Le inchieste sulla Juventus e il vicolo cieco di Andrea Agnelli

Sebastiano Venier
10/11/2022

Il caso Suarez, i presunti giochini nel bilancio, le plusvalenze, gli stipendi tagliati o forse no: ormai Andrea Agnelli ha perso la credibilità per restare presidente della Juve. Rotta la fiducia con John Elkann e col ramo familiare dei Nasi. L'Avvocato cosa avrebbe fatto? Cacciato il responsabile.

Le inchieste sulla Juventus e il vicolo cieco di Andrea Agnelli

Non si perdeva una sola partita dei bianconeri. Una passione sbocciata quando l’Avvocato aveva i pantaloni corti, un amore mai finito. Giovanni Agnelli è sempre stato innamorato della sua Juventus. È stato presidente effettivo per oltre sette anni, dal luglio 1947 al settembre 1954, conquistando due scudetti, dopo la tragica scomparsa del Grande Torino. In seguito, è sempre rimasto una specie di presidente d’onore della squadra. Il suo arrivo, allo stadio Delle Alpi come al Comunale, era sempre atteso dai tifosi e dai cronisti, sicuri di avere battute destinate immancabilmente a fare titolo e a rimanere indelebili nel mondo del calcio. Era un esteta del pallone e della sua Juventus. Con la sua tipica ironia a chi gli chiedeva «vinca la Juve o vinca il migliore?», rispondeva: «Sono fortunato, spesso le due cose coincidono».

Le inchieste sulla Juventus e il vicolo cieco di Andrea Agnelli
Una mostra con le immagini dell’Avvocato Gianni Agnelli. (Getty)

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Questioni giudiziarie che minano la storia del club e quella della famiglia

In quegli anni nacque quello che è stato definito lo stile Juve. Uno strano miscuglio di impegno, sana passione, voglia di vincere e coerenza. «Di stile Juve, parlano gli altri, non noi», amava ripetere Agnelli. Certo l’Avvocato non poteva mai pensare che la sua adorata Juve potesse essere travolta da questioni giudiziarie che rischiano di minare la storia del club e la credibilità stessa della sua dinastia. Ma i tempi sono cambiati, come dimostra il processo in cui la figlia primogenita Margherita, al di là del verdetto finale, sta mettendo in seria difficoltà la dinastia imprenditoriale più famosa d’Italia. Ma probabilmente ci troviamo di fronte a una medaglia con due facce identiche. Solo l’intelligenza e il savoir-faire dell’Avvocato sono riusciti a tenere insieme il gruppo piemontese e la famiglia. La sua morte ha però evidenziato le debolezze su cui era fondato. E, forse solo adesso, John Elkann ha capito realmente quale pesante fardello suo nonno gli ha lasciato in eredità. Non tanto sul fronte societario, quanto su quello parentale. Una dinastia composta da centinaia di familiari che da sempre vivono in attesa dei dividendi, incapaci di condurre una vita quotidiana. Una normale esistenza fatta di vittorie, ma anche di sconfitte che rendono più forti. Non più arroganti.

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Andrea Agnelli e John Elkann. (Getty)

Se Andrea restasse al vertice i danni sul club sarebbero enormi 

Se l’Avvocato fosse ancora in vita che cosa avrebbe deciso sulla Juventus? Prima di tutto non avrebbe portato in Borsa il suo “giocattolo” preferito. Quotare un “hobby” è pericoloso, sapendo che poi non puoi più giocarci. In ogni caso avrebbe chiamato a raccolta la famiglia e in particolare i suoi due più fidati collaboratori, Franzo Grande Stevens e Gianluigi Gabetti, scomparso tre anni fa. Avrebbe ascoltato tutti e, dopo una lunga riflessione, preso una decisione. La più probabile? Cacciare il presidente chiunque fosse. Da alcuni anni Andrea Agnelli ha imboccato un vicolo cieco e pericoloso. La Juve è diventata uno strumento per imporsi nella casata piemontese e quindi il giocattolo si è rotto. Una domanda sorge allora spontanea: con quale credibilità può restare presidente della Juventus? Il meccanismo di fiducia si è rotto non solo con John, il vero padrone del vapore, ma con buona parte della famiglia e, in particolare, con il ramo dei Nasi. Senza dimenticare i tifosi e le istituzioni europee e mondiali. Se Andrea restasse al vertice i danni sul club sarebbero enormi e non semplici da risolvere. Certo lasciare adesso sarebbe ammettere le proprie colpe, ma l’unico erede che porta il cognome dell’Avvocato non dovrebbe avere questa paura. Lo impone non lo stile Juve, ma pure lo stile Agnelli.

