Perché il nodo delle nomine è la grande sfida di Giorgia Meloni

Andrea Muratore
02/09/2022

Meloni studia da premier e si sta rendendo conto di quanto la partita delle nomine sia decisiva e complicata. Soprattutto senza una solida classe dirigente di area a disposizione. Per questo sarebbe orientata a garantire continuità con il sistema esistente.

Perché il nodo delle nomine è la grande sfida di Giorgia Meloni

Quando il governo Draghi è caduto, nella seconda metà di luglio, molti amministratori e boiardi di Stato hanno tirato un sospiro di sollievo pensando alla futura partita delle nomine. Troppo verticistica e impositiva, a loro avviso, la linea Draghi. Troppo imprevedibile per manager e dirigenti abituati a lunghi ménage con la politica la scelta di una curia ristretta (il ministro dell’Economia Daniele Franco, il direttore generale del Tesoro Alessandro Rivera e il super consigliere Francesco Giavazzi) come vertice per le nomine. Draghi ha agito da uomo solo al comando, anche a costo di compiere scivoloni, come accaduto a maggio con la doppia sostituzione di Marco Alverà e per qualcuno anche Giuseppe Bono rispettivamente da Snam e Fincantieri, per imporre una precisa verticale di potere su partecipate, apparati, servizi. Ora con le elezioni alle porte e la prospettiva di una vittoria del centrodestra guidato da Giorgia Meloni la questione si fa complessa.

Il marketing di Giorgia Meloni e il fascismo che la perseguita sui social
Giorgia Meloni (Getty Images).

Il grande gioco di Draghi rischia di cadere sotto le pressioni del centrodestra

Per i boiardi di Stato, il ritorno alla normalità del gioco politico impone un vantaggio, ovvero la possibilità di negoziare con cordate politiche e apparati partitici, non v’è dubbio. Ma a tutte le forze che concorrono, questa è l’impressione degli addetti ai lavori, manca la visione di sistema che un governo Draghi, nel bene e nel male, possedeva. E il riequilibrio delle forze in casa centrodestra e il declino di “numeri due” importanti come Giancarlo Giorgetti e Gianni Letta, ascoltatissimo sui dossier più caldi nelle passate esperienze dei governi di Silvio Berlusconi, aprono a nuove e imprevedibili dinamiche. Tutto è sul tavolo. E quel che è certo è che il “grande gioco” di Draghi che pensava di unire in un fronte unico le nomine alle partecipate e i servizi nella fase finale del suo esecutivo cadrà di fronte alla pressione del centrodestra a trazione meloniana in caso di boom di Fdi.

Gabrielli autorità delegata - Il nodo nomine: la grande sfida politica per Giorgia Meloni?
Franco Gabrielli (Getty Images)

La partita nei servizi e il destino di Gabrielli e Belloni

L’arrocco di Draghi, racconta chi è maggiormente interessato al dossier nomine e segue da vicino Palazzo Chigi, sarebbe dovuto iniziare dalla risoluzione della contrapposizione, non più sostenibile, tra Franco Gabrielli e Elisabetta Belloni nei servizi. A Gabrielli sarebbe stato garantito un ruolo maggiormente attivo nel rapporto con la politica, a Belloni, direttrice del Dipartimento delle Informazioni per la Sicurezza (Dis), sarebbe stata invece prospettata la presidenza dell’Eni nelle imminenti nomine di primavera. Per l’ambasciatrice prestata ai servizi si prospettava dunque un promuoveatur ut amoveatur che non avrebbe avuto però il sapore della sconfitta, essendo quello del Cane a sei zampe un mondo in cui l’arte diplomatica e la visione di politica estera sono doti sempre più richieste. Ora la partita, sondaggi alla mano, si complica: il centrodestra stima apertamente Belloni, che gode di approvazione trasversale nei partiti specie alla luce del caso Quirinale. A essere contendibile è invece la poltrona di Gabrielli come sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega alla sicurezza. Fdi, confidano a Tag43 accreditate fonti vicine alla coalizione conservatrice, mira in caso di exploit elettorale a occupare questa casella perché, «legge alla mano, nominare l’autorità delegata è una facoltà del presidente del Consiglio» che nessuno nel partito dubita sarà Giorgia Meloni. E poi, si aggiunge maliziosamente, i più autorevoli contendenti nel centrodestra sono stati messi alla porta dai rispettivi partiti: Raffaele Volpi, ex presidente del Copasir, non sarà ricandidato dalla Lega, mentre Elio Vito ha abbandonato Forza Italia. Favorito per la prestigiosa poltrona è Adolfo Urso, attuale presidente del Comitato parlamentare per la Sicurezza della Repubblica.

