Olio di classe

Nicolò Delvecchio
20/10/2021

Clima favorevole, terreno fertile, cura degli alberi: il villaggio arabo-israeliano di Rameh ha gli «ulivi migliori al mondo», come amano ripetere i suoi abitanti. Un patrimonio palestinese messo però a rischio dalle autorità di Tel Aviv.

Olio di classe

Non quello spagnolo, non quello italiano. E nemmeno quello tunisino, al centro di polemiche qualche anno fa per la sua presunta “invasione” in Italia e nell’Ue. L’olio migliore al mondo, stando a quello che pensano gli abitanti di Rameh, sarebbe proprio quello del piccolo villaggio arabo israeliano. Un po’ come chiedere all’oste se il vino è buono, si dirà. Eppure il giudizio assolutamente parziale ha delle basi solide, soprattutto storiche.

La storia millenaria degli ulivi di Rameh

L’olio di Rameh, come racconta il New York Times, è da tempo considerato il migliore di Israele, e non solo. La terra attorno al Mare di Galilea, dove si trova il villaggio alle pendici del monte Haidar, un tempo è stata la regione olivicola più importante al mondo, ed è probabile che proprio in quella zona, nel 5000 aC, ci sia stata la prima coltivazione di ulivi al mondo. Oggi, oltre 800 ettari di alberi secolari circondano da tutte le parti il villaggio di Rameh. «Un mare verde, in cui il fruscio delle foglie ricorda quello delle onde», scrive il quotidiano. In libri, poesie e articoli di giornale le olive di Rameh sono descritte come «le migliori mai viste», il villaggio è considerato il fulcro della produzione di olio in Palestina.

Un olio speciale

Yousef Hanna, chef e proprietario del ristorante Magdalena della vicina Tiberiade conserva l’olio del nuovo raccolto in bottiglie di vetro stipate nel congelatore, per far sì che i suoi clienti possano assaporare il suo gusto originario – cioè fresco di spremitura – per tutto l’anno. «Tutti pensano che il proprio olio sia migliore, ma quello di Rameh è liscio e non brucia. È come un frutto maturo, pungente ma dolce». Ma cosa rende quest’olio così buono? I fattori sono tanti, a partire da quelli ambientali: Rameh si trova in altura e nell’entroterra, e i suoi ulivi sono attaccati più tardi dalla mosca dell’olivo, un parassita che aggredisce gli alberi costringendo i coltivatori a raccogliere prima i frutti. A Rameh, invece, si può aspettare che le olive siano mature prima di raccoglierle: ne viene fuori un prodotto con «una piacevole amarezza, ma comunque delicato e fruttato», ha detto al Times un esperto del luogo.

Raccolta dell’olio in Palestina (Getty)

E non solo, perché a Rameh cresce un particolare tipo di oliva, l’oliva Suri, dalla quale si produce tantissimo olio. A influire sulla sua qualità anche il clima, particolarmente favorevole, il terreno ricco di nutrienti mai trattato con fertilizzanti, e la cura con cui gli alberi sono potati nel corso dell’anno. Le olive sono raccolte al massimo della maturazione, cioè quando hanno sfumature e macchie di verde, viola e nero. Raccolte a mano, vengono sottoposte a molitura (l’antica tecnica per schiacciarle e ottenere la pasta d’olio) subito dopo la raccolta, proprio per ammorbidirne il gusto.

Gli uliveti di Rameh e a storia della Palestina

Prima della guerra arabo-israeliana del 1948 gli uliveti di Rameh (che è in Israele, ma ha una popolazione prevalentemente palestinese) potevano produrre fino a 250 mila litri di olio all’anno, e i produttori locali esportavano anche in Libano e Siria. La produzione è drasticamente diminuita nei decenni successivi. Nasab Hussein, ricercatrice culturale di 34 anni, ha raccontato questo cambiamento nel suo libro Rameh: An Untold Story, pubblicato nel 2020. Ha spiegato come l’esproprio della terra da parte israeliana, e la successiva chiusura dei confini con Siria e Libano, oltre a ridurre la manodopera abbiano anche diminuito la redditività economica dell’olivicoltura. «La storia delle nostre olive e quella politica non sono separate», ha aggiunto.

La raccolta delle olive in Cisgiordania (Getty)

Dal 1948 al 1966, anno che ha preceduto la Guerra dei sei giorni (che vide un’altra sconfitta delle forze arabe), il governo militare israeliano ha limitato i movimenti, impedendo agli agricoltori di accedere ai loro campi. Gli alberi sono stati trascurati, i raccolti sono diminuiti e i prezzi sono scesi. L’olivicoltura, adesso, non è più il settore trainante del villaggio, e non si sa quanto olio venga prodotto a Rameh. La tradizione, però, non è sparita, anzi. Le olive vengono ancora raccolte, e l’olio è usato sia per mangiare che come medicinale. «Col l’olio cuciniamo di tutto», ha detto un abitante del villaggio. «Chi ha bisogno di piatti elaborati? Il miglior pasto del mondo è un pezzo di pane immerso nell’olio d’oliva appena spremuto».

Le violenze israeliane nel periodo del raccolto

L’attività è ancora più in pericolo nei Territori occupati. La stagione del raccolto è iniziata il 12 ottobre, poco più di una settimana fa, e da allora sono già 58 gli attacchi israeliani nei confronti dei contadini palestinesi. A riportarlo è Al Jazeera, che spiega come i coloni aggrediscano con violenza gli agricoltori su base quotidiana, sopratutto nella Cisgiordania settentrionale. La raccolta delle olive è un’attività economica, familiare e sociale fondamentale per molti palestinesi, che usano i giorni di ferie per prendersi cura delle loro terre, di quelle dei loro parenti, vicini o amici. Tra le 80 e le 100 mila famiglie si affidano alle olive e all’olio come fonti di reddito primarie o secondarie. In pochi giorni, in diverse città dei Territori occupati sono stati sradicati oltre mille alberi, 900 nella sola Nablus.

Oltre ad abbattere gli alberi e bruciare i campi, gli israeliani aggrediscono fisicamente gli agricoltori e li cacciano dalle proprie terre. Spesso arrivano scortati dall’esercito, che collabora proprio con i coloni, nella maggior parte dei casi sono armati. Per questo, il 12 ottobre il Comitato internazionale della Croce Rossa ha rilasciato un comunicato in cui denunciava l’abbattimento di oltre novemila alberi in un anno, tra agosto 2020 e agosto 2021. «Gli agricoltori subiscono molestie e violenze mirate a impedire un raccolto di successo, per non parlare della distruzione delle attrezzature agricole o dello sradicamento e dell’incendio degli ulivi», ha affermato Els Debuf, capo della missione del Cicr a Gerusalemme.