Sopravvivere all’apocalisse

Camilla Curcio
28/01/2022

Si chiamano preppers e trascorrono la vita imparando a sopravvivere a un'eventuale fine del mondo. Addestrano loro stessi e le famiglie, comprano scorte di cibo e costruiscono rifugi. Complici pandemia e disastri naturali, sono sempre di più.

Sopravvivere all’apocalisse

Non è mai troppo presto per prepararsi alla fine del mondo. Proprio quello che fanno i preppers, un collettivo che, davanti al più apocalittico degli scenari, gioca d’anticipo. Ulteriormente incentivato da pandemie, fenomeni atmosferici e minacce di collasso economico. Chi aderisce a questo movimento dedica la maggior parte del suo tempo a organizzarsi e, soprattutto, investe denaro. Uomini e donne predispongono, così, con cura la propria casa, preparano rifugi, apprendono abilità che potrebbero tornare loro utili e addestrano il resto della famiglia. Agli occhi di molti sono soltanto paranoici e allarmisti ma, per loro, tutto questo ha poco a che fare con lo scherzo.

Le storie dei preppers, coloro che si preparano alla fine del mondo

È il caso di Samuel Guerrero, originario di Cadice, uno dei fondatori del gruppo Preppers Spagna. Affascinato dall’argomento sin da quando era giovane, è stato nel 2005, poco dopo l’uragano Katrina, che ha seriamente intrapreso il percorso di preparazione. «Ho raggiunto un livello che definirei avanzato», ha dichiarato in un’intervista ad ICON, «Sono in grado di ovviare a tutte le necessità fondamentali in caso di disastro. Lo facciamo per tranquillità personale e per i nostri cari. Speriamo che tutto questo non ci venga mai utile».

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Il kit del perfetto survivor

A contribuire all’incremento degli adepti in terra spagnola, negli ultimi anni, ci hanno pensato l’emergenza sanitaria, l’uragano Filomena e la paura del grande blackout. Fornire dati esatti è complicato ma, guardando solo all’associazione di Guerrero, si parla già di 20mila unità. Cifre che, negli Stati Uniti, aumentano esponenzialmente, arrivando a un numero compreso tra i 4 ei  9 milioni di persone. Ma quali sono gli strumenti di cui deve essere necessariamente provvisto un prepper? In primis, uno zaino che contenga il necessario per sopravvivere almeno 72 ore: vari litri d’acqua, alimenti calorici come scatolette e barrette energetiche, una lanterna, materiale utile ad accendere il fuoco, una cassetta per il pronto soccorso e una radio. Ovviamente, tutto questo non basta. Occorre, infatti, sviluppare un’expertise tecnica che consenta di gestire situazioni limite: imparare a nascondersi, a difendersi da eventuali nemici, a coltivare frutta e verdura e a preservare la salute mentale, bypassando il rischio di incorrere in ansia o depressione. «Al momento, ci stiamo preparando a diverse evenienze», ha sottolineato Guerrero, «Dalla carenza di approvvigionamenti per ragioni logistiche all’aumento dei prezzi dei prodotti di prima necessità, passando per la crisi russa e il Covid».

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L’altra faccia della medaglia: i fan della sopravvivenza urbana

Oltre al training certosino dei prepper, c’è la corrente di quanti ritengono più utile imparare ad arrangiarsi con ciò che si trova in giro. «La cosa più importante è imparare ad approfittare delle opportunità che ci offre quel che ci circonda», ha spiegato Ignacio Ortega, direttore della Scuola Spagnola di Sopravvivenza di Granada. Un istituto riconosciuto nel quale i docenti insegnano, tra le tante cose, la resistenza fisica e psicologica e le tecniche per costruire capanne, badare agli animali e fabbricare utensili di selce. «Le tragedie non ti avvisano, ti colgono di sorpresa», ha aggiunto, «Ecco perché è necessario essere pronti a fare di necessità virtù». Le catastrofi degli ultimi anni hanno spinto molta gente, di qualsiasi fascia d’età, a interessarsi a questi workshop di sopravvivenza urbana, inizialmente ritrovo esclusivo di appassionati di sport nella natura. Segno di come, in diversi casi, la paura abbia il sopravvento.