Pechino 2022, arcobaleno a metà

Camilla Curcio
07/02/2022

La Cina promette una Olimpiade gay-friendly. In realtà il Paese continua a calpestare i diritti civili e a discriminare le minoranze.

Pechino 2022, arcobaleno a metà

Tra le ragioni che, nel 2021, hanno permesso ai Giochi Olimpici di Tokyo di entrare nella storia spicca la visibilità data agli atleti LGBTQ+. Secondo quanto riportato dal blog SB Nation Outsports, infatti, su un totale di 11 mila partecipanti, almeno 186 si sono dichiarati omosessuali, bisessuali o transessuali. Un risultato importante per la rappresentazione delle minoranze e contro i pregiudizi nel mondo dello sport, che Pechino almeno sulla carta pare aver intenzione di difendere (con 35 sportivi LGBTQ+ in gara, il numero più alto mai raggiunto alle Olimpiadi invernali). A mettere a rischio il “traguardo”, però, sono le crescenti discriminazioni nel Paese.

Come la Cina ha censurato le istanze LGBTQ+

La Cina, infatti, ha rimosso l’omosessualità dalla lista delle malattie mentali solo nel 2001. Ma i matrimoni gay rimangono illegali e la comunità LGBTQ+ continua a essere vittima di violente aggressioni. Negli ultimi anni, il governo l’ha gradualmente privata di diritti e spazi in cui esprimersi. Nel 2017, ai siti di streaming e alle piattaforme video è stata categoricamente vietata la condivisione di contenuti che rappresentassero «comportamenti sessuali anomali», clausola che comprendeva anche relazioni tra persone dello stesso sesso. E, nel 2021, WeChat, la più diffusa delle app di messaggistica cinese, ha bannato oltre una dozzina di account gestiti da studenti di associazioni LGBTQ+, finendo al centro delle polemiche e alimentando una crescente preoccupazione sulle forme di censura che negano la libertà di espressione e non tutelano l’identità di genere. «Per le non profit sta diventando sempre più complicato mettere in piedi progetti e iniziative», ha spiegato alla CNN un volontario a Pechino, «molte organizzazioni rischiano la chiusura perché sono rimaste senza fondi a causa della pioggia di divieti che le ha colpite». 

Il destino degli atleti LGBTQ+ alle Olimpiadi invernali di Pechino
Un gruppo di manifestanti durante un pride a Hunan, Cina (Getty Images)

Le accuse alla Cina: inamissibile che il Paese ospitante violi i diritti umani

In Cina sono pochi gli atleti che fanno coming out per paura di rischiare la carriera e rovinare la propria immagine pubblica. L’estate scorsa, la calciatrice Li Ying ha pubblicato su Weibo una foto con la fidanzata in occasione del loro anniversario. Un gesto coraggioso che l’ha fatta però diventare bersaglio degli hater. Il post, inoltre, è stato cancellato qualche ora dopo senza alcuna spiegazione. «La repressione e la censura che la Cina sta attuando sono decisamente contrarie ai principi della Carta Olimpica», ha sottolineato l’ex campionessa di snowboard Simona Meiler. «Quelle regole dovrebbero tutelare chiunque e punire ogni discriminazione. Ecco perché mi sembra assurdo che la nazione ospitante violi i diritti umani, che siano quelli degli omosessuali o di qualsiasi altra minoranza. Questo è un comportamento inammissibile e contrario a quanto stabilito dal Comitato che, a quanto vedo, continua a non attenersi alle norme che ha definito».

Il destino degli atleti LGBTQ+ alle Olimpiadi invernali di Pechino
La calciatrice Li Ying durante un match (Getty Images)

Le Olimpiadi come mezzo per rifarsi l’immagine

Davanti a queste argomentazioni, il Comitato Internazionale Olimpico ha ribadito l’impegno a evitare discriminazioni e a far sì che tutti gli sportivi partecipino alle gare in totale tranquillità. Ma, allo stesso tempo, ha precisato come non possa in alcun modo «modificare o abrogare le leggi di un Paese, compito che spetta ai governi e agli organismi intergovernativi». Intenzione che la Cina sembra non avere. Poco prima dell’inizio dei Giochi, infatti, ha adottato una serie di misure contro qualsiasi tentativo di politicizzazione dell’evento, condannando gli inviti che le associazioni per la tutela dei diritti umani hanno rivolto a governi e sponsor, spingendoli ad aderire a un boicottaggio diplomatico per evitare di legittimare le atrocità nei confronti degli Uiguri vittime di un genocidio che  Xi Jinping continua a negare.

Cosa dovrebbero fare gli atleti per opporsi

Cosa potrebbero fare i colleghi per dimostrare concretamente supporto agli sportivi che, solo per il loro orientamento sessuale, vengono ghettizzati? «Con l’esposizione mediatica di cui godono, dovrebbero cogliere l’opportunità di sensibilizzare l’opinione pubblica su istanze così delicate», ha aggiunto Meiler, «se anche solo riuscissero ad attirare l’attenzione di una o due persone, avrebbero vinto». Prevedere se i campioni che gareggeranno a Pechino utilizzeranno questa occasione per dire la loro non è semplice ma sicuramente molti di loro saranno inibiti dal rischio di essere condannati.

Il destino degli atleti LGBTQ+ alle Olimpiadi invernali di Pechino
Il supporto degli attivisti per gli atleti Lgbtq+ di Taiwan alle Olimpiadi di Tokyo 2020 (Getty Images)

Nuovi criteri di selezione

Della stessa opinione di Meiler anche il pattinatore canadese Eric Radford, per il quale la posizione di un Paese circa i diritti LGBTQ+ dovrebbe essere un parametro nella selezione della nazione destinata a organizzare e ospitare i Giochi Olimpici. Oltre, ovviamente, a garantire che gli slogan del CIO non rimangano sulla carta: «I vertici devono combattere per l’inclusione e l’attuazione del messaggio olimpico, punendo severamente qualsiasi tipo di atteggiamento discriminatorio e garantendo a chiunque la possibilità di essere se stesso».