Cremazione, così le ceneri diventano rifugio per i pesci

Fabrizio Grasso
22/02/2022

Aumentano le persone che scelgono di spargere le proprie ceneri negli abissi per salvaguardare l'ecosistema. Mescolate al cemento danno origine a dei blocchi dove trovano rifugio pesci e crescono coralli. Ma per alcuni esperti il sistema non è green.

Cremazione, così le ceneri diventano rifugio per i pesci

Spargere le ceneri in mare non è usanza rara. La tendenza oggi si è evoluta in chiave green. Sono in aumento infatti le persone che chiedono di spargere le proprie ceneri in mare per salvaguardare le barriere coralline. Il fenomeno sta prendendo piede in varie parti del mondo, dal Regno Unito agli Usa, nonostante il costo possa arrivare fino 7500 dollari.

Cresce la tendenza di immergere le proprie ceneri in mare per aiutare alghe, coralli e pesci. Un progetto green non esente da scetticismi.
I coralli crescono sulle sfere realizzate con cemento e le ceneri dopo la cremazione (Getty)

Dopo la cremazione si realizzano sfere di cemento con le ceneri 

Come il trend possa aiutare l’ambiente è piuttosto semplice da spiegare. Dopo la cremazione, le ceneri finiscono all’interno di una soluzione di cemento a pH neutro con cui realizzare delle sfere, il cui peso oscilla fra 250 e 1800 chilogrammi. Tali oggetti vengono poi immersi nelle acque del mare all’interno di aree protette e controllate, solitamente nei pressi delle barriere coralline. Grazie alla loro superficie ruvida, infatti, sono luogo ideale per la crescita di alghe e coralli, oltre che ottimo rifugio per pesci di piccola taglia. La famiglia del defunto riceve poi le coordinate gps della sfera, in modo da poter monitorare la crescita della vita animale e vegetale.

Cresce la tendenza di immergere le proprie ceneri in mare per aiutare alghe, coralli e pesci. Un progetto green non esente da scetticismi.
Un sub “visita” le sfere contenenti le ceneri di un defunto sul fondale del mare (Twitter)

Eternal Reef, fra i principali enti promotori di tale tendenza, ha già immerso oltre 3000 memoriali subacquei in 25 siti differenti degli Stati Uniti, dal Texas al New Jersey. Le richieste sono in continuo aumento, tanto da essere addirittura triplicate durante la pandemia. Fra gli acquirenti soprattutto amanti del mare, ma anche individui che intendono contribuire in ogni modo alla tutela del pianeta. «Le piante trovano una nuova casa e i pesci un luogo attorno a cui nuotare», ha detto al Guardian Janet Hook, odontoiatra statunitense che ha deciso di aderire al progetto. «All’inizio ero scettica, ma l’idea di pesciolini arancioni che sfrecciano attorno alle mie ceneri non mi dispiace». Il costo parte da 3000 dollari, ma può arrivare a 7500 in base alla grandezza della propria sfera. Parte del ricavato è poi devoluto alla tutela delle barriere coralline, da tempo sotto la spada di Damocle del cambiamento climatico.

Un progetto in Florida intende ospitare oltre 250 mila sepolture subacquee

Assieme alle domande crescono anche le compagnie che offrono il servizio. Spicca l’idea di Neptune Memorial Reef. Il direttore Jim Hustlar ha infatti affermato di voler ospitare oltre 250 mila memoriali in un’area di 6,5 ettari (65mila metri quadri) nel corso dei prossimi anni. L’obiettivo è dare vita a una barriera corallina artificiale in grado di ospitare anche le 56 specie di pesci, granchi e spugne che popolano le acque a largo della East Coast.

Cresce la tendenza di immergere le proprie ceneri dopo la cremazione in mare per aiutare alghe, coralli e pesci. Un progetto green non esente da scetticismi.
Le sfere di cemento prima di essere immerse nelle acque (Getty)

L’idea ha preso piede anche nel Dorset britannico, dove è attiva dal 2014 la Solace Reefs dei sub locali Marcus Darler e Sean Webb. Dalla sua fondazione, la società ha contributo all’installazione di 16 memoriali, ma l’obiettivo è aumentare sensibilmente il ritmo. Diversi scienziati hanno infatti espresso il loro consenso per il progetto, elogiandone la cura e i vantaggi. «Si crea così un fondale marino indisturbato», ha detto al Guardian Murray Roberts, biologo dell’università di Edimburgo. «Immaginate la costernazione di fronte a una pesca a strascico nei luoghi di riposo di un proprio caro».

Il partito degli oppositori promuove la sepoltura tradizionale

Non mancano però gli scettici. Il sistema infatti non può prescindere dalla cremazione che, mediamente, rilascia nell’atmosfera 400 chilogrammi di CO₂ per ogni corpo. La produzione del cemento, fondamentale per la realizzazione delle sfere, è inoltre responsabile dell’8 per cento delle emissioni globali e lo stesso calcestruzzo ha un ingente impatto ambientale. «La cremazione è un disastro», ha detto Rose Inman-Cook, manager dell’ente benefico Natural Death Center, che promuove la sepoltura canonica. «La tradizione rappresenta la scelta migliore per l’ambiente».