Ci sarà una giudice a Kabul

Giovanni Sofia
28/09/2021

Per vent'anni hanno condannato centinaia di uomini autori di stupri, omicidi e violenze. Con il ritorno dei talebani e la liberazione dei criminali, hanno dovuto lasciare i tribunali e sono costrette a scappare per sfuggire alla loro vendetta.

Ci sarà una giudice a Kabul

Avevano promesso un approccio meno draconiano, ma come ci si aspettava non sono stati di parola. Il nuovo governo talebano ha ripristinato le punizioni corporali e imposto restrizioni persino ai barbieri. Ma soprattutto, si è nuovamente accanito contro le donne, eliminate da ruoli di potere, ridotte «al minimo indispensabile» negli uffici pubblici e, adesso messe alla sbarra anche dall’università di Kabul. In un contesto simile, dove frustate e violenza hanno represso le manifestazioni delle scorse settimane, c’è addirittura chi se la passa peggio. Sono le giudici, pioniere della lotta per diritti delle donne, coraggiose nel condannare uomini colpevoli nella migliore delle ipotesi di abusi gravissimi. Nel Paese attualmente sarebbero 220, costrette a scappare e cercare rifugi di fortuna da quando al governo sono tornati i talebani. La Bbc ne ha intercettate alcune, nascoste in località segrete e dietro pseudonimi. Tra loro c’è Masooma che durante la permanenza in tribunale ha condannato centinaia di uomini per stupro, violenza e omicidi. Una luce di speranza in un Paese in cui, ben prima del ritorno dei Talebani, Human Rights raccontava come l’87 per cento delle donne fosse rassegnata a subire abusi nella vita.

Il ritorno dei talebani è coinciso con la liberazione dei criminali

Ma la luce dal quindici agosto si è spenta di nuovo, con l’effetto collaterale che, con il ritorno del vecchio regime, anche i criminali precedentemente condannati sono stati liberati in blocco. E da allora è ricominciato il calvario. Note vocali, chiamate anonime e messaggi: il telefono delle donne si è di colpo infuocato. «A mezzanotte scoprimmo che i prigionieri erano stati rilasciati. Fuggimmo immediatamente, lasciandoci alle spalle la nostra vita». Negli ultimi 20 anni le giudici donne sono state circa 270, tra le figure più importanti del Paese, i loro volti sono piuttosto noti. «Per scappare e allontanarmi dalla città, ho indossato un burka, grazie al quale ho evitato tutti i posti di blocco». Poco dopo i vicini le hanno mandato un messaggio, spiegando come i talebani fossero passati da casa sua. Una rapida descrizione, risalire a chi fosse il mandante della spedizione non è stato complicato.

Diversi mesi prima della presa del potere, Masooma aveva condannato a vent’anni un uomo che aveva brutalmente assassinato la moglie. Dopo la sentenza, le si è avvicinato: «Quando uscirò da qui, farò a te quello che ho fatto a lei», ha detto. «Non lo presi sul serio, ma dal momento in cui si è ritrovato in libertà mi ha chiamato molte volte, affermando di aver preso in tribunale informazioni sul mio conto». Ascoltare tante donne, spiega la Bbc, equivale a sentirne una sola. È unanime il loro coro di paura e terrore. Tutte hanno dovuto cambiare almeno una volta numero di cellulare. Una narrazione contro cui si scaglia il portavoce dei talebani Bilal Karimi: «Non capisco la paura. Non dovrebbero sentirsi minacciate, ma vivere come hanno sempre fatto, come le altre persone del Paese. Le nostre forze dell’ordine sono incaricate di ricevere le denunce e proteggerle, agire in caso di violazione delle regole». Karimi ribadisce anche la previsione di un’amnistia per chi ha collaborato col vecchio governo: «La faremo. E ci auguriamo che chi voglia lasciare il Paese non lo faccia». Intanto, la grande fuga dalle carceri ha rimesso in libertà anche criminali che nulla hanno a che vedere con i talebani. «Nel caso dei narcotrafficanti mafiosi, la nostra intenzione è distruggerli senza pietà».

La storia delle giudici donne che dopo il ritorno dei talebani sono adesso costrette a scappare per evitare vendette
Donne in Afghanistan (Getty)

Le giudici provvedevano al mantenimento delle famiglie

Personalità in vista, le giudici erano capofamiglia, di cui provvedevano al mantenimento. Adesso si sono ritrovate con i conti congelati, a vivere di elemosina presso qualche parente. Come Saana da sempre impegnata contro le violenze sui bambini. Ha condannato molti esponenti dei talebani e dell’Isis. Per questo ha già ricevuto oltre venti telefonate di minacce da ex detenuti ed è nascosta insieme ad altri dodici membri della famiglia. Una sola volta un suo caro ha provato a rientrare a casa, si è trovato di fronte a talebani armati di tutto punto: «Mi hanno chiesto se fosse l’abitazione della giudice, ho risposto di non sapere dove fosse, così mi hanno spinto contro le scale, colpito col calcio di una pistola e picchiato. Avevo il volto totalmente ricoperto di sangue».

Il lavoro delle giudici è servito a diffondere nel Paese il convincimento che la violenza di genere potesse essere punita, stupro, tortura matrimonio forzato inclusi. Stesso discorso per l’imposizione di non andare a scuola o possedere proprietà. Ma il futuro è un incognita: «Non so ancora se ci sarà spazio per donne giudici. La questione è in discussione», ha detto Karimi. Tutte, dal canto loro, vorrebbero lasciare il Paese, da cui ad oggi sono partite almeno centomila persone. Tra la volontà e la realizzazione dei propositi, però, mancano i soldi e i passaporti per componenti della famiglia. In loro sostegno è intervenuta Marzia Babakarkhail, ex giudice e oggi nel Regno Unito: «Bisogna farle partire subito e tutte. Senza dimenticare coloro che vivono nelle province più remote, dove la situazione è persino peggiore. Mi si spezza il cuore ogni volta che le sento e mi ripetono di non vedere altra prospettiva se non la morte». Diversi Paesi hanno già detto di essere disposti a dare una mano, tra cui Regno Unito e Nuova Zelanda, ma è impossibile adesso valutarne termini e tempi.

La storia delle giudici donne che dopo il ritorno dei talebani sono adesso costrette a scappare per evitare vendette
Una donna con un bambino in Afghanistan (Getty)

Donne bandite dall’università di Kabul

A fare i conti con il ritorno dei talebani sono, come accennato, anche le studentesse di Kabul. Per loro è stato disposto il divieto di ingresso all’università di Kabul. O quanto meno la temporanea sospensione, almeno finché non verrà ripristinato «un ambiente islamico». È l’espressione usata dal neorettore dell’ateneo Mohammad Ashraf Ghairat sull’account Twitter. Sul social ha aggiunto di star lavorando «all’installazione di alcune tende, dietro le quali docenti e studentesse potranno tenere e seguire lezioni, creando uno scenario in linea con i dettami della religione». Ad oggi era stato loro consentito di seguire i corsi, ma in un clima di segregazione: in aule riservate e ricoperte dall’hijab.