Guerra in Ucraina, perché le sanzioni nello sport sono un duro colpo alla Russia

Matteo Innocenti
13/03/2022

Squadre bandite dalle competizioni, atleti sospesi. Anche lo sport ha reagito duramente alla guerra in Ucraina. Un aspetto non secondario per Mosca che dai tempi dell'Unione sovietica ai mondiali del 2018 lo ha ritenuto strumento di potere e propaganda.

Guerra in Ucraina, perché le sanzioni nello sport sono un duro colpo alla Russia

Da quando è scoppiata la guerra in Ucraina, la Russia è stata colpita da numerose sanzioni. Sono diversi i beni degli oligarchi più o meno vicini a Vladimir Putin e dello stesso presidente che sono stati congelati, mentre sempre più aziende hanno sospeso le operazioni nel Paese, ultime Coca-Cola e McDonald’s. A livello internazionale, si discute inoltre della possibilità di ampliare ancora i provvedimenti, includendo anche il divieto di importazione di gas e petrolio russo, già in vigore negli Stati Uniti. In un contesto del genere, anche lo sport non si è tirato indietro, alzando barriere verso la federazione, ma anche gli atleti. Un fronte apparentemente secondario, ma a cui la leadership del Paese è sempre stata particolarmente sensibile, ponendosi in linea di continuità con una tendenza già molto radicata ai tempi dell’Unione Sovietica.

Dalle olimpiadi ai mondiali, i provvedimenti sportivi erogati contro la Russia

La finale della Champions League è stata tolta a San Pietroburgo e trasferita a Parigi. E, sempre a proposito di calcio, alla Russia è stata ufficialmente preclusa la possibilità di partecipare i Mondiali 2022 in Qatar: la Polonia, avversaria nei playoff in programma a fine marzo, accederà direttamente in finale, dove affronterà la vincente tra Svezia e Repubblica Ceca. Tutti i club russi, inoltre, sono stati sospesi dalle competizioni Uefa, Champions, Europa e Conference league fino a nuovo avviso. Dopo aver dato l’ok alla partecipazione sotto bandiera neutrale, il Comitato Paralimpico Internazionale ha fatto retromarcia, stabilendo l’esclusione degli atleti russi (e bielorussi) dalle Paralimpiadi di Pechino. Il Cio, comitato olimpico internazionale, ha inoltre «vivamente raccomandato» a tutte le federazioni mondiali di non invitare atleti russi e bielorussi nelle competizioni sportive internazionali. Provvedimento erogato in seguito alla violazione della tregua olimpica, che resisteva da mille anni e termina una settimana dopo la fine delle paralimpiadi. In Formula 1, è saltato il Gran Premio di Soči e la scuderia Haas ha risolto il contratto di sponsorizzazione con Uralkali, licenziando contestualmente il pilota pagante Nikita Mazepin, figlio del patron dell’azienda chimica russa. A fare le spese delle scellerate decisioni di Putin sono stati, insomma, non solo i ricchi oligarchi che lo hanno spalleggiato, ma anche gli atleti estromessi da competizioni per le quali si erano a lungo preparati. Crudele, certo, ma secondo molti necessario. Perché utile: le sanzioni sportive sono tutt’altro che simboliche. Per capire il motivo, occorre fare un bel passo indietro, fino ai tempi dell’Unione sovietica.

Guerra in Ucraina, le conseguenze sulla Russia delle sanzioni nello sport. Perché è così importante per Putin.
1969, parata di giovani atleti sulla Piazza Rossa (Photo by Central Press/Getty Images)

