Norvegia, vince il centrosinistra ma sul petrolio la strada è ancora lunga

Redazione
13/09/2021

Nel Paese scandinavo finisce l'era di Erna Solberg, al governo da 8 anni. La coalizione guidata dai laburisti ha ottenuto 89 seggi e con un simile margine non avrà bisogno di trattare con i Verdi sulla questione delle estrazioni.

Norvegia, vince il centrosinistra ma sul petrolio la strada è ancora lunga

Articolo aggiornato dopo le consultazioni elettorali

Vinte le elezioni, adesso in Norvegia bisognerà formare una maggioranza solida. Un’operazione alla vigilia considerata più difficile e invece agevolata dall’esito delle urne. Gli 89 seggi, sui 169 totali, conquistati complessivamente dalla coalizione di centrosinistra, composta da laburisti, partito di Centro e Socialisti, consentiranno di evitare anche la trattativa con i Verdi e il partito di estrema Sinistra Rodt, più intransigenti sui temi della transizione green e dello stop alle trivellazioni. Era questa la preoccupazione più grande di Jonas Gahr Støre. Il 61 enne ed ex ministro degli esteri, ora alla guida dei laburisti, secondo i sondaggi era certo di prevalere sulla sfidante Erna Solberg, al governo da 8 anni, ma non con un margine così elevato. È andata diversamente, i conservatori si sono fermati a 37 seggi e adesso per lo Stato scandinavo si apre una nuova stagione, con ogni probabilità meno scandita nette inversioni di marcia, rispetto a quanto era lecito aspettarsi.

Norvegia, una vigilia scandita dalla questione petrolio 

La lotta si combatte lungo il fronte delicato dell’energia. Da una parte ci sono i sostenitori delle trivellazioni e dell’estrazione di gas e petrolio. Opposti a loro i Verdi (Mdg) e il partito di estrema sinistra Rodt, decollati negli ultimi sondaggi perché ambasciatori di un necessario traghettamento verso un Paese green. In Norvegia le urne per il rinnovo del parlamento sono aperte, ma il futuro è avvolto nell’incertezza. Lo Stato, maggiore produttore continentale di gas e petrolio, è ostaggio di una contraddizione interna. Se nella nazione sette vetture su dieci di nuova immatricolazione saranno elettriche e il 95 per cento dell’energia prodotto da centrali idroelettriche, i combustibili fossili incidono per il 40 sul totale delle esportazioni e impiegano oltre 200mila persone, il sette per cento della forza lavoro.

Norvegia, i partiti principali vogliono le trivelle

Anche per questo i partiti maggiori di entrambi gli schieramenti – conservatori e laburisti – non intendono stoppare le estrazioni, almeno nel breve periodo. Il centrodestra, guidato da Erna Solberg e al governo da otto anni, è dato per sconfitto. Non se la passano, però, meglio i rivali, alla cui testa c’è il 61enne ed ex ministro degli esteri Jonas Gahr Støre. Questi per raggiungere gli 85 seggi, maggioranza sui 169 disponibili, avrebbero bisogno di allargare gli orizzonti abbracciando, appunto, i Verdi o i rossi del Rodt. Alleanze che si trascinerebbero inevitabili concessioni sul fronte  trivellazioni. I verdi, come ha spiegato al Guardian il vice leader Arild Hermstad vorrebbero seguire l’esempio della vicina Danimarca, dove è in atto una transizione green che culminerà nel 2050 con lo stop definitivo alle trivellazioni. «Da noi si tratta di un’impresa titanica. La gente ha paura di perdere il lavoro e un tenore di vita elevato. Per questo chi ha intenzione di invertire il trend è considerato una minaccia». Convinzioni che non sono state scalfite neppure dal duro monito del Consiglio delle Nazioni Unite che lo scorso anno ha intimato alla Norvegia di «proibire ulteriori esplorazioni per la ricerca di combustibili fossili, sviluppando al contempo una strategia che consenta la salvaguardia dei livelli occupazionali».

Solo le trivellazioni possono finanziare la transizione green

Orecchie da mercante, almeno per i partiti tradizionali, certi che il passaggio verso la sostenibilità richiederà tempo e il costo sarà possibile finanziarlo esclusivamente con i proventi delle trivellazioni. C’è poi il convincimento che un abbandono della corsa ai giacimenti, sarebbe sostanzialmente inutile, in quanto condurrebbe altri Paesi a cogliere la palla al balzo, infilandosi nel vuoto lasciato da Oslo. Di tenore opposto le ragioni dei Verdi che fanno leva sul drammatico Intergovernmental Panel on Climate Change delle Nazioni Unite pubblicato lo scorso mese di agosto. Nel testo si parla di un punto di non ritorno terribilmente vicino, che il partito norvegese vorrebbe provare a scacciare anche spegnendo le trivelle entro il 2035. «Il rapporto Net Zero dell’agenzia internazionale per l’energia a maggio aveva già chiarito come non ci fosse più spazio per petrolio e gas, aprendo una breccia poi allargata da Ipcc. Questa è l’elezione del clima». Per passare dai proclami ai fatti sarà però necessario superare lo sbarramento, previsto al 4 per cento su scala nazionale. Un traguardo complicato da raggiungere, specie in un Paese fortemente attaccato al proprio oro nero: «In un dibattito la scorsa settimana, ho chiesto al candidato conservatore quando sarebbe stata la loro data preferita per terminare la trivellazione. Ha risposto, tra circa 300 anni». Hermstad lo sa bene.