I migliori anni del nostro Vito

Stefano Iannaccone
10/08/2021

Da pasdaran di Berlusconi a paladino dei diritti civili e dell'antifascismo. Le tappe della metamorfosi del deputato di Forza Italia, che si oppone a un centrodestra espressione delle idee sovraniste di Meloni e Salvini.

I migliori anni del nostro Vito

Un forzista totalmente liberale, descritto a volte persino come un dissidente. Uno che, però, da sempre ha incarnato la quintessenza del berlusconismo. Elio Vito è diventato ora la punta di diamante di chi non vuole un centrodestra schiacciato sulle posizioni sovraniste della Lega di Matteo Salvini o di Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni. Il deputato di Forza Italia, alla sua ottava legislatura, è il personaggio del momento. Sui social è scatenato. Si batte per i diritti civili, bacchetta i leghisti in relazione al green pass, chiede maggiore coraggio ai moderati. In un contesto simile, spicca il tweet fissato sul suo profilo di pieno sostegno al ddl Zan perché «contrasta odio, violenza e discriminazioni». Un post in cui si bollano come false tutte le critiche mosse da destra. Ovvero dai suoi alleati.

Elio Vito, favorevole alla mozione di sfiducia verso Durigon

Ma è solo uno dei tanti coup de théâtre del parlamentare azzurro. Tanto per rendere l’idea, nelle ultime ore ha annunciato il voto favorevole alla mozione di sfiducia a Claudio Durigon, sottosegretario al Mef e potentissimo esponente della Lega nel Lazio, fresco di proposta di intitolare un parco ad Arnaldo Mussolini, il fratello del Duce. Il motivo? «L’antifascismo è un valore fondante la Repubblica. Non non possiamo pubblicare ogni anno foto di Falcone e Borsellino e poi restare indifferenti. Spero di non essere il solo in FI», cinguetta il deputato. Agli atti c’è anche la presa di posizione contro Silvio Berlusconi sulla federazione di centrodestra: «Sono assolutamente contrario, l’ho detto pubblicamente e mi auguro che la federazione con la Lega non si realizzi», ha affermato in un’intervista a Today.it.

Il passato da fedelissimo di Berlusconi

Eppure definire Vito un fedelissimo di Silvio Berlusconi è persino riduttivo. La sua storia è legata a doppio filo con quella del Cavaliere. È stato uno dei fondatori di Forza Italia, definito «il solo partito davvero liberale, dove non ho dovuto rinunciare neppure a una delle mie idee», e ha rappresentato quella schiera di dirigenti più leali all’ex presidente del Consiglio, di cui ha detto «ha una straordinaria capacità di interpretare i bisogni della gente». Basti pensare che nel 2007, l’allora premier interruppe addirittura le vacanze agostane per presenziare al matrimonio di Vito. Certo, in cambio ha ottenuto incarichi di prestigio. È stato capogruppo alla Camera, dal 2001 al 2008, e ministro dei Rapporti con il Parlamento tra il 2008 e il 2011. Il curriculum, insomma, è di primo piano. E, soprattutto, colorato d’azzurro. In mezzo, anche decine di comparsate sui media, sempre a fare scudo per il leader. Senza se e senza ma. Proprio, nel 2008, da ministro sosteneva fervidamente il lodo Schifani, quello per cui i processi penali delle prime cinque cariche dello Stato dovevano essere sospesi per tutto il periodo di tempo in cui la persona ricopriva quel ruolo. Nel 2011 fu al fianco di Berlusconi anche quando bisognava sostenere che Ruby fosse la nipote di Mubarak. Un berlusconiano inossidabile, che rientra nel gotha di Forza Italia dei primi anni Duemila, insieme ad altri volti mediatici, come Paolo Bonaiuti, Sandro Bondi e Fabrizio Cicchitto, Renato Schifani che nel tempo si sono però allontanati dall’alveo berlusconiano.

La riscoperta delle origini radicali

La stella di Vito si è un po’ appannata dopo l’esperienza del governo Monti, coincisa con la fine del mandato ministeriale. Ma per lui, a differenza di altri, c’è sempre stato un posto nelle liste di Forza Italia. In posizione eleggibile, chiaramente. Dalla penombra, mal digerendo l’appiattimento sulla Lega, Vito ha rispolverato le idee della gioventù, quelle che lo avevano portato al fianco dei Radicali di Marco Pannella, con cui è stato eletto alla Camera per la prima volta. Era il 1992, quando il Cavaliere era ancora solo un imprenditore di successo. E che il deputato di Forza Italia non gradisca l’inseguimento delle posizioni salviniane emerge in una polemica aperta con Claudio Borghi, deputato della Lega, durante la quale ha sostenuto che senza green pass «ci si gioca la pelle».

Una versione liberale al cento per cento, che lo porta, per esempio, a ritwittare la deputata del Pd, Lia Quartapelle, quando si tratta di denunciare le violenze del regime bielorusso. Ma una metamorfosi che gli ha anche fatto lanciare la proposta di candidatura di Marco Cappato con il centrodestra alle elezioni suppletive nel collegio di Roma-Primavalle. Un’idea che non ha avuto seguito, come era prevedibile, tra i colleghi di banco. Ma il vero cavallo di battaglia è diventato quello dei diritti civili, con in testa il ddl Zan (che lui ha anche votato nel passaggio alla Camera). Pur di difendere il provvedimento ha bacchettato Matteo Renzi per le modifiche proposte, e ha incrociato tenzone con Mario Adinolfi, paladino dei no-ddl Zan, che ovviamente esultava per la mancata calendarizzazione al Senato. E poi, come ciliegina sulla torta, ha applaudito alla vittoria olimpica di Marcell Jacobs nei 100 metri. Facendolo risuonare come una esplicita apertura allo Ius soli.