I boiardi di Fdi: da Donnarumma a Mariani e Cutillo

Lo stop all’arrocco, che vedrebbe Belloni confermata al Dis, rende più liquida e fluida la partita delle nomine alle partecipate. Un eventuale governo Meloni pare interessato a non mutare, nella forma, lo schema Draghi di sostituzione dei presidenti nominati nel 2020 in Eni, Enel e Leonardo su spinta del Movimento 5 stelle, ma farà un ragionamento più articolato sugli amministratori delegati. In caso di vittoria del centrodestra, in particolare, in ascesa è dato Stefano Donnarumma, amministratore delegato di Terna, che molti prevedono in predicato di “promozione” a Enel in luogo di Francesco Starace. Il cui peccato originale è il rifiuto netto e deciso del nucleare, che invece il centrodestra porta avanti come obiettivo. Mentre in Leonardo Alessandro Profumo pagherebbe la sua percepita vicinanza al centrosinistra.

L'amministratore delegato di Terna, Stefano Donnarumma, è stato appena nominato nuovo presidente di GO15.
Stefano Donnarumma, amministratore delegato di Terna.

Risulta insomma assai probabile che Profumo, vicino storicamente a D’Alema e al centrosinistra come l’amico ed ex presidente Gianni de Gennaro – e unico top manager bancario italiano nel 2007, anno della nascita di Unicredit sotto la sua guida a votare alle primarie del Partito Democratico – possa essere sostituito. Lorenzo Mariani (a lungo direttore Commerciale e Sviluppo business e oggi managing director di MBDA Italia) e Gian Piero Cutillo (capo della Divisione Elicotteri) sono indicati come papabili sostituti. Per un ruolo apicale qualcuno in Fdi è arrivato a ventilare l’ipotesi del fondatore del partito e esperto di Difesa Guido Crosetto, ma secondo quanto Tag43 ha avuto modo di verificare non ci sono appigli concreti su questa ipotesi. Più incerta la partita della presidenza: il generale Luciano Carta, nominato in quota giallorossa ai tempi del Conte due, sarebbe stato senz’altro sostituito da Draghi e ora risulta in bilico. E il suo caso mostra quale sarà il vero scoglio di un eventuale governo Meloni: arruolare una classe dirigente all’altezza.

Cambiare poco perché tutto cambi

La partita delle nomine sarà sicuramente più incerta ma potrebbe, in fin dei conti, essere un Gattopardo alla rovescia: cambiare poco (nei fatti) perché tutto cambi (nella percezione). Il possibile governo di destra appare destinato a confermare ad di peso come Claudio Descalzi in Eni e Matteo Del Fante in Poste Italiane, scelti entrambi dal centrosinistra; se promuoverà Donnarumma in Enel, dovrà cercare per Terna un sostituto tra le grandi municipalizzate legate alle giunte di centrosinistra (Acea, A2A, Hera); dovrà dipendere da figure dell’establishment della vecchia guardia come Belloni; potrebbe confermare ministri del governo Draghi come Roberto Cingolani per partite strategiche come quella energetica e per le nomine politiche di figure destinate a prendere le redini dei dossier più caldi pensa a figure come Fabio Panetta, membro del board Bce e draghiano di stretta osservanza, favorito per il ruolo di ministro dell’Economia. Intoccabile pare invece Rivera, il vero stratega delle nomine, come si è visto in occasione della recente vicenda di ItaAirways.

La partita delle nomine più ghiotte del 2023, con o senza Draghi
Claudio Descalzi (Getty Images).

Discorso simile per i servizi. A maggio Draghi ha rinnovato per due anni il direttore dell’Aisi (agenzia informazioni e servizi interni), Mario Parente, e per quattro anni il numero uno dell’Aise (agenzia informazioni e servizi esterni), Gianni Caravelli. Meriti operativi sul campo e contesto globale rendono difficili “rivoluzioni” di sorta, specie se Meloni vorrà, in caso di ingresso a Palazzo Chigi, ottenere solide credenziali atlantiche. L’esecutivo potrebbe dover essere “conservatore” anche garantendo  continuità a un sistema di potere che appare radicato ben più in profondità del caduco establishment partitico. E il cui rafforzamento potrebbe essere il portato maggiormente strategico dell’era Draghi.