Ucraina, da Biden a Macron: le posizioni dei leader sulla guerra e i riflessi nella politica interna

Stefano Iannaccone
30/03/2022

Biden alza i toni, Macron si fa mediatore. Le Pen rivede le posizioni su Putin, Conte quelle sul Pil italiano per le armi. L'atteggiamento dei politici verso la guerra riflette anche l'esigenza di rafforzare il consenso in vista dei rispettivi impegni elettorali.

Ucraina, da Biden a Macron: le posizioni dei leader sulla guerra e i riflessi nella politica interna

La guerra in Ucraina è sicuramente questione geopolitica. Ma anche argomento di dibattito, molto acceso, all’interno dei confini dei singoli Paesi. Così i leader si muovono lungo due fronti. C’è quello internazionale, con l’obiettivo gestire i rapporti con i Capi di Stato e di governo mondiali per tentare di raggiungere il cessate il fuoco, e un altro dal sapore decisamente più elettorale. Con un occhio alla necessità di rafforzare il consenso interno. Dalla Francia di Emmanuel Macron agli Stati Uniti di Joe Biden, il fine è comune, nonostante le peculiarità territoriali: gestire nel modo migliore le dinamiche intorno al conflitto per rinsaldare la propria posizione. In maniera più piccola, anche in Italia, con Giuseppe Conte, la “questione interna” sta impattando sulle scelte politiche. Spicca, in tal senso, il no pronunciato all’aumento delle spese militari voluto dal presidente del Consiglio, Mario Draghi, d’intesa con il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini. In questo caso, l’ex premier era alle prese con la corsa per tornare a essere ufficialmente presidente del Movimento 5 Stelle, missione compiuta con il 94 per cento delle preferenze.

Macron, la corsa all’Eliseo e la continua ricerca di dialogo con Vlamdimir Putin

Insomma, le bombe cadono sulle città ucraine, ma l’eco si avverte in tutto l’Occidente. Per informazioni basta spostare lo sguardo a Parigi, verso l’Eliseo, dove Macron sa di giocarsi una fetta di rielezione con la gestione del conflitto ucraino. Non a caso il presidente francese è stato il più attivo nel tentativo di confrontarsi con Vladimir Putin. Fin dai primi attacchi russi a Kyiv ha cercato una linea di dialogo. I risultati diplomatici non sono stati memorabili, anzi. Ma resta agli atti, e alla sensazione degli elettori, l’impegno costante alla ricerca della pace. Rientra nella strategia la narrazione comunicativa delle foto, circolate nei giorni scorsi, di un Macron distrutto al termine dei colloqui con il capo del Cremlino. Capo chino, volto teso, affranto, per lo sforzo compiuto. E, per marcare le distanze dallo Zar, il Capo dello Stato d’Oltralpe ha adottato lo stile-Zelensky, felpa e barba incolta, da uomo al comando delle operazioni. Un modo ulteriore per flirtare con l’elettorato in vista del primo turno delle Presidenziali, in calendario ad aprile.

Da Biden a Macron, le posizioni dei politici sulla guerra in Ucraina sono spesso dettate dall'esigenza di rafforzare il conflitto interno
Un murale raffigura Putin, Le Pen e Trump (Getty)

Marine Le Pen: marcia indietro su Putin, ma anche distanze da Zelensky

Anche la sua sfidante, Marine Le Pen, è alle prese con la questione russa, seppure da un versante opposto. La candidata del Rassemblement National, l’estrema destra, deve fare i conti con i suoi trascorsi da fan di Putin. Un fardello non indifferente in una fase storica del genere. Da qui la necessità di prendere le distanze, senza perdere la faccia in termini di coerenza. Una missione quasi impossibile. Dopo aver cancellato tutte le tracce di putinismo dall’immagine pubblica, stracciando letteralmente i volantini in cui i due erano immortalati insieme, Le Pen è alle prese con un precario esercizio di equilibrismo. La leader dell’estrema destra francese ha, infatti, affermato, che non nutre particolare ammirazione neppure per Zelensky. E ha bacchettato Biden sugli attacchi verbali rivolti a Putin.

Da Biden a Macron, le posizioni dei politici sulla guerra in Ucraina sono spesso dettate dall'esigenza di rafforzare il conflitto interno
Joe Biden (Getty)

Joe Biden: gli attacchi a Putin e la necessità di mascherare l’insuccesso in Afghanistan

Ma le dinamiche delle urne non risparmiano nemmeno gli Stati Uniti, sebbene l’orizzonte sia più lontano. A novembre, Biden è atteso dal primo vero esame: le elezioni di mid-term. Il numero uno della Casa Bianca ha indossato i panni del falco nei confronti di Putin, facendo quasi presagire un desiderio di sfidare militarmente la Russia. Prima la definizione di «criminale di guerra», dopo l’affermazione secondo cui il presidente russo «non può restare al potere». Ma anche l’appellativo di «macellaio» rivolto al leader del Cremlino. Quindi un eloquente tweet postato dall’account personale nelle scorse ore: «Un dittatore deciso a ricostruire un impero non cancellerà mai l’amore di un popolo per la libertà. La brutalità non distruggerà mai la volontà di essere liberi. L’Ucraina non sarà mai una vittoria per la Russia», ha scritto.

I toni fin troppo elevati gli sono valsi le critiche degli alleati occidentali, Macron (non a caso) in testa. Ma sul fronte interno rappresentano un modo per coprire quella rovinosa fuga dall’Afghanistan, che ha favorito il ritorno al potere dei talebani. Il presidente statunitense è chiamato a dare una prova di forza, a mostrarsi quel commander in chief che non è stato nella gestione dell’uscita dal pantano di Kabul. La questione è urgente, visto che un brutto risultato elettorale nel voto di midterm lo costringerebbe a due anni da “anatra zoppa”, ossia di governo senza poter contare sulla maggioranza del Congresso.

Da Biden a Macron, le posizioni dei politici sulla guerra in Ucraina sono spesso dettate dall'esigenza di rafforzare il conflitto interno
Giuseppe Conte e Vladimir Putin (Getty)

Giuseppe Conte e la retromarcia sul 2 per cento del Pil italiano per gli armamenti

Per Giuseppe Conte la prospettiva del voto non era quella delle Politiche. Ma ha riguardato una questione tutta interna, nel Movimento 5 Stelle: la necessità di ottenere una forte investitura con il voto degli attivisti pentastellati sul web. Non ha altre spiegazioni altrimenti la giravolta sulle spese militari. Da presidente del Consiglio, infatti, non si era mai opposto all’incremento degli acquisti di armamenti, per portare la spesa al 2 per cento del Pil, come preteso dalla Nato. Anzi nei due vertici in cui da premier aveva presenziato, ribadì l’impegno al rispetto della soglia. Nella nuova fase da leader del M5S ha invece cambiato visione, parlando maggiormente al proprio elettorato. A quella base di militanti convocata per esprimersi sulla sua leadership e che lo ha riconfermato presidente.