Porto d’armi

Nicolò Delvecchio
15/10/2021

Mentre Hezbollah e Amal chiedono la rimozione del giudice che sta indagando sull'esplosione del 2020, a Beirut si torna a sparare per strada. Così il Libano rivive l'incubo della guerra civile.

Porto d’armi

In Libano si torna a sparare e morire. E il Paese, che da poco aveva ritrovato una parvenza di normalità con la nomina a primo ministro di Najib Bikati, ripiomba nel caos. Il 14 ottobre sei persone sono rimaste uccise, e circa 30 ferite, nel corso di violente sparatorie nate durante una manifestazione di Hezbollah e Amal. I due partiti-milizie sciiti avevano organizzato una protesta al ministero della Giustizia, per chiedere la rimozione del giudice Tarek Bitar dalle indagini sulla terribile esplosione avvenuta nel porto di Beirut il 4 agosto 2020. Nell’incidente, le cui cause sono ancora da accertare, morirono oltre 200 persone.

La manifestazione, a cui ha partecipato anche il presidente del Parlamento Nahib Berri, si è interrotta quando, da alcuni palazzi vicini, sono partiti dei colpi ai quali i miliziani sciiti hanno risposto. Scatenando, di fatto, il peggiore conflitto a fuoco nella capitale dalla fine della guerra civile nel 1990. «Miravano alla testa», è la ricostruzione di Hezbollah e Amal. Simbolici anche i luoghi dove gli scontri sono partiti, tra i quartieri di Ayn Remmane e Shiyah, con al centro la rotonda di Tayyoune. Ayn Remmane, infatti, è la roccaforte del partito cristiano-maronita Forze libanesi. Shiyah, invece, è il quartiere dei due partiti sciiti.

Un militante di Hezbollah per le strade di Beirut (Getty)

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La rotonda di Tayyoune è il centro in cui i cittadini delle due religioni si incontrano ed è stato un altro dei teatri della guerra civile. Proprio per questo motivo il conflitto a fuoco ha fatto tornare alla mente quella pagina tragica di storia: «L’aggressione ha lo scopo di spingere il Paese verso la ribellione su base religiosa», è stato il commento congiunto di Hezbollah e Amal. Samir Gegea, leader di Forze libanesi, ha condannato gli scontri e invitato le più alte cariche dello Stato a individuare al più presto i responsabili. Non ha però perso l’occasione di puntare il dito contro i rivali politici: «Gli scontri», ha detto, «sono causa della diffusione senza controllo di armi nel Paese, una costante minaccia per i cittadini». Un riferimento non troppo velato a Hezbollah. Le autorità libanesi hanno finora arrestato nove persone, tra cui un siriano (Hezbollah ha forti legami con Damasco).

Chi è Tarek Bitar, il giudice che indaga sull’esplosione al porto di Beirut

Il punto di partenza di questa storia, però, è proprio la figura del giudice Tarek Bitar. Capo della procura di Beirut, è stato nominato il responsabile delle indagini sull’esplosione al porto a febbraio, dopo che il suo predecessore Fadi Sawwan era stato rimosso dalla Corte di Cassazione. Sawwan aveva incriminato per negligenza il premier Hassan Diab (poi dimessosi) e tre ministri, i quali avevano risposto chiedendo – e ottenendo – la sua ricusazione. Un atto tra l’altro duramente criticato da avvocati, attivisti e dalle famiglie delle vittime, che lo hanno visto come una battuta d’arresto rispetto a un processo che già procedeva a rilento.

Capo della procura della capitale dal 2017, 46 anni, Bitar è un pubblico ministero rispettato e non sembra avere appartenenze politiche di alcun tipo. La sua nomina è arrivata contro il parere del ministro della Giustizia Marie Claude Najm che aveva spinto per un altro magistrato considerato però troppo vicino al Presidente della Repubblica Michel Aoun.

Manifestanti sciiti durante le proteste (Getty)

Come il suo predecessore, anche Bitar aveva iniziato a indagare sui membri dell’esecutivo libanese. A luglio, infatti, aveva avviato dei procedimenti contro l’ex primo ministro e contro gli ex ministri Ali Hassan Khalil e Ghazi Zoaiter, entrambi di Amal. Nei confronti di Khalil, il giudice aveva addirittura disposto un mandato d’arresto con le accuse di omicidio, danneggiamento, incendio doloso e atti vandalici legati a probabile dolo. I due hanno quindi presentato un’istanza per chiedere la rimozione anche di Bitar, rigettata però nella mattinata in cui sono nati gli scontri. «Vogliamo che Bitar venga sostituito con un giudice trasparente e onesto», ha commentato il segretario generale di Hezbollah, Hasan Nasrallah. Secondo alcuni esperti, i due partiti sciiti non vogliono che le indagini vadano avanti perché getterebbero luce sul contrabbando di armi, munizioni e armamenti vari delle milizie, che proprio nel porto di Beirut avrebbero avuto i loro magazzini.

A Beirut una manifestazione di Hezbollah e Amal per la rimozione del giudice Tarek Bitar ha portato a un violento conflitto a fuoco.
Miliziani di Hezbollah per le strade di Beirut (Getty)

Libano, l’esplosione al porto di Beirut e un Paese al collasso

Il 4 agosto 2020 l’esplosione di 2750 tonnellate di nitrato d’ammonio al porto di Beirut causò la morte di 214 persone, con 7 mila feriti. Le cause sono ancora sconosciute. Un evento che ha ulteriormente colpito un Paese già in ginocchio: negli ultimi tre anni il Pil pro capite libanese è calato del 40 per cento, e nel 2020 il tasso di disoccupazione è salito dal 28 al 40 per cento. In un anno, poi, la lira ha perso il 90 per cento del proprio valore, mentre sugli scaffali dei negozi mancano beni di prima necessità e medicinali. La Banca Mondiale ha inserito questa crisi economica nella top 3 delle peggiori in assoluto dal 1850 a oggi.

Dopo l’esplosione, il governo di Hassan Diab si era dimesso, e ci era voluto più di un anno per riuscire a nominare un nuovo primo ministro. L’ex premier Saad Hariri, scelto a luglio dal Presidente Aoun, non era riuscito a formare una nuova coalizione e aveva rinunciato. Solamente a settembre l’imprenditore multimiliardario Najib Bikati era riuscito a ottenere la fiducia del parlamento.