Marta – Il delitto della Sapienza su Rai2: la storia dell’omicidio di Marta Russo, al centro del docufilm

Redazione
21/10/2021

Un omicidio che a distanza di 24 anni, rimane ancora avvolto nel mistero. Al centro del docufilm Marta - Il delitto della Sapienza, stasera, 21 ottobre 2021, su Rai2, la storia della misteriosa morte di Marta Russo.

Marta – Il delitto della Sapienza su Rai2: la storia dell’omicidio di Marta Russo, al centro del docufilm

La prima serata di Rai Due questa sera, giovedì 21 ottobre 2021, a partire dalle 21.20, propone in prima visione Marta – Il delitto della Sapienza, primo appuntamento di un ciclo di cinque serate dedicate a celebri vicende della cronaca nera italiana. Prodotto da Rai Documentari e Minerva Pictures, per la regia di Simone Manetti, il docufilm si sviluppa come un viaggio narrativo attraverso uno dei casi che ha segnato la storia del nostro Paese: l’omicidio della studentessa romana Marta Russo, noto anche come ‘delitto della Sapienza’.

Marta – Il delitto della Sapienza: le cose da sapere sul docufilm in onda stasera su Rai Due alle 21.20

Marta – Il delitto della Sapienza: com’è strutturato e di cosa parlerà il documentario

Scritto da Emanuele Cava, Gianluca De Martino e Laura Allievi, Marta – Il delitto della Sapienza non si limita a esplorare soltanto la dimensione della cronaca, ricostruendo la vicenda giudiziaria del delitto consumatosi nella città universitaria della Sapienza di Roma il 9 maggio 1997. A differenza di tutti gli altri contributi audiovisivi realizzati negli anni sul tema, infatti, punta a restituire un’identità alla 22enne, parlando della vita che conduceva prima che le venisse tolta e raccontando la sua dimensione più privata attraverso la lettura delle pagine dei nove diari ai quali, tra il 1985 e il 1996, aveva affidato pensieri, sogni e ambizioni. Un racconto profondo reso ancora più emozionante dal fatto che sia proprio la protagonista, attraverso la voce dell’attrice Silvia D’Amico, a parlare di tutto quel che ha vissuto e di tutto quello che, ancora, aveva desiderio di vivere. Per la costruzione del progetto (sia per la parte investigativa che personale), il regista ha attinto da prezioso materiale di repertorio, atti del processo inediti e spezzoni di interviste e telegiornali messi a disposizione dalla teche Rai, oltre che dalle testimonianze di amici e familiari della ragazza.

Marta – Il delitto della Sapienza: la storia del caso Marta Russo

Marta – Il delitto della Sapienza: la misteriosa morte di Marta Russo

Nel maggio del 1997, la 22enne Marta Russo era nel pieno della sua giovinezza. Una ragazza normale, piena di progetti e speranze, che si divideva tra la passione per la scherma e gli studi universitari. Era iscritta a Giurisprudenza, facoltà che aveva sempre sognato di frequentare da quando si era accorta che, da grande, sarebbe voluta diventare magistrato e mettere la sua vita e le sue competenze a disposizione degli altri. Ma non ci è mai riuscita. La mattina del 9 maggio, mentre camminava con l’amica Jolanda Ricci, tra i vialetti della Sapienza, poco prima di mezzogiorno, fu raggiunta alla testa da un proiettile calibro 22  che le penetrò la nuca, dietro l’orecchio sinistro, spezzandosi in undici frammenti che le causarono danni irreversibili. I testimoni parlarono di un colpo attutito, come sparato da una carabina o una pistola col silenziatore. Trasportata al vicino Policlinico Umberto I, rimase in coma per giorni. Fino a quando, il 13 maggio, i medici furono costretti a constatare la morte cerebrale. I genitori e la sorella decisero di donarne gli organi, assecondando un desiderio espresso dalla ragazza anni prima, e la notte del 14 maggio staccarono la spina ai macchinari che la tenevano in vita. Ai funerali, tenutisi presso l’ateneo, parteciparono studenti, amici, cittadini e grandi personalità del mondo politico come Romano Prodi, LuigiBerlinguer e Walter Veltroni.

Marta – Il delitto della Sapienza: il delitto diventa un caso mediatico

In pochi giorni, l’omicidio di Marta Russo divenne un vero e proprio caso mediatico, sia per il luogo in cui era stato consumato, sia per la difficoltà delle indagini, che non riuscirono a definire un movente, barcamenandosi tra ipotesi non confermate come quella dello scambio di persona, del ‘delitto perfetto’, dell’agguato politico-terroristico e, infine, dello sparo accidentale (tesi dibattuta durante il processo). In più, giornali e telegiornali si dedicarono a coprirlo nei minimi dettagli anche per l’intervento di personalità politiche, generalmente poco avvezze a esprimere opinioni su vicende del genere. Il carattere poco chiaro delle dinamiche e l’ambiguità della situazione hanno fatto sì che, nonostante le condanne, il delitto continui a rimanere uno dei più grandi misteri della storia d’Italia.

