Alga moda

Camilla Curcio
15/10/2021

La startup israeliana Algaeing ha messo a punto una stoffa biodegradabile e atossica che riduce il consumo d'acqua e l'inquinamento generati dalla produzione di tessuti.

Alga moda

Nel mondo, l’industria della moda macina guadagni stellari e offre posti di lavoro a milioni di persone. Tuttavia, sul fronte sostenibilità, pare essere decisamente meno virtuosa: tra processi di produzione dispendiosi e ritmi inarrestabili, infatti, è uno dei settori più inquinanti. I dati parlano chiaro: il fashion è responsabile di oltre il 10 per cento delle emissioni di CO2 e non smaltisce, come dovrebbe, le grosse quantità di scarti. Il desiderio di cambiare questo scenario ha spinto Algaeing, una startup nata a Israele, a mettere a punto una stoffa biodegradabile, atossica e a basso consumo energetico. E, soprattutto, realizzata a partire dalle alghe. La sua formula permette di fabbricare fibre naturali e tessuti colorati impiegando meno acqua, riducendo a zero inquinamento e rifiuti. «Il nostro obiettivo è uno solo: sfruttare al meglio il potere di queste piante rinnovabili per contrastare in maniera proattiva il cambiamento climatico e le sue conseguenze», ha spiegato l’azienda in un comunicato.

LEGGI ANCHE: La moda sostenibile si stampa in 3D

Rivoluzionare la filiera produttiva con le alghe

Guardando agli ottimi risultati ottenuti dal loro impiego in settori come quello alimentare o farmaceutico, Renana Krebs, CEO e fondatrice di Algaeing, ha deciso di lanciarsi in un’avventura inedita. Quando, nel 2014, ha lasciato il lavoro, non avrebbe mai immaginato che, due anni dopo, avrebbe guidato un’impresa destinata, nel suo piccolo, a cambiare il sistema. Partendo dai rifornimenti di materia prima garantiti da un’altra società israeliana, Algatech, che coltiva le piante all’interno di fattorie verticali alimentate dall’energia solare (metodo che non richiede né terreni da lavorare né fertilizzanti), la startup converte il materiale vegetale in una sostanza liquida che è possibile usare come colorante o, se combinata con la cellulosa, come filato. Al momento il brevetto non è ancora disponibile sul mercato: secondo i piani di Krebs, il lancio è previsto per il 2022. «Puntiamo in alto», ha ribadito l’imprenditrice alla Cnn, «vogliamo rivoluzionare la filiera e i meccanismi che la regolano».

https://www.instagram.com/p/CMcrly8AO3a/

Una tecnologia pulita e anti-spreco

I vantaggi della tecnologia proposta da Algaeing sono numerosi. Secondo le recenti stime del WWF, per realizzare il cotone di una semplice t-shirt ocorrono più di 2700 litri d’acqua, la stessa quantità consumata da una persona in due anni. La soluzione di Krebs porterebbe a un taglio degli sprechi di circa l’80 per cento. Oltre a quello ambientale, poi, non va trascurato l’impatto umano: i lavoratori dell’industria tessile, infatti, lavorano spesso con componenti chimici pericolosi e metalli pesanti. Le tinte a base di alghe risolverebbero anche questo problema perché naturali e anallergiche. Benefici importanti anche per il consumatore. L’unico intoppo, forse, rimangono i costi più alti. «Tuttavia, non credo sia un grande problema per il brand. Anzi: probabilmente, ne accresce il valore», ha replicato la ceo.

Puntare all’economia circolare

«L’industria del fashion è da sempre molto legata alla tradizione ma, contemporaneamente, ambisce a non perdersi nessuna novità», ha sottolineato Erik Bang, responsabile dell’innovazione per l’H&M Foundation, non-profit che supporta i giovani startupper della moda. «Negli ultimi cinque anni, l’opera di sensibilizzazione sulla sostenibilità ha lasciato il segno e quest’evoluzione è ben visibile nei nuovi investimenti che si stanno facendo spazio nell’ambito della tecnologia e delle scienze». Secondo Bang, del lavoro di Algaeing se ne sentirà parlare per parecchi anni. «Stanno facendo luce su tre dei problemi più grossi dell’industria della moda: l’abuso di acqua, di sostanze tossiche e di energia». Chiaramente, consumatori e aziende non possono, da soli, cambiare le cose. Servono regole. «La legge deve adattarsi ai tempi che cambiano e favorire l’economia circolare, mettendo in un angolo le vecchie abitudini», ha aggiunto. 

Le aziende sostenibili che provano a fare la differenza

L’idea di poter sfruttare il potenziale delle alghe nel tessile ha fatto gola anche ad altre realtà. Come il marchio di indumenti maschili Vollebak che ha messo in commercio una maglietta biodegradabile fatta di eucalipto, polpa di faggio e alghe. Quando non si ha più voglia di indossarla o se, con gli anni, si consuma, basta sotterrarla in giardino e, in 12 settimane, viene assorbita. O la startup AlgiKnit che sta lavorando a una simil-lana ricavata dalla variante marina della pianta. Sulla stessa linea ma con materiali diversi, spiccano invece Orange Fiber, che ha ideato una seta nata dai sottoprodotti dei limoni, Mylo con la sua pelle nata dai funghi e Bolt Threads, che ha replicato su una trama soffice e resistente le proteine rintracciate nelle ragnatele.

https://www.instagram.com/p/B1eKXZyh9EV/