Movimento troppo lento

Redazione
22/07/2021

Secondo l'ultimo report di Lancet sarebbero 5 milioni ogni anno le morti riconducibili all'inattività fisica. Il quadro di per se preoccupante si è aggravato ulteriormente durante la pandemia. Tra videogiochi e dad i giovani tra le categorie più a rischio.

Movimento troppo lento

Ogni anno, nel mondo, cinque milioni di persone muoiono a causa di patologie e disturbi legati all’inattività fisica. A confermarlo una serie di studi pubblicati dalla rivista medica The Lancet che, nel sottolineare la scarsa attenzione riservata dalle autorità alle misure di potenziamento dell’attività sportiva, soprattutto nel periodo della pandemia, ha ribadito l’urgenza di attivare un piano d’azione utile a risolvere rapidamente il problema. Approfittando anche di una coincidenza favorevole: l’inizio dei Giochi Olimpici di Tokyo.

L’inattività fisica favorisce cardiopatia, diabete e cancro

Oltre a favorire l’incidenza di malattie non trasmissibili come la cardiopatia, il diabete e alcune tipologie di cancro, la sedentarietà comporta un ingente dispendio di denaro. Si parla di 54 milioni di dollari all’anno di spese sanitarie dirette (circa 45 milioni di euro), di cui 31 milioni (più o meno 26 milioni di euro) finanziati dal settore pubblico. Un quadro che si aggrava se si pensa alla diffusione del Covid19. L’assenza totale di esercizio, infatti, fa sì che le persone poco sportive e quelle già ammalate finiscano con l’essere maggiormente esposte al rischio di ricovero o morte, nel caso in cui contraggano il virus. Tra le categorie in pericolo segnalate nella pubblicazione, figurano in prima linea adolescenti e soggetti affetti da disabilità, pregiudicati da una forte assenza di stimoli e di un sistema di supporto valido che li spinga a rispettare direttive sullo sport stabilite dall’Organizzazione Mondiale della Sanità.

Meno di un’ora al giorno per lo sport

Secondo i risultati del report dedicato ai giovani, l’80 per cento dei ragazzi non riserva almeno 60 minuti della propria giornata all’attività fisica, come prescritto dall’Oms. Il 40 per cento non va mai a scuola a piedi e il 25 per cento sta seduto più di tre ore al giorno, senza contare il tempo passato alla scrivania per fare i compiti o dietro al banco durante le lezioni. Dati che diventano ancor più preoccupanti se integrati con quelli raccolti dal team di scienziati dell’Università di Cambridge, guidato dalla professoressa Esther Van Sluijs. Partendo da un campione di 38 paesi europei, i ricercatori hanno scoperto che il 60 per cento dei ragazzi e il 56 per cento delle ragazze trascorrono almeno due ore al giorno davanti alla televisione. Lo stesso monte di ore che il 51 per cento dei maschi e il 33 per cento delle femmine dedicano ai videogiochi. «La didattica online e il distanziamento sociale hanno ridotto drasticamente le occasioni per fare movimento e hanno aumentato il tempo passato davanti a uno schermo», ha spiegato la professoressa Van Sluijs a El Mundo, «Nulla di tutto questo va trascurato perché le conseguenze di queste abitudini malsane potrebbero persistere per un’intera vita».

La necessità che le Olimpiadi siano motore del cambiamento

Ma cosa c’entrano, in tutto questo, le Olimpiadi? L’ultima parte della pubblicazione del Lancet dedica uno spazio all’influenza che l’evento ha avuto sulle città che lo hanno ospitato. In termini di interesse nei confronti dello sport, pare che i giochi olimpici non abbiano avuto grande capacità di coinvolgimento. Chi faceva esercizio, ha continuato a farlo, chi non lo faceva, non si è sentito motivato a iniziare né dalle gare né dallo sforzo e dalle vittorie degli atleti. «Manifestazioni del genere sono un’opportunità importante per sensibilizzare il pubblico sull’importanza di badare alla propria salute, prendendosi cura del corpo con un allenamento studiato», ha sottolineato Adrian Bauman, l’autore dello studio, «La sfida dei governi è tradurre l’entusiasmo che queste rassegne generano nella popolazione in una serie di iniziative realizzabili e ben organizzate, in grado di smuovere le coscienze sul tema della salute pubblica».