Malalingua

Guido Mariani
10/07/2021

In questo anno e mezzo di pandemia sono fioriti neologismi e nuovi modi di dire. Dall'apericovid e il coronadating fino al welfareggiare.

Malalingua

Nel Quattrocento in Italia si diede la colpa delle epidemie all’influsso degli astri. La malattia divenne così nota come “influenza“, sottintendendo astrale. Una mera superstizione divenne poi un termine scientifico che definì una malattia precisa. La parola “influenza” venne poi esportata anche nella lingua inglese dove venne in tempi più recenti contratta in “flu”. Ogni epidemia crea o si appropria di un lessico nuovo destinato poi spesso a radicarsi nella lingua quotidiana. Questo anno e mezzo sconvolto dal coronavirus ha cambiato profondamente le nostre abitudini, introducendo una serie di neologismi che la Treccani ha cercato di tracciare e catalogare. Alcuni, si spera, saranno destinati a diventare desueti e a scomparire, altri invece diventeranno parte del nostro parlare di ogni giorno.

Dalle corsie e dai laboratori al bar: spillover, cpap, droplet

Innanzitutto ci sono le parole che non sono veri e propri neologismi, sono termini, soprattutto inglesi, che provengono da lessici specializzati e sono diventati di utilizzo quotidiano. Accade così con “spillover”, un termine da epidemiologi o da zoologi ora di uso comune, così come classificazioni quali “paziente zero” o “rt”. Il “saturimetro” oggi è entrato nelle case degli italiani come i termometri per la febbre (che oggi sono diventati “termoscanner”) e la “saturazione”, parametro noto una volta solo a pazienti e operatori sanitari, è oggi un dato di cui ci preoccupiamo come della pressione arteriosa. Anche presìdi ospedalieri da rianimazione come il “ventilatore” o la “cpap” (nota anche come il “casco”) oggi sono purtroppo usciti da un ristretto mondo sanitario e sono disgraziatamente noti al grande pubblico. E così non ci sorprendiamo più se sentiamo, al mercato come al bar, parole come “contact tracing” o come “droplet”. Furbesco l’utilizzo di “lockdown”, termine inglese che agli italiani sembra il titolo di un film d’azione e che ha evitato l’uso di parole che avrebbero sconcertato l’opinione pubblica come “confino” o “reclusione”.

come cambia la lingua italiana durante la pandemia
Il termine quarantenare era già presente nei Promessi sposi.

Quarantenare e ristoro erano già presenti nei Promessi Sposi e nella Divina Commedia

Ci sono poi parole riscoperte. Il bombardamento di notizie spesso contrastanti è diventato l’”infodemia”, ovvero la circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza. Il termine è stato creato da un ricercatore tedesco all’inizio degli anni 2000, ricevendo però solo nel 2020 la vera consacrazione. “Quarantenare”, spesso usato in questi mesi, ha fatto storcere il naso a molti, ma in realtà è un termine con un suo pedigree poiché compare già nel ‘700 in testi di medicina e nella prima stesura dei Promessi Sposi. È un caso simile all’utilizzo della parola “ristoro”. Nel lessico quotidiano pre- Covid, il significato era quello di riposo o di riacquisto delle forze (da cui “punto di ristoro”); l’accezione che abbiamo riscoperto grazie ai provvedimenti del governo è quella che fa riferimento a un compenso o a un risarcimento. Con questa sfumatura era ormai impiegato solo nella prosa giuridica o commerciale, ma compariva così già nella Divina Commedia.

Come cambia l’espressione “zoom”

Poi ci sono i termini che hanno cambiato di significato. Primo fra tutti “tamponare”. Fino all’inizio del 2020 se qualcuno vi avesse detto «Sono stato tamponato», l’espressione sarebbe stata chiarissima e avrebbe alluso a un incidente d’auto. L’atto di tamponare era anche riferito all’azione di emostasi su una ferita. Ma dallo scoppio della pandemia, “tamponare” significa sottoporsi a un tampone. Inutile dire che se oggi in farmacia chiedete un tampone, difficilmente riceverete una confezione di Tampax. Il malato di Covid è stato spesso definito “covidoso”, riciclando in realtà un termine esistente ma caduto in disuso, un provenzalismo trecentesco che significa “desideroso”. C’è poi il covidiota, utilizzato per lo più da negazionisti e riduzionisti per irridere chi è terrorizzato dalla pandemia. Sempre prima del nefasto 2020 al di fuori da contesti ospedalieri il termine “mascherina” era riferito quasi esclusivamente al carnevale (o a convitti poco leciti), oggi non usciamo mai senza, ma non ce la mettiamo sugli occhi bensì su naso e bocca. Lo “zoom” è passato da essere un accessorio per fotografi o fotoamatori a essere, con la lettera maiuscola, un luogo di ritrovo virtuale grazie all’applicazione web che consente collegamenti audio e video.

Il coronadating e il covid panettone: le creazioni della stampa

Alcuni termini sono nati e cresciuti dall’arrivo del Covid. Ecco dunque la tanto odiata “dad” l’acronimo di “didattica a distanza” diventata parola a sé con espressioni quali “Essere in dad” o “Fare due ore di dad”. Attenzione al “superdiffusore”: il paziente in grado di contagiare molte persone sane. Lo smart working, che noi pronunciamo come una parola unica, lo intendiamo come lavoro a distanza anche se nella lingua inglese definirebbe un lavoro flessibile, coadiuvato dalle nuove tecnologie e non esclusivamente un lavoro da remoto. Poi ci sono i veri e propri orrori lessicali, neologismi che spesso vengono creati dai titolisti di giornali o siti web per cercare un’immagine di impatto in poche lettere. La Treccani riferisce casi di utilizzo di espressioni come “covid-panettone” apparso sul Corriere della Sera lo scorso gennaio oppure l’utilizzo del verbo “welfareggiare” cioè “fare politiche favorevoli al mantenimento o all’estensione dello Stato sociale” riferito sulle pagine de Il Foglio alle politiche sociali di Draghi. Stessa fonte per l’utilizzo del termine “coronadating” usato per definire il flirt ai tempi del distanziamento sociale (altra espressione a cui abbiamo dovuto abituarci). Da brividi il titolo di una testata di moda comparso lo scorso febbraio: “She-Covery, così si chiama la rimonta post pandemia delle donne”. Mentre in Rete si è diffuso il terrificante “apericovid” l’aperitivo al bar condizionato dalle regole anti-pandemia, degno figlio del mai troppo disprezzato “apericena” il vero Lord Voldemort di tutti i neologismi.