Radical chip

Alieno Gentile
24/09/2021

Dopo anni di crisi della domanda e di politiche monetarie espansionistiche, ci troviamo di fronte a una carenza dell'offerta e al conseguente aumento dei prezzi. Ma a differenza del denaro, la "roba" non la si può stampare.

Radical chip

La sguardo di Jerome Powell in uscita dal FOMC (Federal Open Market Commettee, la riunione periodica dei presidenti dalle Federal Reserve Bank americane) sembra un po’ spento, smarrito. Secondo alcuni è l’ansia per il rinnovo del mandato, in scadenza a febbraio, ma dopo una sessione di ipnosi terapeutica la realtà è venuta a galla: Powell è smarrito perché invece di mancare i soldi, che le Banche Centrali sono diventate bravissime a stampare a ogni occasione, questa volta manca la roba: chip, navi, automobili, container, elettrodomestici, gas, polli, legname…e la Fed non può “stampare” niente di tutto questo.

Dopo 30 anni di crisi di domanda ci troviamo con una crisi di offerta

Dopo 30 anni di periodiche crisi di domanda, alle quali si risponde con politiche keynesiane di espansione monetaria, di erogazione di stimoli fiscali, di facilitazione del credito e delle condizioni finanziarie, ci troviamo nel bel mezzo di una crisi di offerta: avere un’auto richiede settimane – se non mesi – di attesa, costruire case negli Usa è diventato molto più caro per la carenza di legname, e in Uk l’acqua gasata è introvabile. Per le leadership politiche e monetarie, allevate a reagire alle crisi di domanda, lo scenario appare quantomai enigmatico. La prima reazione, come spesso accade con i traumi, è stata la negazione: è temporaneo. Questo il mantra partito dalla Federal Reserve: non preoccupatevi, c’è un po’ di attrito nelle consegne e una fiammata sui prezzi, ma è solo un effetto della ripartenza economica. Passerà. Guardando con attenzione alle parole spese dal premier Mario Draghi all’Assemblea Nazionale di Confindustria, però, si intravede qualcosa di diverso: «L’altra incognita su cui dobbiamo vigilare riguarda l’aumento dei prezzi e la difficoltà nelle forniture in alcuni settori. L’economia globale attraversa una fase di aumento dei prezzi che riguarda anche i prodotti alimentari, i noli e tocca tutte le fasi del processo produttivo. Non sappiamo ancora se questa ripresa dell’inflazione sia transitoria o permanente. Se dovesse rivelarsi duratura, sarà particolarmente importante incrementare il tasso di crescita della produttività, per evitare il rischio di perdita di competitività internazionale».

come la carenza di offerta incide sui prezzi
Mario Draghi all’Assemblea Nazionale di Confindustria (da Twitter).

Traffico navale a singhiozzo tra quarantene e porti chiusi

Considerando che Draghi è uno dei pochi, insieme a Janet Yellen, che vanta sia una esperienza in preminenti ruoli politici che un’esperienza in posizioni da leader monetario, è opportuno soppesare a dovere le sue considerazioni. Un po’ come quando il traffico autostradale presenta rallentamenti a tratti, con quello strano effetto elastico tra fasi a scorrimento e momenti di paralisi, oggi il traffico navale si trova preda di quarantene, porti chiusi, carenza di lavoratori. Una serie di elementi che rallentano le consegne e innalzano i costi. Molti beni ciclici, i cui ordinativi si sono fermati quando c’erano le avvisaglie di una profonda recessione dovuta alla pandemia, hanno inaspettatamente avuto una tenuta o una impennata di domanda, mandando fuori giri le catene di forniture a cui questa sincope intensa e rapidissima dell’economia ha letteralmente tagliato le gambe.

La trasformazione del mondo del lavoro post pandemia

Anche il mondo del lavoro è molto diverso da com’era prima della pandemia: ci sono negli Usa oltre il 40 per cento di posizioni aperte in più. Però, tra scuole chiuse, paura del contagio, accesso facile a generosi sussidi, sembra che nessuno sia disposto a servire ai tavoli, guidare camion o girare hamburger su una piastra rovente per pochi dollari l’ora. Ecco allora che alcune attività riducono gli orari o i giorni di apertura, mentre in alcuni punti vendita McDonald si offrono fino a 18 dollari l’ora (ovvero quasi 40 mila dollari l’anno). Aggiungiamo che il prezzo del gas, triplicato da inizio anno, ha messo in crisi le aziende di fertilizzanti, proiettando sulla produzione alimentare oscure ombre per i mesi a venire. Col prezzo del petrolio a 75 dollari al barile (quando poco più di un anno fa il prezzo era sceso clamorosamente sottozero) sembrerebbe chiaro che il costo della produzione – tra materie prime più care, trasporti più onerosi e salari maggiorati – non possa che salire, e la combinazione con la probabile dinamica di aumenti dei salari sembra la ricetta perfetta per uno scenario dove l’inflazione sia più persistente che temporanea.

carenza di offerta: la nuova sfida dell'economia globale
Container fermi al porto di Los Angeles (Getty Images).

Problemi logistici più che di produzione

Tuttavia qualche raggio di luce c’è. Il primo arriva dal settore dei chip, da cui tutta questa generale carenza di beni sembra essere cominciata: la TMSC (Taiwan Semiconductor, di gran lunga il produttore leader del comparto) ha deciso di alzare sensibilmente il prezzo dei suoi chip per mettere fine al double-booking. La società ha denunciato una pratica frequente: per guadagnare considerazione presso un fornitore di beni scarsi si tende a fare ordinativi gonfiati, così da garantirsi un trattamento di riguardo. La grande tensione fra domanda esplosiva e carenza di offerta sarebbe quindi basata, in parte, su una domanda amplificata artificialmente. A questo bisogna aggiungere che la sensazione che le merci non ci siano si scontra con una realtà di porti pieni di merci stoccate in attesa di riuscire a essere imbarcate e partire: un problema logistico, non di produzione. Non solo. La crisi del comparto immobiliare cinese, manifestatasi con le difficoltà finanziarie del colosso Evergrande, implica poi un probabile calo di domanda di metalli industriali e materiali da costruzione nei prossimi mesi.

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La sede Evergrande di Shanghai (Getty Images).

L’inflazione difficilmente rientrerà a livelli di zerovirgola

Insomma, manca la roba, la Banca Centrale non può “stamparla” come finora ha sempre fatto per farci superare le fasi più acute, ma la domanda potrebbe diventare meno corposa mentre i rallentamenti a elastico nei trasporti vanno risolvendosi ripristinando la capacità dell’offerta di arrivare a riempire gli scaffali. La partita fra situazione temporanea e inflazione persistente è ancora aperta. Quello che possiamo già dare per scontato, però, è che il livello dell’inflazione difficilmente rientrerà completamente verso i livelli da zerovirgola a cui eravamo abituati, e questo avrà un impatto su moltissime aree: dal mondo del lavoro ai tassi di interesse, dai prezzi delle case al costo dei mutui e delle bollette per il riscaldamento. La speranza quindi di “tornare alla normalità”, cioè alle condizioni che avevamo nel 2019, è vana: non si “torna” mai da alcuna parte, si procede sempre verso scenari che mutano di continuo. E imparare a prendere rapidamente le misure del contesto in cui di volta in voltaci si trova, potrebbe essere la nostra arma migliore.