Quel veto su Casini

Marco Zini
30/01/2022

Saputo della sua candidatura al Quirinale, Draghi è stato perentorio: se passa l'ex presidente della Camera io mi dimetto dalla guida del governo. Per evitare accadesse si è mosso facendo da king maker alla riconferma di Mattarella.

Quel veto su Casini

C’è rimasto male Pier Ferdinando Casini, e con gli amici più fidati non ha mancato di esprimere tutta la sua amarezza. Quando il suo nome era ancora in corsa per prendere il posto di Sergio Mattarella, tra i più acerrimi nemici della sua candidatura non c’erano solo leghisti e pentastellati, che in lui vedono un emblema della Prima repubblica, ma niente meno che Mario Draghi. Il premier infatti avrebbe fatto sapere che in caso di elezione del pupillo di Arnaldo Forlani, recordman di presenza in Parlamento con quasi 40 anni, un minuto dopo lui si sarebbe dimesso. Evidentemente Draghi, che non aveva certo fatto mistero che al Quirinale avrebbe voluto andarci lui, mal avrebbe sopportato che la spuntasse qualcuno che non fosse Mattarella, la cui riconferma non suona certo come una sua diminutio. Tant’è che a un certo punto il premier, un po’ per sbloccare l’impasse in cui si erano infilati i partiti, un po’ per evitare sorprese, ha preso lui l’iniziativa facendo da mediatore tra i partiti e il Colle.

La vicinanza di Draghi quando Casini guidava la Commissione di inchiesta sulle banche

La cosa ha fatto molto arrabbiare Casini, protagonista a un certo punto di una auto rinuncia alla corsa che gli è valsa simpatie politiche trasversali. Così l’ex presidente della Camera non ha perfidamente mancato di raccontare che, quando nel 2017 fu eletto presidente della commissione parlamentare di inchiesta sulle banche Draghi, allora governatore della Bce, gli aveva reiteratamente manifestato non solo stima e vicinanza, ma anche un certo interesse a conoscere i dossier su cui la Commissione avrebbe indagato. Come governatore della Banca d’Italia infatti (il suo mandato iniziò nel 2006 entrando a via Nazionale al posto di Antonio Fazio), Draghi dette semaforo verde a quelle che restano le due fusioni bancarie italiane più importanti: quella tra Sanpaolo e Banca Intesa, e successivamente il matrimonio tra Unicredit e Capitalia. Nonché ad altre operazioni altrettanto importanti tra cui l’aggregazione della Popolare di Novara e Verona con quella di Lodi. Per Casini dunque il diktat del presidente del Consiglio sulla sua figura è arrivato come un fulmine a ciel sereno. Solo la sua proverbiale filosofia democristiana, quella che sin qui gli ha assicurato una lunga carriera politica anche dopo la scomparsa della Dc, gli ha fatto superare il dispiacere magari rammentando la vecchia massima di Giulio Andreotti il quale di fronte ai molti voltafaccia di amici e sodali di partito, ricordava sempre come la gratitudine fosse il sentimento del giorno prima.