Laurea non c’è

Luca Di Carmine
10/02/2022

Dal protocollo Pa 110 e lode siglato tra i ministeri dell'Università e della Pa per offrire ai dipendenti pubblici corsi universitari a condizioni agevolate sono esclusi gli atenei telematici. Una discriminazione, attaccano gli interessati. Sicuramente un paradosso nell'epoca del digitale.

Laurea non c’è

Esistono università di serie A e di serie B, quindi gli studenti delle rispettive categorie. Così parrebbe leggendo il protocollo d’intesa sontuosamente denominato ‘Pa 110 e lode’, e siglato tra il dicastero dell’Università e della Ricerca e quello della Funzione Pubblica. L’obiettivo? Offrire ai dipendenti pubblici corsi di laurea, di specializzazione e master a condizioni agevolate. Il provvedimento però non contempla l’inserimento delle università telematiche che, pur essendo riconosciute dal sistema universitario nazionale, non aderiscono al Crui, la Conferenza dei rettori che associa gli atenei italiani statali e non.  Insomma, chi studia online e fa il dipendente pubblico non può laurearsi.

la crociata di brunetta e messa contro le università dette telematiche
Renato Brunetta, ministro della Pa (Getty Images).

Nell’epoca del digitale Messa e Brunetta bocciano gli atenei telematici

Nell’epoca del digitale (c’è anche nel governo Draghi un apposito ministero che dovrebbe favorire la transizione) i ministri Maria Cristina Messa e Renato Brunetta (rispettivamente Università e Ricerca e Pubblica amministrazione) sanciscono per legge che le università telematiche – che svolgono “a distanza” e da anni attività formativa a favore di migliaia di studenti che le preferiscono a quelle tradizionali, o perché non possono permettersi una vita da studente fuori sede o perché riescono in contemporanea a lavorare – non sono idonee a formare i dipendenti della pubblica amministrazione. Un paradosso tutto italiano.

Le telematiche chiedono la modifica del protocollo di intesa

La reazione delle telematiche non si è fatta attendere. Il presidente del cda dell’Università Niccolò Cusano, Stefano Bandecchi, ha scritto una lettera infuocata ai due ministri e al premier per chiedere una modifica al protocollo d’intesa. «Ci risulta che nel sistema universitario nazionale siano ancora incluse le università degli studi cosiddette ‘telematiche’», scrive Bandecchi, «e non riusciamo a capire come sia stato possibile creare un accordo che esclude le università in questione, perché non facenti parte della Crui. Mi risulta incredibile apprendere che la Crui è più importante del sistema universitario nazionale o meglio del ministero rappresentato dalla professoressa Messa». Bandecchi sottolinea quello che è uno dei paradossi del provvedimento, ovvero che il ministero dell’Università e della ricerca si possa prestare alla trattativa esclusiva con un’associazione privata. E che il dicastero della Pubblica amministrazione guidato dal coriaceo Brunetta possa pensare di escludere le università che, con appellativo oramai desueto e connotato al ribasso, la burocrazia continua a chiamare telematiche. Anche il presidente di AssoTutela Michel Maritato ha parlato di «operazione altamente discriminatoria» e di «una vera e propria immotivata esclusione». Un’esclusione che ovviamente comporta anche conseguenze occupazionali per i molti lavoratori del settore.

perché nell'era del digitale le università telematiche sono discriminate
Maria Cristina Messa, ministra dell’Università e Ricerca.

Il nodo delle assunzioni nel decreto 1154 

Il protocollo d’intesa arriva a ridosso del decreto ministeriale 1154 anti-università telematiche emanato dal dicastero guidato dalla ministra Messa. Grazie a esso le università telematiche saranno costrette probabilmente a triplicare il numero dei docenti assunti. Con gravi ripercussioni sui bilanci e sulla possibilità di continuare la loro attività. A oggi infatti il rapporto numerico tra docenti e studenti tra le telematiche e quelle tradizionali è sempre stato diverso. La legge sanciva che, qualora in una telematica fossero aumentati gli studenti, anche i docenti dovevano aumentare. Ma il numero degli studenti superato il quale era necessario assumere un nuovo docente era il triplo rispetto a quello di un ateneo tradizionale. Proprio in considerazione del fatto che, in una telematica, il docente registra la sua lezione, di cui lo studente può usufruire in qualsiasi momento. Ora, però con questo provvedimento tutto cambia. Sparisce quella differenziazione numerica e i due tipi di atenei vengono parificati. Qual è il risultato di tutto questo? Che le università telematiche, destinatarie di contributi pubblici in misura minimale, dovranno bandire dei concorsi per assumere professori in tempi strettissimi col grave rischio di sottrarre risorse ai servizi per gli studenti e alla qualità del servizio. In più le nuove assunzioni dovranno essere a tempo indeterminato. Uno sforzo finanziario che diventerebbe proibitivo qualora nel corso del tempo e per qualsiasi motivo il numero degli studenti dovesse calare essendo obbligato l’ateneo a mantenere l’organico dei docenti assunti in pianta stabile. E da parte del settore sono già partite una serie di iniziative per modificare il protocollo. Si punta anche sugli effetti discriminatori e classisti che introduce di fatto una gerarchia tra chi si laurea in presenza e i molti studenti che, per questioni economiche o di tempo (molti già lavorano) hanno scelto i corsi online.