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Marta – Il delitto della Sapienza: le indagini e il processo

A causa della complessità della scena del crimine, per ricostruire in maniera più o meno attendibile la dinamica degli eventi gli inquirenti furono costretti a ricreare virtualmente il cortile dell’università. La ricostruzione balistica che ne ricavarono fu, tuttavia, oggetto di forti critiche. Soprattutto da parte degli esperti di armi, secondo i quali le perizie non potevano sostenere con certezza che il colpo fosse partito da una stanza precisa. Uno dei tanti errori forensi che portarono a focalizzare l’attenzione sul luogo sbagliato come punto di partenza del colpo. Valutando la posizione della testa della vittima, infatti, si potevano ricostruire diverse traiettorie. Per i periti, lo sparo poteva essere partito solo dall’Istituto di Filosofia del diritto o dal bagno dei disabili di Statistica. Una minoranza, invece, basandosi sulle parole di un testimone, aveva suggerito un’opzione alternativa: la sede di Fisiologia. Nel corso delle indagini, furono diverse le piste considerate: inizialmente, si pensò che l’obiettivo fosse un impiegato dell’impresa delle pulizie o che si trattasse di un crimine maturato nel contesto lavorativo con la vittima colpita per puro caso. Due dipendenti furono indagati ma la loro posizione venne archiviata quasi subito. Successivamente, gli investigatori si spostarono sull’ipotesi terrorismo ma nessuna delle persone, nelle stanze superiori, venne collegata a quegli ambienti. Il 21 maggio, sul davanzale dell’Aula Assistenti dell’Istituto di filosofia del diritto, la Scientifica ritrovò presunte tracce di polvere da sparo. Il reperto convinse ad abbandonare tutte le tesi prese in considerazione fino a quel momento. Il vicequestore Belfiore, prima di qualsiasi conferma, sostenne si fosse trattato di due dottorandi che «giocavano con una pistola». Secondo i rilievi, il proiettile era partito da una delle finestre degli uffici al secondo piano del dipartimento di Legge. Al registro degli indagati furono iscritte in totale 40 persone e i testimoni sentiti nei giorni e nei mesi successivi portarono ai nomi di due assistenti, il 29enne Giovanni Scattone e il 30enne Salvatore Ferraro, che all’epoca tenevano corsi di filosofia del diritto, e l’usciere della facoltà, il 35enne Francesco Liparota. Alcuni studenti raccontarono in tribunale che Ferraro e Scattone avessero parlato a lezione di ‘delitto perfetto’. Pur considerandola una pista poco convincente, gli inquirenti insistevano che i due avessero voluto inscenare o simulare un delitto senza movente, ma che la situazione fosse degenerata per distrazione e imprudenza. La circostanza, da sempre negata dai due, cadde nel corso delle indagini e del primo processo. In realtà, non avevano mai tenuto un seminario sul tema né ne avevano mai parlato a lezione. Ad aggravarne la posizione, tuttavia, ci pensò un collega che dichiarò di aver sentito Ferraro usare una volta per scherzo quell’espressione. Scattone e Ferraro furono, dunque, fermati e tenuti in custodia cautelare per detenzione illegale di armi e omicidio volontario in concorso.

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Marta – Il delitto della Sapienza: le condanne

Da quel momento e nel corso di un iter giudiziario durato ben 6 anni, continuarono a proclamarsi innocenti. Tuttavia, le testimonianze della collega Maria Chiara Lipari, della segretaria Gabriella Alletto e della studentessa Giuliana Olzai (che disse di averli visti mentre si davano alla fuga), per quanto reputate controverse perché più volte modificate, portarono al verdetto finale della Cassazione. Scattone fu condannato a 5 anni e 4 mesi per omicidio colposo aggravato perché considerato l’esecutore materiale. Ferraro a 4 anni e 2 mesi per favoreggiamento, tutti scontati ai domiciliari. Uscì di scena, invece, Liparota, inizialmente condannato per favoreggiamento e assolto perché considerato vittima delle minacce dei due colpevoli e di una personalità fragile e influenzabile. Il movente non fu mai chiaro ma l’idea più coerente sembro essere quella di uno stupido gioco che, per errore, avrebbe fatto partire il colpo. Una serie di rimbalzi (provati dai rilievi) lo avrebbero poi fatto arrivare nel cranio di Russo. La pistola e il bossolo furono introvabili, come se fossero spariti nel nulla. A dare una svolta fu la particella che servì, assieme alle dichiarazioni dei testimoni, a localizzare la stanza da cui si pensava fosse partito tutto, la famosa aula 6.