Elezioni, i big che non si ricandidano e quelli che rischiano

Stefano Iannaccone
28/07/2022

Bersani, Fassina e Giachetti non si ricandideranno. Giorgetti è tentato da Regione Lombardia. Italia viva e Sinistra/Verdi devono superare lo sbarramento. Mentre sulla testa dei big M5s, da Fico a Taverna, pesa la spada di Damocle del doppio mandato. Chi non rivedremo in Aula.

Elezioni, i big che non si ricandidano e quelli che rischiano

Nei corridoi di Camera e Senato è tutto un chiacchiericcio sul posto in lista da ottenere, sulle soglie da superare, sulle strategie da completare. Mentre il Parlamento approva gli ultimi atti in sospeso, i conti per il futuro la fanno da padrone. E in tutto questo c’è chi ha una certezza: la non ricandidatura alle prossime elezioni. La stragrande maggioranza, invece, vive nell’incertezza, con un incubo: non rientrare nella legislatura che inizierà dal 13 ottobre, giorno di insediamento dei nuovi onorevoli.

L’addio di Bersani al Palazzo (come promesso)

A meno di un mese dalla chiusura delle liste, molti big hanno annunciato di non volersi ripresentare. Tra questi il nome più altisonante è quello di Pier Luigi Bersani: l’ex segretario del Partito democratico, oggi deputato di Leu, è pronto a salutare il Transatlantico, lasciando spazio al ricambio generazionale che rischia di frenare drasticamente con la riduzione dei parlamentari. Già nel novembre del 2021, Bersani aveva affermato che non si sarebbe ricandidato. «Dai, ho 70 anni», disse. Nemmeno l’affetto popolare ha modificato il suo progetto di vita: farà politica fuori dai Palazzi, sfruttando la tribuna dei talk show.

Elezioni, i big che non si ricandidano e quelli che rischiano
Pier Luigi Bersani (Getty Images).

Fassina fa un passo indietro contro la «frattura sciagurata» tra Pd e M5s

Poche ore fa anche un altro deputato di Leu, Stefano Fassina, ha annunciato che non si ricandiderà. In questo caso la ragione non è anagrafica, bensì politica. «Dato tale sciagurato quadro, vissuto con cieca baldanza di partito e di movimento, mi fermo», ha scritto su Facebook, criticando la decisione di Pd e Movimento 5 Stelle di non cercare la ricomposizione dell’alleanza. Fassina proseguirà l’impegno politico mettendo «in campo con un contributo di idee e proposte».

 

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Anche Giachetti non corre per la riconferma

Un altro nome noto non sarà presente nel nuovo Parlamento: il “mago dei regolamenti della Camera”, Roberto Giachetti, oggi con Italia viva, ha fatto sapere di non essere interessato a correre per la riconferma a Montecitorio. Continuerà a condurre i programmi di Radio Leopolda e pensare alla sua salute, dopo il tumore che lo ha colpito.

Elezioni, i big che non si ricandidano e quelli che rischiano
Roberto Giachetti (getty Images).

Giorgetti tentato da Regione Lombardia e l’addio di Toninelli

Anche a destra qualcuno potrebbe decidere di non correre per il posto da onorevole: un peso massimo come Giancarlo Giorgetti, sponda della Lega governista, è orientato a rinunciare. Si mormora che ambisca a tornare a casa, nel senso di puntare alla scalata del Pirellone e diventare presidente della Regione Lombardia. Il Parlamento perderà, si fa per dire, pure Danilo Toninelli, ex ministro delle Infrastrutture e campione di gaffe comunicative: «Tornerò a fare il mio lavoro, per me la regola dei due mandati è sacra. La politica non è un mestiere», ha dichiarato.

Quelli che prima silurano Draghi poi nascondono la mano
Il ministro per lo Sviluppo economico Giancarlo Giorgetti (Getty Images).

