Cosa resterà di questa tornata

Giovanni Sofia
30/01/2022

Casini con la sciarpa del Bologna, Casellati col vestito dell'elezione a presidente del Senato. Gli show di Mastella e il flop delle Maratone. Ma anche le schede bianche e l'incubo conclave. L'incontro tra Bersani e Bossi unico momento da salvare. Il diario semiserio della corsa al Quirinale.

Cosa resterà di questa tornata

Sei giorni. Otto chiame. Fiumi di maratone e valanghe di schede bianche. Del conclave a pane e acqua paventato da Letta, invece, neppure l’ombra. È trascorsa così l’ultima settimana, alla ricerca di un capo di Stato che poi c’era già. Sergio Mattarella ha raccolto 759 preferenze, non quella di Sara Cunial, deputata no Green Pass, le cui minacce di invalidare le elezioni per proteggere la democrazia hanno spaventato il giusto: per niente. Meglio di Mattarella aveva fatto solo Sandro Pertini. Nella speciale classifica, con il taglio dei parlamentari ormai imminente, resterà secondo per sempre. Un marchio perenne sull’incapacità della classe politica attuale di tirare fuori dal cilindro un nome nuovo. Ma soprattutto la conferma che andare in pensione, in Italia, è impresa tremendamente complicata. Forse la più difficile. Il capo dello Stato con un occhio seguiva il tira e molla romano, con l’altro organizzava il trasloco da Palermo. Ci ha provato in ogni modo a chiamarsi fuori, ma nei corridoi della Camera non si parlava d’altro, mentre tra i parlamentari circolava il santino con l’aureola in testa. E a ogni votazione il consenso è cresciuto.

L’investitura dal basso ha battuto il King maker

«Investitura dal basso», altro che King Maker si sono affrettati a chiamarla gli esperti e noi abbiamo imparato presto il significato di due termini nuovi. Poco, anzi nulla, importa che fuori, in un ritornello degno di Sanremo, venissero sbandierati identikit di «personalità di livello altissimo». I grandi elettori volevano Mattarella e per averlo si sono ribellati ai segretari. I cittadini, considerando la reazione in rete, anche. Si è dovuto rassegnare Pier Ferdinando Casini a cui non sono bastate l’inseparabile sciarpa del Bologna, le dichiarazioni d’amore social alla politica e al Paese e neppure l’investitura di Clemente Mastella. Il sindaco di Benevento, oltre a dare il numero di telefono in diretta tv, è diventato di colpo il politico più simpatico d’Italia e l’analista di riferimento di Enrico Mentana, a cui ha riservato mezzora al giorno di battute, qualche osservazione interessante e una metafora di stampo tennistico: «Puoi essere un bravo atleta, ma se giochi contro Federer sei destinato a perdere». Anche contro Nadal, risponderebbe Berrettini.

Alle 21 di sabato sera, poi, tutto si è dissolto in un fragoroso applauso. Much ado about nothing, avrebbe commentato Shakespeare. Da Gaber al Gattopardo, i riferimenti sono molti e sul web si sprecano facilmente. «Avevo altri programmi», ma l’Italia chiamò, dirà il neo, vecchio presidente gettando le basi per un mandato destinato complessivamente a durare 14 anni. «Un regno», lo ha definito Mentana. Un po’ come gli show di cui è conduttore, che per una settimana hanno monopolizzato la7, ma stando ai freddi numeri, non le televisioni degli italiani. Sarà che le punzecchiature costanti agli inviati Celata e Sardoni o le facce – sempre le solite – abbiano davvero stancato? L’apice il 27 gennaio, Giornata della memoria, con il presentatore a interrompere la maratona – al primo giorno di doppia chiama – per lanciare l’intervista da lui realizzata alla senatrice a vita Liliana Segre e in serata a fare lo stesso col telegiornale. Enrico, uno e trino, ma anche questa, a suo modo, potrebbe essere la fine di un’epoca. Non è andata meglio alla programmazione di Rai1, e in generale alla concorrenza. Specificarlo è doveroso e rafforza i sospetti di capolinea.

Renzi rivendica Mattarella e incassa la cessione di Vlahovic

Renzi in una settimana, e in favore di telecamere, ha incassato la cessione di Vlahovic agli eterni rivali della Juventus: «Io c’ero in piazza quando si protestava per Baggio». Ma non ha perso occasione per rivendicare la paternità delle mosse Mattarella e Draghi. Le rose di Salvini sono sfiorite a velocità doppia rispetto persino a chi dimentica di annaffiarle. Resta il dubbio invece se il segretario della Lega conoscesse effettivamente l’indirizzo di Sabino Cassese. È andata male a Elisabetta Casellati, nella cui bilancia hanno probabilmente pesato più le affermazioni su Ruby ripescate dall’armadio che il vestito già sfoggiato in occasione della presidenza del Senato. Lo aveva strategicamente riproposto nel giorno in cui i sogni di presidenza si sono fermati a 382 voti.

Ne hanno preso uno Nino Frassica, Alfonso Signorini, Claudio Baglioni Christian De Sica e Giovanni Trapattoni. Personaggi importanti, ma la corsa alla presidenza non è il Gf Vip. La gente se n’è accorta e lamentata. Grillo, stanco di notizie false, ha telefonato in diretta da Mentana per smentirne una. Conte, contrariamente al solito, ha alzato la voce dimostrando di saperlo fare e insieme al collega del Carroccio ha ritrattato a tempo di record su Elisabetta Belloni. Gasparri, approfittando del Covid, si è sanificato le ascelle in Aula. Su TikTok è diventato virale il remake del Gladiatore in versione centrodestra. Chiude il cerchio l’istantanea di Bersani e Bossi: distantissimi politicamente, vicini nelle fragilità umane. Speranza, non Roberto, che forse non sia tutto perduto.