Mir si sono aggiunti numerosi altri resti, compreso un macchinario automatizzato col compito di consegnare merci all’Iss. Che, presto o tardi, potrebbe raggiungerli. La Stazione spaziale internazionale, infatti, orbita attorno al nostro pianeta dal 1998, quando Russia, Stati Uniti, Canada, Giappone e diversi paesi europei hanno aderito al progetto. E, dal 2000, ha iniziato a ospitare gli astronauti. Originariamente, sarebbe dovuta durare 15 anni. A oggi, è autorizzata a mandare avanti le operazioni fino ad almeno il 2024. Ma inizia a mostrare i primi segni di cedimento. Nelle ultime settimane, infatti, la portavoce della Nasa Angela Hart ha spiegato a Cnbc che, sebbene «il lavoro di ricerca scientifica proceda, a un certo punto l’Iss dovrà essere smantellata». Quel momento, forse, non è poi così lontano come si pensa: di recente, l’ufficiale russo Vladimir Solovyov ha dichiarato come molti dei sistemi a bordo siano obsoleti, dettaglio che, se trascurato, potrebbe portare a danni irreparabili. Dichiarazioni a cui si è allineata anche la Bbc, che ha reso note diverse altre problematiche, come perdite d’aria, malfunzionamenti sparsi e stanchezza strutturale.

Alloggi e bracci meccanici esterni, perché è difficile smaltire l’Iss

Le difficoltà nello smaltimento dell’Iss sono legate essenzialmente alle sue dimensioni e alla complessità della sua organizzazione, tra moduli che fungono da alloggio per gli astronauti o da laboratori, bracci meccanici esterni e pannelli solari. Una bestia grande quanto un campo da football, con bagni, una palestra e una grande vetrata. «Se sarà necessario separare i moduli, è possibile che l’operazione origini un ammasso di detriti», ha illustrato Alice Gorman, archeologa spaziale della Flinders University, «Quando entrerà nell’atmosfera, inizierà a frantumarsi, ecco perché Punto Nemo è il posto ideale dove farla finire». Non mancherà il timore del fallimento, nonostante si farà tutto per predisporre una discesa controllata e quel che si depositerà nel cimitero non sarà altro che una massa di materiali innocui come ceramiche, acciaio inossidabile e leghe di titanio». Quindi, ha assicurato Gorman, «Il viaggio finirà bene e come accade coi relitti delle navi, attorno a quel che rimane nascerà un nuovo habitat».