Il prigioniero che digitalizzò la Cina

Fabrizio Grasso
24/01/2022

A Zhi Bingyi bastarono otto caratteri scritti sul muro di una cella per "insegnare" ai computer a leggere il cinese. I suoi strumenti? Soltanto, una penna rubata a un secondino e una tazza da tè.

Il prigioniero che digitalizzò la Cina

Il cinese conta decine di migliaia di caratteri. Il dizionario Kangxi ne elenca addirittura 49 mila. Inevitabilmente, scrivere al computer non è semplice. Altrettanto arduo è il compito di insegnare alle macchine un codice per leggere una lingua così complessa. Fondamentale in tal senso è stato il lavoro di Zhi Bingyi, informatico che negli Anni 60 finì dietro le sbarre con l’accusa di essere antigovernativo. Fu proprio durante la prigionia che trovò un modo per traslare i caratteri cinesi nella memoria di un computer. E lo fece anche grazie a una tazza da tè.

Zhi Bingyi, chi è l’uomo che ha ‘insegnato’ ai computer i caratteri cinesi

Con nel cv un dottorato in Fisica all’Università di Lipsia, Zhi Bingyi era un informatico altamente qualificato. Come ricorda Wired, rifiutò diverse offerte di lavoro anche negli Stati Uniti pur di contribuire alla crescita della Cina. E qui insegnò in due università, lavorando alla creazione di un piano decennale per lo sviluppo scientifico e tecnologico del Paese. A quei tempi, infatti, Pechino era arretrata rispetto all’Occidente, soprattutto dal punto di vista hi-tech.

Zhi Bingyi, l’informatico finito in carcere perché reazionario che insegnò ai computer a leggere il cinese con una penna e una tazza da tè
L’informatico Zhi Bingyi durante uno dei suoi test (Twitter)

Nonostante il suo contributo alla nazione, finì agli arresti nel luglio 1968 in qualità di «autorità accademica reazionaria». Fu rinchiuso in una piccola cella, sulle cui pareti campeggiava una scritta di otto caratteri: «Indulgenza verso coloro che confessano, severità verso coloro che rifiutano». Il monito della rieducazione popolare del Partito Comunista fu per lui la scintilla che diede avvio a una ricerca che avrebbe cambiato la storia. Fissando continuamente i caratteri, si rese conto che facevano uso degli stessi tratti, solo combinati in modo differente. Da qui l’illuminazione: era possibile trasformare quelle “pennellate” in codice informatico e, soprattutto, potevano i computer leggere il cinese?

Alla base dei primi calcoli una penna rubata e una tazza da tè

In quel periodo, Unione Sovietica e Stati Uniti stavano progredendo velocemente, spinti anche dalla corsa agli armamenti. La Cina rischiava, per via del suo complesso sistema di scrittura, di restare indietro. Tutto infatti rendeva il cinese una lingua incompatibile con i computer a causa dei tratti complessi, delle omofonie e dell’immane mole dei caratteri. Occorreva dunque trovare un sistema in grado di semplificare la scrittura. Era già in uso il sistema pinyin, romanizzazione dei grafemi cinesi, che però causava non pochi problemi nella traduzione. Nel buio della sua cella, però, Zhi non aveva nulla su cui scrivere, se non una tazza da tè. Ogni giorno, grazie a una penna rubata a un secondino, provò su di essa infinite combinazioni, facendo leva sulla memoria per ricordare successi e fallimenti. La sua precaria situazione non gli consentì tuttavia di andare oltre la semplice ideazione del codice, per la cui sperimentazione occorrevano più di una tazza e una penna. Fortunatamente, dopo 14 mesi uscì di prigione e poté dedicarsi all’impresa con il supporto della migliore strumentazione, ma ci vollero altri due anni perché la sua idea di concretizzasse.

Come funziona il sistema di combinazioni di Zhi

Il sistema di Zhi si basa su semplici regole. Ogni carattere cinese è infatti formato da una combinazione (in totale sono circa 400) di due o quattro componenti base, isolabili verticalmente e orizzontalmente. Assegnando un pulsante delle tastiere alla prima lettera latina di ogni componente, l’informatico arrivò a creare un sistema che riusciva a riprodurre sul pc il carattere in questione. Per esempio, il carattere per “strada” (路,  lu ) può essere suddiviso in quattro componenti: 口 ( kou ), 止 ( zhi ), 攵 ( pu ) , e di nuovo 口 ( kou ). Isolando la prima lettera di ogni componente si ottiene il codice KZPK da digitare sulle tastiere dei computer. Il loro insieme sviluppa sullo schermo la resa grafica del carattere “lu”.

Il sistema On-Sight di Zhi apparve nel 1978 sulla rivista scientifica cinese Nature Magazine. Grazie a codici di quattro lettere che utilizzavano tutte le 26 dell’alfabeto latino, si ottenevano combinazioni in grado di generare 456.976 possibili codici univoci. Un sistema dall’efficienza simile al codice Morse che fu salutato con entusiasmo dalla stampa nazionale e mondiale. La Cina poteva finalmente comunicare con il mondo e gestire il proprio flusso di informazioni anche digitalmente.