Aquila nera

Marco Fraquelli
23/10/2021

Dal saluto fascista del falconiere all'aggressione social a Elseid Hysaj per aver intonato Bella Ciao. Fino alla controversa presidenza di Ernesto Brivio. La tradizione fascistoide della Lazio e di una minoranza di suoi tifosi.

Aquila nera

«La Lazio è dei laziali, non dei fascisti». Così rimarcano i tifosi della Lazio, stufi – e sempre più irritati – di dover prendere, ancora una volta, le distanze da una minoranza fascistoide di presunti supporter che, periodicamente, “inquina” l’immagine della squadra biancoceleste. A suscitare la reazione della tifoseria “sana” l’episodio accaduto poco prima dell’inizio di Lazio-Inter giocata all’Olimpico il 16 ottobre scorso, quando Juan Bernabé, il falconiere spagnolo storico addestratore dell’aquila Olimpia, simbolo della Lazio, si è esibito in un saluto romano, di fronte alla tribuna Tevere, mentre dagli spalti sedicenti tifosi inneggiavano a gran voce al duce. Il gesto è stato prontamente stigmatizzato dal presidente Lotito, mentre la società ha emesso un comunicato ufficiale di condanna, sospendendo il falconiere per i prossimi match. E una immediata condanna è arrivata anche dall’Unione delle comunità ebraiche italiane per bocca della presidente Noemi Di Segni che ha chiesto una netta presa di posizione da parte della Lazio e della Figc.

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L’aggressione social a Elseid Hysaj per aver cantato in ritiro Bella ciao

Come si diceva, non è la prima volta che i veri supporter laziali devono prendere le distanze da una minoranza fascistoide che periodicamente si è resa protagonista di brutti episodi che, con la passione sportiva, non c’entrano nulla. Tra i più recenti (siamo nel luglio scorso) si può ricordare l’aggressione social a Elseid Hysaj, giocatore albanese (ex Napoli e Empoli) in forza alla squadra biancoceleste, reo di aver intonato Bella ciao durante un ritiro. E l’aggressione ha poi oltrepassato l’ambito dei canali social, quando sul ponte di corso Francia è apparso un enorme striscione, firmato curva Nord, che recava un messaggio assai chiaro: “Hysaj verme, la Lazio è fascista”. Del resto, quello degli striscioni fascisti non è una novità in casa Lazio (meglio, della sua curva Nord): è rimasto nella memoria quello apparso allo stadio Olimpico il 3 novembre 2013, in occasione di Lazio-Genoa, e inneggiante ad Alba Dorata, il partito neofascista greco; per la precisione a favore di Manolis Kapellonis e Yorgos Fundulis, i due giovani attivisti del movimento uccisi a colpi di arma da fuoco qualche giorno prima davanti a una sede del partito ad Atene.

Le uscite di Paolo Di Canio, «un ragazzo per bene»

Anche allora, le polemiche montarono, ricordando una serie di episodi – anche clamorosi – di inneggiamento al fascismo, al razzismo, alla xenofobia di cui si sono resi protagonisti i tifosi laziali della curva Nord. Ma non solo. Basti pensare al saluto romano più volte esibito a metà anni 2000 dal capitano Paolo Di Canio (che ebbe per l’occasione la solidarietà di Alessandra Mussolini, mentre Berlusconi difese il giocatore parlando di «un ragazzo per bene, non fascista. Lo fa solo per i tifosi, non per cattiveria. Un bravo ragazzo, ma un po’ esibizionista»), che per la “reiterazione” del gesto si beccò anche multe, squalifiche, creando persino polemiche a livello internazionale, tanto che l’allora segretario della Fifa, Joseph Blatter, minacciò dure sanzioni contro il giocatore.

la tradizione del fascismo nella lazio
Paolo Di Canio (Getty Images).

Il gesto di Di Canio sembrava voler confermare un inquietante legame con l’estrema destra che da sempre accompagna la squadra biancoceleste. Qualcuno ricorda, per esempio, come lo stesso Mussolini, ancorché tiepido tifoso, avesse comunque preso la tessera di socio laziale e non di rado si presentasse sulle tribune della Rondinella per seguire le partite della seconda squadra romana. Ma i legami più stretti sono quelli con il mondo neo (o post, se preferite) fascista. A cominciare dalla breve – tra la fine del 1962 e l’inizio del 1963 – quanto controversa presidenza di Ernesto Brivio (soprannominato “L’ultima raffica di Salò”, volontario nella Repubblica Sociale Italiana, consigliere comunale Msi a Roma con una campagna elettorale faraonica premiata da 35 mila preferenze e collaboratore del dittatore cubano Fulgencio Batista.

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Una squadra di campioni e di pistoleri

E molto vicino all’estrema destra (era per esempio grande finanziatore del Msi) fu Umberto Lenzini, il facoltoso immobiliarista romano che tutti ricordano alla presidenza della Lazio degli anni d’oro, la Lazio allenata da Tommaso Maestrelli e che nel 1974 si aggiudicò il suo primo scudetto. C’erano molti giocatori straordinari in quella squadra (Felice Pulici, Sergio Petrelli, Luigi Martini, Giuseppe “Pino” Wilson, Giancarlo Oddi, Luciano Re Cecconi, Giorgio Chinaglia, Mario Frustalupi, Vincenzo D’Amico), ma c’erano anche molti simpatizzanti dichiarati di estrema destra. Per esempio Gigi Martini, che sostenne pubblicamente di votare Msi (di cui diventò deputato, dopo la carriera calcistica), Re Cecconi e Petrelli, che avevano fama di vicinanza al partito neofascista, e Chinaglia, che non faceva mistero di essere un grande ammiratore del leader missino Giorgio Almirante (lo aveva detto pubblicamente nel 1972, per esempio, anno del boom elettorale del Msi). Si dice anche che loro e altri giocatori indossassero catenine ornate di croce celtica, ma nessuno lo ha mai provato; mentre è provato che molti girassero armati, e spesso, nei lunghi ritiri, ingannavano il tempo col tiro a segno. Si racconta anche di qualche scherzo pericoloso, per esempio l’iniziazione dei nuovi acquisti che consisteva nello sparare, al malcapitato, in mezzo alle gambe, vicino ai testicoli.

fascismo e lazio: la storia
Ernesto Brivio, presidente della Lazio nel 1962.

Luciano Re Cecconi, una finta rapina finita male

E sarà proprio uno “scherzo” finito male, quello di una finta rapina, che costerà la vita a Luciano Re Cecconi (episodio che in qualche modo decretò la fine dell’epoca di una Lazio che, nel suo Pistole e palloni del 2004, Guy Chiappaventi definiva come «squadra di pazzi, selvaggi e sentimentali, militanti missini, pistoleri e paracadutisti, giocatori d’azzardo e ballerini di night club»). Era la sera dell’8 gennaio 1977, quando il giocatore, con due amici si presentò in una gioielleria di Roma, nella tranquilla e decentrata zona della collina Fleming, per ritirare alcuni prodotti. Quando i tre entrarono nel negozio, Re Cecconi s’inventò lo scherzo di fingersi un rapinatore e, con il bavero alzato e la mano destra nella tasca del cappotto a mimare la minaccia di una pistola, esclamò: «Datemi tutto, questa è una rapina!». Purtroppo per lui, il titolare, che non era un tifoso e non lo aveva riconosciuto, reagì sparando al petto del giocatore, che morì mezz’ora dopo.

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