Perché orrore non ci separi

Guido Mariani
27/01/2022

Dopo la liberazione, Bergen-Belsen da campo di concentramento si trasformò in centro di accoglienza. Qui vennero celebrati oltre mille matrimoni. Compreso quello di Morris Weinrib e Manya Rubenstein, genitori di Geddy Lee, bassista dei Rush. La storia.

Perché orrore non ci separi

C’è una canzone che vale la pena riascoltare in occasione del 27 gennaio, giorno della memoria, è Red Sector A, brano della rock band canadese Rush del 1984 pubblicata nell’album Grace under pressure. «Tutto quello che possiamo fare è solo sopravvivere, è aiutarci a restare vivi», recita il testo. «Senti i colpi di fucile ai cancelli. Sono arrivati a liberarci? Ma cosa spero o di cosa ho paura? Per mio padre e mio fratello è troppo tardi. Ma devo aiutare mia madre a stare in piedi (…) Siamo gli unici rimasti vivi? Siamo gli unici esseri umani sopravvissuti?». Il brano rievoca la liberazione del campo di sterminio di Bergen-Belsen e nasce dai ricordi personali della madre del leader del gruppo. La storia che ha dato origine alla canzone assume oggi contorni incredibili.

La storia di Geddy Lee, il bassista dei Rush, nato in Canada da genitori ebrei polacchi

Il cantante e bassista dei Rush, Geddy Lee, è nato a Toronto con il nome di Gary Lee Weinrib ed è figlio di Morris Weinrib e Manya Rubenstein, due ebrei polacchi originari di Starachowice, entrambi vittime della deportazione. Quando i tedeschi invasero la Polonia, furono rinchiusi nel ghetto cittadino e poi trasferiti. La loro prima destinazione furono le fabbriche che i nazisti avevano ribattezzato Stabilimenti Hermann Göring, dove gli ebrei erano costretti ai lavori forzati. Nel 1944 i tedeschi iniziarono a chiudere i campi di lavoro e molti ebrei vennero uccisi sul posto, altri indirizzati verso Auschwitz. Così accadde per i due giovani, che pur essendo cresciuti nella stessa città non si erano mai incontrati. Si sarebbero conosciuti, invece, durante la prigionia. Tra loro inizialmente nacque un’amicizia. Ma in un luogo in cui non esisteva la speranza, il destino appariva tragicamente segnato. Morris fu mandato a Dachau e Manya a Bergen-Belsen. Sopravvissero miracolosamente entrambi, al contrario delle loro famiglie cancellate dall’orrore dell’Olocausto. Si ritrovarono così, come migliaia di ebrei scampati al massacro, nel lager di Bergen-Belsen che dopo la fine del nazismo fu convertito da campo di sterminio in campo profughi. Morris e Manya si riabbracciarono nelle baracche dei sopravvissuti e decisero allora di sposarsi. Il matrimonio fu celebrato proprio a Bergen-Belsen. Rimasti soli, senza più nulla e senza familiari, decisero di emigrare nel 1947 in Canada dove costruirono una nuova vita e dove nel 1953 nacque Gary “Geddy” Lee che diventerà uno degli artisti più popolari del pPaese, in una delle rock band più rispettate della scena progressive.

I 1.070 matrimoni di Bergen-Belsen, anche 50 in una settimana

La storia dei coniugi Weinrib per quanto eccezionale, non è però unica. Dopo la liberazione, Bergen-Belsen divenne il più vasto centro di accoglienza per deportati, pur tra le epidemie e le condizioni sanitarie precarie, nel 1946 si svolsero 1.070 matrimoni. Si arrivò persino a celebrare 50 matrimoni in una sola settimana. Altre coppie si conobbero nel lager e si sposarono successivamente. Uomini e donne che avevano perso tutto, trovarono la forza di scegliere la vita, di ripartire, di ricostruire delle famiglie. Uno dei primi matrimoni celebrati nel campo in Bassa Sassonia, se non il primo in assoluto, avvenne il 15 ottobre 1945. Gli sposi erano Simon Laufer e Fran (Frimit) Fuchsbrumer entrambi polacchi. Si conobbero nel campo profughi dopo essere passati da diversi lager e campi di lavoro. Quando si incontrarono Fran era ammalata di tifo e alla proposta di matrimonio di Simon oppose un netto rifiuto: «Erano in molte che lo avrebbero voluto come marito, ma lui voleva solo me», ha raccontato Fran. «Io ero magrissima, non avevo capelli perché mi avevano rasata. Ma lui insistette. E così ci sposammo. In un luogo dove così tante persone erano morte». I Laufer poi si trasferirono a Brooklyn dove divennero imprenditori di successo. Simon morì nel 1998, Fran è scomparsa nel 2019 a 96 anni dopo aver raccontato la sua storia in un libro di memorie A vow fullfilled, Una promessa mantenuta. La promessa è quella che aveva fatto alla madre che prima di essere deportata le consegnò un messaggio scritto con il suo sangue in cui c’era scritto: «Nasconditi e vivi!».

