Liste elettorali e collegi, tutti i dilemmi da destra a sinistra

Andrea Muratore
26/07/2022

Fratelli d'Italia chiede spazio al Nord nelle roccaforti leghiste. Salvini risponde proponendo sue candidature negli uninominali al Centro-Sud. Il Pd in alto mare, tergiversa con Calenda, rompe coi grillini e teme l'accerchiamento. A due mesi dal voto, come si stanno componendo le coalizioni.

Liste elettorali e collegi, tutti i dilemmi da destra a sinistra

A due mesi dal voto, si naviga a vista. Anzi, a lista. Sia a destra sia a sinistra sono ancora tante le incognite sui due schieramenti chiamati ad affrontarsi in quella che sarà un’insolita campagna elettorale agostana, fino alla chiamata alle urne di domenica 25 settembre. Quello tra Giorgia Meloni, Matteo Salvini e Silvio Berlusconi più che una reale coalizione è un cartello elettorale. Una qualificata fonte di area leghista dice a Tag43: «Fratelli d’Italia ci fa una guerra fortissima sui territori. La partita vera sarà tutta sui collegi elettorali e la loro spartizione nel centrodestra». Non che dall’altra parte vada meglio. Un esponente del Partito democratico, parlando delle incertezze sugli assetti nel centrosinistra, dal defunto campo largo col Movimento 5 stelle alla tentazione di attingere programmi e alleati nell’area Draghi, spiega: «Le nostre liste non sono ancora pronte e c’è maretta interna».

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Giorgia Meloni. (Getty)

Il contesto: si vota ancora col Rosatellum del 2018 ma con meno parlamentari

Le fonti che abbiamo avuto modo di consultare sono concordi sul clima che vivono i partiti: ci sono diverse ombre nella corsa verso il voto. A rendere il quadro complicato c’è il mix tra il repentino sfaldamento della maggioranza di unità nazionale, le dimissioni di Mario Draghi e il rimescolamento delle carte negli schieramenti, oltre al fatto che la legge elettorale è rimasta invariata rispetto al 2018: si vota con il Rosatellum, che assegna i seggi per un terzo in quota maggioritaria e per due terzi in modo proporzionale, senza dimenticare la sforbiciata del numero dei parlamentari dovuta al referendum costituzionale del settembre 2020. Il risultato? Tensioni e sospetti interni alle forze politiche, dilemmi esistenziali sulle coalizioni, che non risparmiano nessuna formazione. La sensazione che filtra è che nessuno, forse eccezion fatta per Fratelli d’Italia, fosse veramente pronto per le elezioni anticipate.

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Giorgia Meloni con Matteo Salvini. (Getty)

Il centrodestra alla prova Meloni: vuole essere protagonista pure al Nord

Il partito di Giorgia Meloni, secondo quanto siamo in grado di apprendere, ha infatti le idee chiare: chiederà a Lega e Forza Italia regole certe per la determinazione del premier in caso di vittoria del centrodestra; punterà a giocare un ruolo determinante nella scelta dei candidati nei collegi uninominali nei quali la coalizione è data in vantaggio; vorrà posizionarsi come perno del campo conservatore. Nella Lega, complici i sondaggi che danno Fdi avanti tra i 5 e i 10 punti percentuali, sanno che l’unico modo per pesare di più è quello di mirare a costruire un gruppo parlamentare dopo le elezioni, magari assieme a Forza Italia, di dimensioni paragonabili (o superiori) a quello dei meloniani. Riuscendo magari, con questo escamotage, persino ad avere il diritto di indicare il nome del premier.

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Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni e Matteo Salvini. (Getty)

La spartizione dei collegi uninominali dovrebbe essere molto più equilibrata rispetto al 2018, anno in cui Lega e Forza Italia ottennero circa i tre quarti dei candidati agli uninominali lasciando a Fratelli d’Italia e centristi un ruolo residuale: Fdi chiede che i tre partiti maggiori siano divisi equamente con un terzo dei candidati (su 147 collegi uninominali alla Camera e 74 al Senato) ciascuno e Forza Italia impegnata a farsi carico della quota dei centristi nella coalizione. Soprattutto, il partito della Meloni chiede spazio alla Lega dove nel 2018 gliene era stato concesso di meno: il riferimento è alle storiche roccaforti del Nord in cui, al recente voto amministrativo, Fdi ha pareggiato se non addirittura sorpassato la Lega. Da Bergamo alla periferia di Milano, da Monza a Lecco, la Meloni punta i collegi blindati per il centrodestra in Lombardia; in Veneto vuole far pesare il suo ruolo predominante. Dal canto suo, ovunque il Carroccio spera nel ruolo equilibratore di Forza Italia.

La Lega punta al Centro-Sud per raccogliere i voti dispersi dal M5s

La sensazione è che una quadra si possa trovare, per quanto in modo fantasioso: l’aumento dei collegi per Fdi al Nord sarebbe controbilanciato da un aumento delle candidature leghiste negli uninominali al Centro-Sud, dove il centrodestra può sicuramente puntare a fare meglio del 2018, anno in cui il voto nei collegi maggioritari vide un cappotto grillino con 110 vittorie del Movimento 5 stelle e due sole del centrodestra. Salvini affida i suoi progetti residui di Lega “nazionale” alla speranza di essere premiato da questa scelta. Ma l’enigma su chi potrà approfittare del riflusso della marea grillina al Centro-Sud condiziona anche i calcoli del centrosinistra.

