Eleonora Goldoni: dall’area di rigore al Project EG16

Rachele Riva
27/10/2021

Con il pallone tra i piedi e la mente sui libri, la calciatrice del Napoli racconta com'è nato Project EG16.

Eleonora Goldoni: dall’area di rigore al Project EG16

Non solo calcio, ma anche impegno nel promuovere l’importanza di una nutrizione sana. Eleonora Goldoni, classe 1996, attaccante del Napoli e maglia azzurra, si è laureata negli Usa in Clinical Nutrition e nel pieno della pandemia ha dato vita a Project EG16, un progetto che combina nutrizione e allenamento: un team di esperti che, guidati da Goldoni, mette a disposizione le proprie competenze per creare programmi alimentari e di allenamento personalizzati. Si tratta di un approccio innovativo alle tradizionali professioni del nutrizionista e del personal trainer, che non ricevono più in uno studio privato o in un centro sportivo, ma che svolgono la loro professione online, sfruttando le nuove e sempre più diffuse modalità di lavoro “smart” e adattandosi agli impedimenti che la pandemia ha imposto alla maggior parte delle categorie del lavoro. In questo modo, chiunque ha potuto cominciare un percorso verso il benessere pur trovandosi costretto tra le mura di casa. «Siamo stati spinti dal desiderio di arrivare a sempre più persone possibili per aiutarle a raggiungere il benessere psico-fisico in un periodo storico in cui era facile lasciarsi andare e abbandonarsi alla pigrizia, alla depressione e alla trascuratezza di sé stessi», racconta Eleonora Goldoni a Tag43.

DOMANDA. Quanto tempo occupa e quanto è importante la sua attività come nutrizionista?
RISPOSTA. Mi sono laureata in Clinical Nutrition dopo un percorso di quattro anni di studio e sport negli Stati Uniti, in Tennessee e da quel momento in poi ho deciso di mettere in pratica tutto ciò che ho appreso: il mio obiettivo è sempre stato quello di potermi avvicinare alle persone e aiutarle in un percorso alimentare che in realtà è anche un percorso di vita. Lo so bene io, che sulla mia pelle in passato ho vissuto un periodo difficile legato proprio al mio rapporto col cibo. Proprio per questo io e il mio team del Project EG16 lavoriamo ogni giorno con passione per garantire il migliore servizio possibile e prima di ogni altra cosa un supporto, una motivazione e una guida verso quella che è una serenità fisica e mentale.

D.  Da cosa è nata l’idea?
R. Project EG16 nasce durante il primo lockdown dall’esigenza e dalla voglia di non rimanere con le mani in mano mentre il resto del mondo sembrava essersi bloccato. Siamo stati spinti dal desiderio di arrivare a sempre più persone possibili per aiutarle a raggiungere il benessere psico-fisico in un periodo storico in cui era facile lasciarsi andare e abbandonarsi alla pigrizia, alla depressione e alla trascuratezza di se stessi. Fin dal primo giorno il successo è stato ben oltre quello sperato: le richieste sono state moltissime e grazie ad un grande lavoro di squadra il nostro team è stato in grado di offrire un servizio che fosse il più qualitativo possibile, senza mai trascurare il legame con il cliente e la passione in ogni singolo percorso.

D. A chi è rivolto il servizio offerto dal Project?
R. Chiunque può entrare nella famiglia del Project: sportivi e non, uomini e donne, giovani e “giovani dentro”, persone che vogliono dimagrire e persone che vogliono trovare maggiore serenità nel loro rapporto con il cibo e con la propria immagine allo specchio. Ognuno ha la propria storia e il proprio percorso, per questo è così importante la personalizzazione del servizio. Chiunque dovrebbe decidere di prendere in mano la propria vita, mettersi in gioco e raggiungere la versione migliore di sé stesso: e se lo farà, ci sarà il team di Project EG16 pronto per accompagnarlo in questo meraviglioso viaggio.

D. Il calcio è ormai un sogno anche per molte ragazze. Come si arriva alla maglia azzurra?
R. Ho la grandissima fortuna di giocare a calcio come lavoro e sì, ammetto che non è per nulla facile. Molte persone vedono noi atleti vivere vite “da sogno” ma non sanno che dietro in realtà si celano anche tanti pianti, momenti di difficoltà che offuscano quelli di gioia, sacrifici e rinunce. Sono arrivata dove sono ora perché la mia determinazione è sempre stata più forte di tutti gli ostacoli e dei fallimenti che ci sono stati, ci sono tuttora e continueranno ad esserci. Un giorno alla volta, un passo alla volta. Con determinazione e pazienza.

D. Lei ha solo 25 anni. Ma ha già pensato a cosa farà una volta appesi i tacchetti al chiodo?
R. Io spero di poter giocare a calcio il più a lungo possibile, anche fino ai 40 anni. Chissà. L’unica certezza che ho è che lo sport mi accompagnerà anche quando appenderò i tacchetti al chiodo, tanto che spero che il mio bambino (quando e se ne avrò uno) potrà venire allo stadio a vedere la propria mamma giocare. Nel mio futuro quindi vedo comunque il calcio anche se in forme diverse rispetto a quelle a cui sono abituata ora: come nutrizionista sportiva per esempio.