Gena Goldfinger, sposa con l’abito ricavato da un paracadute britannico

Più nota è la storia di Gena Goldfinger. Ebrea di Cracovia, venne deportata ad Auschwitz nell’inverno del ’44. Trasferita a Buchenwald e poi a Bergen-Belsen, poco prima della liberazione conobbe Anna Frank e le rimase accanto nel corso degli suoi ultimi giorni, quando la ragazza olandese era gravemente ammalata di tifo. Dopo la liberazione nell’ex-lager conobbe il soldato inglese Norman Turgel. Nell’ottobre del 1945 i due si sposarono a Lubecca, in una sinagoga che i nazisti non avevano distrutto perché utilizzavano come stalla. L’abito da sposa di Gena venne cucito con la stoffa di un paracadute dell’esercito britannico ed è ora esposto all’Imperial War Museum di Londra. Anche Howard e Nancy Kleinberg si conobbero da internati in una baracca di Bergen-Belsen. Dopo l’arrivo delle truppe inglesi, Nancy ritrovò Howard disteso accanto a un mucchio di cadaveri, ma ancora vivo. Lo accudì in attesa che si liberasse un posto in un ospedale. I due si incontrarono di nuovo in Canada dove si sposarono nel 1950 e dove sono vissuti insieme 70 anni fino alla morte di Howard avvenuta nel 2020.

I matrimoni nei lager durante la guerra

Ma nei lager ci si è sposati anche durante il conflitto. A confermarlo, la testimonianza di Raya Kagan, un’ebrea che ad Auschwitz lavorò nell’ufficio di registrazione del campo dal 1942 al 1945. Raccontò che nel ’42 le SS autorizzarono un prigioniero tedesco a sposare una donna spagnola. L’uomo sarebbe morto impiccato due anni dopo. Al museo ebraico di Sidney è conservato un annuncio di matrimonio tra Otto Ehrmann e Elfi Felixova avvenuto a Theresienstadt  il 7 febbraio 1943. Il lager era un centro di smistamento e la coppia fu separata nel 1944. Otto morì a Dachau, Elfi, rimasta incinta, perse il figlio e sopravvisse ad Auschwitz, ma morì pochi anni dopo in un manicomio.

Da luoghi di morte e sterminio, a occasione di speranza: le storie dei matrimoni celebrati nei campi di concentramento
Un uomo prega nel campo di concentramento di Bergen-Belsen (Getty)

Il ritorno della madre di Geddy Lee a Bergen-Belsen nel 1995

Nel 1995 Geddy Lee ha riaccompagnato la madre a Bergen-Belsen in occasione dei 50 anni dalla liberazione. «Per lei fu il completamento di qualcosa», ha ricordato il cantante. «Essere in quel luogo con i suoi figli è stata una rivincita. Si è sentita per la prima volta vittoriosa, come se pensasse: “io sono ancora qui e voi no!”». La memoria è anche un modo per riconoscere che la storia sa distinguere tra i carnefici che scelsero la morte e le vittime che lottarono e scelsero la vita. Tornano attuali le parole di Vasilij Grossman, lo scrittore e giornalista ucraino che fu il primo a documentare e raccontare la Shoa: «Il carnefice che non considera la sua vittima un uomo, cessa di essere uomo lui stesso. Egli uccide l’uomo che è in lui, è il suo proprio carnefice. La vittima, invece, resterà un uomo nei secoli, per quanto tu lo distrugga».