Spazi immersi

Giovanni Sofia
14/01/2022

Le profondità oceaniche e i pianeti del sistema solare hanno numerosi punti in comune. Per questo la Nasa è pronta lanciare in mare Orpheus, veicolo che aiuterà a far luce sui misteri degli abissi e del cielo.

Spazi immersi

La chiamano hadal. Il nome, omaggio al dio greco degli inferi, rende bene la paura che incute. È la zona più profonda degli oceani, di cui si conosce pochissimo e nella quale ha presto intenzione di tornare a tuffarsi, letteralmente, la Nasa. Una superficie complessivamente grande quanto l’Australia, costituita da gallerie e depressioni, dove sopravvivere è già un’impresa. L’ultima missione dell’Agenzia spaziale americana ha il fine di ribaltare un brocardo antico, per cui l’uomo saprebbe più dello spazio esterno, di quanto invece sia nascosto in fondo al mare. Ma non solo, perché secondo gli scienziati gli abissi ricreerebbero le stesse condizioni rintracciabili in altri pianeti del sistema solare. Sarebbero in grado, insomma, di fornire preziose informazioni su potenziali forme di vita presenti in orbita. Una teoria confermata dalla terminologia spesso sovrapponibile nella descrizione di spazio e abissi.

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Gli abissi sono il luogo perfetto per testare strumenti in condizioni estreme

C’è poi da non sottovalutare la chance di testare attrezzature e strumenti in condizioni estreme, impossibili da riprodurre altrove. In numeri, gli oceani ricoprono il 70 per cento del pianeta. L’ottanta di questo rimane, però, avvolto da una spessa coltre di mistero. Portarvi una luce è l’obiettivo dell’operazione condotta con la collaborazione del Woods Hole Oceanographic Institute (Whoi) del Massachusetts, storicamente interessato a scoprire i limiti a cui riescono a spingersi gli esseri viventi sulla Terra. Per scoprirlo si avvarranno di Orpheus, veicolo subacqueo delle dimensioni di un quad. Pesante 250 chili, è in lavorazione presso il Jet Propulsion Laboratory. Il nome, altro rimando alla mitologia, ovviamente non è casuale. L’eroe, leggenda vuole abbia viaggiato negli inferi, facendo poi ritorno in superficie. Ora gli scienziati si augurano faccia lo stesso il collega high-tech.

Le caratteristiche di Orpheus, il veicolo che esplorerà gli abissi

Per riuscirci userà una tecnologia simile a quella del Perseverance Mars Rover e verrà dotato di telecamere altamente sensibili, in grado di identificare formazioni rocciose e conchiglie, ma soprattutto di produrre mappe tridimensionali, arricchite da numerosi punti di riferimento. Sarà munito di una grande torcia, capace di passare alla modalità a basso consumo nei momenti di inattività. Come il cugino spaziale, sarà totalmente autonomo, programmato per prendere decisioni, rilevare e classificare il Dna ambientale e le sostanze chimiche presenti nell’acqua. Pur controllato a distanza dagli scienziati, dovrà saper riportare a galla i dati. Una missione complessa, «ma non un inedito assoluto», spiega alla Bbc Tim Shanl, biologo delle profondità marine che sta guidando il programma di esplorazione dell’Hadal dell’Oms. Prima, infatti, era toccato a Nereus, spedito nella fossa di Kermadec, nord-ovest della Nuova Zelanda e imploso a dieci chilometri sotto il livello del mare, probabilmente per la pressione insostenibile. «È riemerso dodici ore dopo, in piccoli pezzi».

Come funziona la vita negli abissi

A differenza sua, qualcuno riesce a spuntarla. Gli studiosi lo capirono all’inizio del ventesimo secolo, quando i sommergibili fecero breccia tra gli abissi, accorgendosi di un universo del tutto nuovo, che ritenevano alimentato da carcasse e detriti organici. Convinzioni poi smentite, ma solo nel 1977. Allora, un team di ricerca Usa lanciò un veicolo telecomandato a 2.440 metri di profondità, nel cuore dell’Oceano pacifico. Si acquisirono così immagini di fonti d’aria idrotermali: testimoniavano come il calore dell’attività vulcanica filtrasse dal fondo dell’oceano, rendendo le temperature dell’acqua meno insostenibili di quanto si credesse. Attorno abbondavano pesci lumaca, crostacei simili a pulci e anfipodi. Tutte specie di cui non si aveva notizia, ma in grado di vivere senza i benefici della luce, alimentandosi attraverso le sostanze chimiche emanate dalle rocce e a una pressione di oltre 6 mila 800 chili per pollice quadrato. Merito di enzimi chiamati piezoliti che impediscono alle membrane cellulari di essere schiacciate.

Da qui l’idea di poter ritrovare ecosistemi simili fuori dal nostro pianeta. Come sulla luna di Giove Europa, dove c’è un mare di acqua salata compreso tra i 60 e i 150 chilometri, e in grado di contenere il doppio dell’acqua presente complessivamente sugli oceani terrestri. Racchiuso sotto uno spesso strato di ghiaccio, pur attraversato da crepe e fratture, non sfrutta la luce solare e ha una pressione paragonabile all’hadal, dove la temperatura dell’acqua è vicina allo zero, ma sale fino 370 gradi centigradi nei pressi delle bocche d’aria idrotermali. «Sviluppare un veicolo che vi resista è molto difficile», afferma Russel Smith, ingegnere Nasa e membro del team al lavoro su Orpheus. «Servono pareti spesse per evitare di bagnare o ghiacciare l’elettronica». È il motivo per cui la macchina verrà rivestita da una schiuma composta da microscopiche sfere di vetro tenute insieme da resina epossidica, prodotta nel 2012 per consentire al regista James Cameron di portare le telecamere di Deepsea nella fossa delle Marianne.

Un pesce abissale (Getty)

Anche la luna di Saturno potrebbe avere oceani simili a quelli terrestri

Ma in lista non c’è solo Europa. Si pensa che l’attività vulcanica intorno al monte sottomarino Lō`ihi, a circa 30 chilometri al largo delle Hawaii, e a Gorda Ridge, a 120 chilometri dalla costa degli Stati Uniti, punto di incontro tra California e l’Oregon, sia simile a quella degli oceani localizzati sulla luna di Saturno Encelado. E ancora, nel 2023, la Nasa invierà un rover robotico per cercare ghiaccio al polo sud del nostro satellite. La missione olatiles Investigating Polar Exploration Rover, o Viper si concentrerà sul cratere Nobile, nella speranza diventi una risorsa da cui estrarre carburante o acqua potabile. Ma esplorare gli oceani serve anche «a salvarli», dice Laura Lorenzoni scienziata della Nasa, le cui esplorazioni «stanno fornendo informazioni che potrebbero essere vitali per salvaguardare i mari».