La truppa renziana alle prese con lo sbarramento 

Fin qui i non ricandidati volontari. Molti altri, invece, si candideranno, eccome. Ma potrebbero essere respinti dalle urne. Sondaggi alla mano, per esempio, il drappello dei renziani è in bilico. La carrellata di profili non può che iniziare da Maria Elena Boschi, attuale capogruppo di Iv a Montecitorio. La madrina della riforma costituzionale, bocciata dagli elettori nel 2016, potrebbe essere la grande esclusa dal nuovo Parlamento, ovviamente insieme al suo sodale politico, Matteo Renzi. Stessa sorte spetterebbe, in questo caso, a Ettore Rosato, vittima di se stesso o meglio di una legge elettorale cervellotica che finirebbe per punire lui e i suoi compagni di partito. Una nemesi. E ancora, la carrellata prosegue con Luigi Marattin, presidente della commissione Finanze alla Camera, e fustigatore d’ogni populismo dall’alto di un tono edotto. Spesso anche troppo. E che dire di Gennaro Migliore, ex rifondarolo convertitosi sulla strada del renzismo, e di Davide Faraone, fido scudiero dell’ex Rottamatore e oggi presidente dei senatori di Italia viva? Entrambi potrebbero guardare la prossima legislatura da spettatori.

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Ettore Rosato di Iv (da Fb).

Carfagna e Gelmini a caccia di una candidatura blindata

Il problema della soglia non riguarda solo i renziani. A ballare c’è, per esempio, il leader di Sinistra italiana, Nicola Fratoianni, che ha lanciato l’alleanza con i Verdi nei giorni scorsi con l’obiettivo di andare oltre il 3 per cento. I rilevamenti dicono che la missione è possibile, ma non facilissima. Non sono tranquille, poi, nemmeno le ministre ex Forza Italia, da Mariastella Gelmini a Mara Carfagna, in odore di avvicinamento ad Azione di Carlo Calenda. In cambio dovranno ottenere un posto blindato. Non può dormire su un comodo guanciale pure Luigi Di Maio: la sua creatura, Insieme per il futuro, è ampiamente sotto lo sbarramento previsto dal Rosatellum. Occorre un’alleanza strategica per conquistare l’agognato seggio. Il futuro è incerto quindi per l’ex ministro dello Sport, Vincenzo Spadafora, l’attuale numero due del Mef, Laura Castelli e l’ex ministra dell’Istruzione, Lucia Azzolina. I dimaiani di spicco.

Elezioni, i big che non si ricandidano e quelli che rischiano
Mara Carfagna (da Fb).

Il doppio mandato potrebbe decimare i big M5s

L’ultimo capitolo è quello dei non candidabili in caso passasse la regola dei due mandati nel Movimento 5 Stelle come chiesto (imposto) da Beppe Grillo. Tra i pentastellati infatti non c’è solo Toninelli, contento di lasciare il seggio. Anzi. Conte perderebbe buona parte dei suoi fedelissimi e big di partito. Il presidente della Camera, Roberto Fico potrebbe confermare la maledizione del numero uno di Montecitorio. Un incarico prestigioso che diventa preludio dell’oblio, o quasi. Basti pensare a Fausto Bertinotti, Gianfranco Fini e Laura Boldrini, che dopo aver guidato i lavori dell’Aula sono diventati marginali.

M5s, congelata l’espulsione di Di Maio. Conte ha espresso «forte rammarico» per le dichiarazioni del ministro. Ma nessun provvedimento.
Roberto Fico (Getty Images).

Fico, allo stato, non sarebbe nemmeno candidabile: ha sul groppone due mandati e Grillo non vuole concedere deroghe a nessuno. Lo stesso vale per la pasionaria contiana, Paola Taverna destinata a tornare tra la sua gente, da cittadina non più portavoce M5s. Chissà che non stia ripensando all’errore di far cadere il governo Draghi, con l’ormai leggendario “lo sfonnamo” (che è stato smentito qualche giorno dopo). Un destino comune a quello dell’ex ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, di Riccardo Fraccaro, a lungo braccio operativo di Conte (e Di Maio) a Palazzo Chigi nel precedente governo, di Carlo Sibilia, sottosegretario all’Interno dal 2018 (nonostante l’antico scetticismo dello sbarco dell’uomo sulla luna), e di Federico D’Incà, il “mediatore”ministro dei Rapporti con il Parlamento. Volti che hanno acquisito una popolarità, almeno mediatica. E che potrebbero finire nel girone degli ex onorevoli. Nel mix di punizioni autoinflitte, come la riduzione del numero di parlamentari e la norma interna che vieta la terza candidatura.