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Il caso Suarez sul presunto esame farsa di italiano

Già in passato i magistrati avevano indagato sulla Juve per il caso Luis Suarez. Vicenda che non ha comportato nessuna sentenza o sanzione sportiva verso il club. Suarez, allora giocatore del Barcellona, aveva effettuato l’esame di italiano per ottenere la cittadinanza, presso l’Università per stranieri di Perugia. Esame che, secondo gli inquirenti, era stato truccato. La Juventus, che aveva messo in contatto Suarez e l’ateneo umbro era stata coinvolta nella vicenda con il sospetto che avesse contribuito ad “aggiustare” il test del giocatore. Alla fine delle indagini, la procura di Perugia aveva chiesto il rinvio a giudizio per quattro persone. Si trattava di Maria Turco, avvocato della Juventus, Giuliana Grego Bolli, ex rettrice dell’ateneo, Simone Olivieri, allora direttore generale dell’università, e la professoressa Stefania Spina, mentre Lorenzo Rocca ha già patteggiato. Fu invece sospeso il procedimento a carico di Fabio Paratici e dell’avvocato della società bianconera Luigi Chiappero. A giugno, sempre la procura ha chiesto il proscioglimento dell’avvocato Turco, mentre è stata ribadita la richiesta di rinvio a giudizio per gli altri imputati.

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Luis Suarez. (Getty)

L’accusa di stratagemmi per salvare il bilancio

Diverso il livello dell’attuale inchiesta. I magistrati che stanno lavorando sul dossier Juventus sono convinti che la società abbia utilizzato degli stratagemmi per salvare il bilancio e ingannare il mercato. Nelle settimane scorse durante le perquisizioni in sede a Torino è stato ritrovato dalla Guardia di finanza un testo, il cui titolo era “Libro nero FP” (le iniziali di Fabio Paratici). Il biglietto riporta critiche sulla gestione e sulle strategie finanziarie dell’ex manager juventino. Insieme ad altri elementi. Come il messaggio ad Agnelli di Stefano Bertola, dirigente che si occupava di contabilità. «Riduzione stipendi e plusvalenze sono operazioni chiave per la messa in sicurezza…». Secondo i pm la frase è la conferma che i cartellini gonfiati dei calciatori e gli accordi paralleli per la restituzione (sotto forma di buonuscita o di premio fedeltà) degli stipendi a cui avevano rinunciato per il Covid siano stati la strategia per far quadrare i conti. C’è poi un altro appunto che inguaia la Juventus. Un biglietto scritto da Federico Cherubini, attuale direttore sportivo, in cui va all’attacco del suo ex capo Paratici. Cherubini lo critica perché non rispetta gli orari, fa riunioni in sauna o dal barbiere e annulla gli incontri. Ma soprattutto perché fa «acquisti senza senso» e «plusvalenze artificiali». Certo si potrebbe replicare che si tratta di un ex dirigente cacciato dalla società. Ma, specialmente per le aziende quotate, esiste un problema di responsabilità oggettiva. E la macchia si sta allargando ulteriormente.

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Qualcosa non torna nella “manovra stipendi”

Anche la Consob, autorità giuridica in materia di contrattazioni, si è schierata contro la società. L’accusa è semplice. Nel ribadire la non conformità alle norme vigenti del bilancio 2021 della Juventus, il presidente Paolo Savona sostiene: «La dichiarazione di non conformità ai principi contabili internazionali e le informazioni supplementari […] dovranno essere fornite negli altri documenti rivolti al mercato nei quali venga riportata la rendicontazione contabile relativa al bilancio d’esercizio al 30 giugno 2021». La partita si gioca su un doppio fronte: quello delle plusvalenze fittizie e quello della cosiddetta manovra stipendi, grazie alla quale sarebbero stati salvati alcuni mesi di erogazione durante il periodo del lockdown nella primavera del 2020. Secondo la Consob, sussiste una dichiarazione di non conformità ai principi contabili internazionali. Si tratterebbe di operazioni di alchimie contabili prive di contenuto monetario, alle cosiddette “manovre stipendi”. In particolare le stime fornite sulle operazioni che riguardano gli ingaggi dei giocatori «sono risultate basate esclusivamente sui flussi in uscita legati ai singoli calciatori. Quanto ai flussi in entrata derivanti dalle prestazioni sportive dei calciatori, la società si è limitata ad affermare che i futuri ricavi sono inevitabilmente influenzati oltre che dalle prestazioni sportive anche da altre voci di ricavo».

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Il presidente della Juventus Andrea Agnelli. (Getty)

I bianconeri nel mirino di Consob, procura Figc e magistrati

All’atto di accusa della Commissione la Juventus ha replicato: «Gli eventuali effetti dei rilievi sollevati dalla Consob sarebbero nulli sui flussi di cassa e sull’indebitamento finanziario netto, sia degli esercizi pregressi sia di quello appena concluso». Inoltre, la difesa juventina sostiene che tali rilievi si azzererebbero nell’arco del quinquennio per le operazioni incrociate e nell’arco del quadriennio per le manovre stipendi. Resta un’ultima questione. La procura Figc aveva già portato la Juventus e altre società al processo sportivo sulle plusvalenze, ma il tribunale federale aveva assolto ad aprile tutti gli indagati e la Corte d’Appello respinto il ricorso proprio della procura. Certamente la Federazione non ha i mezzi dei magistrati e adesso, comunque, ha riaperto il caso. Ma da qui sorge subito un altro interrogativo. A che cosa serve l’attuale procura Figc?