L’importanza dell’attività fisica per l’Urss

Petti scolpiti, braccia forti e sguardo dritto verso un futuro luminoso: giovani dai corpi tonici erano onnipresenti sui manifesti dell’Urss, dove l’attività sportiva era per tutti un impegno quotidiano. L’ossessione sovietica per lo sport era nata tra le due guerre mondiali, negli anni successivi alla Rivoluzione d’Ottobre, quando dal punto di vista sociale la situazione era parecchio tesa. In particolare, con milioni di orfani costretti a vivere di espedienti, era cresciuta a dismisura la criminalità minorile: lo sport fu visto come uno dei mezzi per arginare la deriva. In generale, avrebbe poi dato una mano a combattere l’alcolismo e a limitare altre abitudini malsane. C’erano poi altri aspetti non secondari. In un’epoca caratterizzata da una forte industrializzazione, gli esercizi sportivi sul posto di lavoro miravano a migliorare la produttività degli operai. Nel 1931, su iniziativa del Unione della Gioventù Comunista Leninista di tutta l’Unione (Komsomol), fu lanciato un programma di allenamento fisico di massa, Gotóv k trudù i oboróne (“Preparazione per il lavoro e la difesa”), e la popolarità delle lezioni di educazione fisica tra i giovani aumentò in modo significativo. Così come la pratica del Sambo (acronimo di samozashchita bez oruzhija, “autodifesa senza armi”), arte marziale russa nata come addestramento dei soldati dell’Armata Rossa. Diventò centrale il ruolo della ginnastica nell’istruzione scolastica e i sovietici si allenavano ovunque, grazie alla capillare diffusione di palestre, piscine e centri sportivi. “Oh, sport, tu sei la pace”, recitava uno slogan della propaganda.

Guerra Fredda, tra sport e boicottaggi

Ovviamente, lo sport diventò parte integrante della Guerra Fredda. L’Unione Sovietica ha partecipato a 18 edizioni dei Giochi Olimpici, equamente distribuiti tra estivi e invernali, finendo in 13 occasioni in cima al medagliere. Nel corso delle Olimpiadi estive, l’Urss ha ottenuto l’esorbitante numero di 1.010 medaglie, di cui 395 d’oro, raccolte in larga parte tra ginnastica, atletica, lotta e sollevamento pesi, a testimonianza della bontà del programma sportivo, al netto (ma ci torneremo) del doping. L’Unione Sovietica, com’è noto, poté godere del boicottaggio di Stati Uniti e altre 64 nazioni ai Giochi di Mosca 1980, come protesta per l’invasione sovietica dell’Afghanistan, mettendo poi in atto la propria rappresaglia quattro anni dopo, quando 14 Stati del blocco sovietico non si presentarono a Los Angeles.

Guerra in Ucraina, le conseguenze sulla Russia delle sanzioni nello sport. Perché è così importante per Putin.
1980, la cerimonia di apertura dei Giochi Olimpici di Mosca (AFP via Getty Images)

La Russia e il doping di Stato

Prestazioni monstre su cui rimangono diverse ombre. Un un’inchiesta di qualche anno fa del New York Times ha raccontato che le agenzie sportive dell’Unione Sovietica stessero preparando un vasto programma di doping per le Olimpiadi losangeline, prima del forfait per ragioni politiche. E sempre a proposito di sostanze illecite e a testimonianza di quanto i risultati sportivi contino anche per Putin, nel 2021 gli atleti russi hanno partecipato ai Giochi Olimpici di Tokyo senza bandiera, come Russian Olympic Committee, a causa della squalificata inflitta dalla Wada in seguito alla scoperta di un sistema di doping di Stato. Lo stesso è accaduto in questo 2022 a Pechino, in occasione della rassegna invernale a cinque cerchi, in cui, come se non bastasse, ha tenuto banco pattinatrice Kamila Valieva. «Non solo la Russia in modo miope si è concentrata sulla vittoria a tutti i costi, ma lo ha fatto con ogni mezzo. Quindi omicidio, corruzione, traffico di droga, qualsiasi reato che darà loro un vantaggio è ammesso. In più, i russi credono che chiunque segue le regole sia debole», ha dichiarato alla Cnn Jim Walden, avvocato statunitense di Grigorij Rodčenkov, ex direttore del laboratorio nazionale russo di antidoping. «È così che hanno vinto costantemente. Ed è così che il governo russo ha usato lo sport per sostenere la propria popolarità, in modo da avere più margine di manovra per creare problemi all’estero».