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Luigi Di Maio e Giuseppe Conte. (Getty)

Campi larghi e campi minati: tanti rischi per il Pd di Letta

Vincere un’elezione senza una presenza forte nel Mezzogiorno è impossibile. Il Pd lo ha capito dopo la batosta del referendum costituzionale del 2016 e quella del voto politico del 2018. L’interessamento dei dem per l’alleanza con il M5s nel campo largo progressista era legato al desiderio di poter sfruttare le residue rendite di posizione grilline dalla Campania alla Sicilia, ed essere competitivi nel nuovo bipolarismo. Il crollo del governo Draghi complica i calcoli e soprattutto, ancorandosi all’agenda del premier uscente e al teorema del “Draghicidio”, Enrico Letta rischia di trasformare la sua coalizione, pensata come campo “aperto” dopo la fine del campo largo, in un campo minato.

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Enrico Letta e Matteo Renzi. (Getty)

Sostanzialmente il “campo largo”era pensato, parafrasando la celebre frase di Lord Ismay sulla Nato, per tenere i pentastellati dentro (come primi partner del Pd), i cespugli di sinistra sotto (subordinati alla logica dem, nonostante le posizioni più progressiste) e i centristi liberaldemocratici fuori. Non c’era alcuna vera intenzione di raccogliere come compagni di viaggio, sottolineano molte voci dem, figure come Carlo Calenda e Matteo Renzi, intenti nella costruzione del loro polo autonomo.

Molti dem non sono pronti a un’alleanza centrista

La caduta di Draghi ha creato un duplice problema ai dem. In primo luogo, come confermato dalle nostre fonti, ha bloccato l’agenda di governo e portato il Paese a elezioni in una fase in cui il centrosinistra non aveva ancora le liste pronte, dato che il complesso gioco di negoziazione per i seggi per la (naufragata) coalizione coi cinque stelle rendeva difficile capire quanti big democratici sarebbero andati nella quota proporzionale e quanti nella quota maggioritaria. Questo pone problemi in una fase in cui a tirare le fila è un segretario di unità come Letta, che deve gestire l’equilibrio tra diverse forze. In secondo luogo, l’ex premier si trova di fronte alla prospettiva di una nuova sinergia coi centristi a cui molti esponenti di peso del partito non sono affatto preparati. Consci che, in fin dei conti, sia Calenda sia Renzi sono scissionisti da quel Pd al cui interno avevano raggiunto i picchi maggiori di visibilità politica. A favore dell’ex candidato a sindaco di Roma giova, nell’ottica dem, la capacità di battere i territori che potrebbe dare fiato alla coalizione, mentre verso l’ex Rottamatore la freddezza è trasversale. In generale, tuttavia, il “campo aperto”entusiasma decisamente poco.

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Carlo Calenda. (Getty)

Equilibrismo davvero complesso quello a cui i democratici si trovano costretti: mentre lavorano alle liste e ai candidati degli uninominali, trattano per cercare alleati e compagni di viaggio, ma si accorgono che rispetto all’innaturale alleanza coi grillini le altre strade non sono certo meno piene di insidie. Schiacciarsi sulla retorica di Calenda del bipolarismo “Draghi contro Putin” colpirebbe le sensibilità più progressiste interne al partito, specie quelle di figure come il ministro del Lavoro Andrea Orlando che vede bene il mantenimento del dialogo con Giuseppe Conte, pur con maggiori distinguo dopo il caos del 20 luglio; aprire ai centristi permetterebbe di far rientrare dalla finestra quel Matteo Renzi che ha scisso e poi silurato il Pd ai tempi del Conte-bis. Al contempo, non allearsi e andare in competizione significherebbe esporsi agli attacchi di Calenda per la rottura dell’impegno a portare avanti l’opera di Draghi.

Pericolo accerchiamento per il Pd: essere additati da tutti come il nemico

Ciò che traspare dalle fonti dem che Tag43 ha avuto modo di sentire è il timore di un accerchiamento: il Pd non vuole essere lasciato col cerino in mano. Il rischio, altrimenti, è di finire additati come nemico da battere da ogni forza politica: dal centrodestra, per naturale antagonismo politico; dal Movimento 5 stelle tornato alle origini, per supposto tradimento dell’identità che ha animato l’ultima esperienza di governo; infine da Calenda, Renzi e compagni per il rifiuto di combattere la “Battaglia di Filippi” contro i draghicidi. Nel frattempo, molti esponenti dem si preparano a tutelarsi da possibili isolamenti cercando posizioni nei listini proporzionali che garantiscono maggiori prospettive di elezione: lo stesso Letta potrebbe essere capolista in Toscana, Piero De Luca (figlio del governatore Vincenzo) in Campania, il probabile dimissionario presidente della Regione Nicola Zingaretti nel Lazio e si parla di un ruolo per Lorenzo Guerini in Lombardia. A prescindere dallo schema, è bene sottolinearlo, un solo nome non appare mai nei possibili calcoli delle alleanze: quello di Luigi Di Maio. Che a oggi sembra essere un tabù nei discorsi dem. In generale, sia il centrosinistra sia il centrodestra si avviano a elezioni quasi più per inerzia che con entusiasmo: il voto presenta più incognite che prospettive per molti. L’esito di una crisi al buio non poteva essere che un voto vissuto come slalom tra ostacoli. Emblema della difficoltà del Paese di ritrovare empatia con la politica.