Putin, lo sport come soft power

Partecipare senza bandiera è una cosa, essere esclusi dalle competizioni per la propria nazionalità un’altra. «Il Cio ha emesso le sanzioni più pesanti da quelle decise nei primi Anni Sessanta, quando aveva bandito il Sud Africa per il suo regime di apartheid», ha detto alla Cnn Michael Payne, per molti anni a capo della divisione marketing del Comitato Olimpico Internazionale. «Putin è appassionato di sport e lo ha utilizzato come proiezione della Russia sulla scena mondiale, restituendo al popolo russo un senso di profondo orgoglio». Una volta arrivato al potere nel 2000, una delle prime cose che Putin ha fatto è stata invitare il suo vecchio allenatore di judo al Cremlino. Nel corso degli anni, si è cimentato nell’hockey e si è fatto fotografare a petto nudo in sella a un cavallo. Il presidente russo sa quanto sia importante lo sport per i russi e glielo ha portato in casa: basti pensare alle Olimpiadi invernali del 2014 a Soči, città sul Mar Nero che dal 2013 ospita(va) anche il Gran Premio di Russia di F1. E poi, ovviamente, nel 2018 hanno parlato russo i Mondiali di calcio.

Guerra in Ucraina, le conseguenze sulla Russia delle sanzioni nello sport. Perché è così importante per Putin.
Mondiali di calcio 2018, la gigantografia di Lev Jascin all’interno dei vagoni della metro di Mosca (YURI KADOBNOV/AFP via Getty Images)

Putin ha spinto al massimo nello sport, usandolo come strumento di consenso. Una classica forma di soft power. Ma come può spiegare adesso ai russi, Vladimir Putin, il fatto che lui stesso sia stato sospeso dalla carica di presidente onorario e ambasciatore dell’International Judo Federation? Oppure che la revoca dell’Ordine Olimpico da parte del Cio? Social bloccati, stampa estera in fuga dalla Russia, legge-bavaglio che prevede fino a 15 anni di carcere per chiunque diffonda notizie ritenute false dalle autorità. Ma nessuna censura eviterà ai russi di farsi domande, soprattutto ai più giovani. Così come lo sport è stato importante per ottenere consenso, potrebbe rivelarsi altrettanto cruciale per il dissenso nei suoi confronti.

Ucraina, fondamentale nei successi sportivi dell’Unione Sovietica

Al netto degli sport individuali, ancora più importanti in Russia sono quelli di squadra. Il collettivo di sovietica memoria, verrebbe da dire: hockey, basket e pallavolo oltre all’immancabile calcio. Il Cska Mosca, in particolare, è una superpotenza della pallacanestro, capace di vincere per otto volte l’EuroLega, ovvero la massima competizione cestistica per club d’Europa. In 13 occasioni sempre il Cska (è una polisportiva, in epoca sovietica sotto la diretta competenza dell’Armata rossa) ha alzato al cielo la Champions League Volley. Prima che fosse tirato su il Muro di Berlino, che avrebbe inasprito il confronto con l’Occidente, l’Unione Sovietica vinse la prima edizione dei Campionati Europei di calcio. Anno 1960, star della squadra il leggendario portiere Lev Jascin. Su 11 titolari nella finale contro la Jugoslavia, però, in campo c’erano tre georgiani e un ucraino. E proprio ai calciatori di queste nazioni l’Unione Sovietica deve i suoi unici trofei conquistati in Europa a livello di club: tre Coppe delle Coppe, ottenute da Dinamo Kiev (1975 e 1986) e Dinamo Tbilisi (1981). Georgia e Ucraina: Abcasia e Ossezia del Sud, Crimea e Donbass. All’epoca non erano un problema.

Guerra in Ucraina, le conseguenze sulla Russia delle sanzioni nello sport. Perché è così importante per Putin.
1975, la Dinamo Kiev festeggia la vittoria della Coppa delle Coppe

«Quello che stanno facendo in questo momento in Ucraina è esattamente la stessa cosa che hanno fatto allo sport. La Russia dovrebbe essere bandita anche da Parigi 2024», ha detto alla Cnn l’ex ostacolista statunitense Edwin Moses, due volte campione olimpico, nel 1980 contrario al boicottaggio Usa. Che ha poi ricordato un incontro con Putin. «Mi sono seduto accanto a lui. E abbiamo conversato tutta la sera. Parlava di sport come se fosse il Sacro Graal. Di quanto fosse importante, di quanto fosse bello che i migliori atleti di ogni Paese, indipendentemente dalla loro filosofia, potessero gareggiare insieme, al di là del vincitore. Ora mi rendo conto che era solo propaganda».