Come la Cina sfrutta social e influencer per la propaganda politica

Camilla Curcio
30/03/2022

Reporter che si fingono travel blogger e content creator pagati per diffondere fake news o mezze verità. È l'esercito social assoldato da Pechino per vendere un'immagine della Cina senza sbavature e distogliere l'attenzione dalle questioni spinose.

Come la Cina sfrutta social e influencer per la propaganda politica

In Cina, la propaganda di governo coinvolge pure gli influencer e le webstar. Ne è un esempio lampante Vica Li che, ai suoi 1,4 milioni di follower su YouTube, Tik Tok, Instagram e Facebook si presenta come una life blogger con l’obiettivo di mostrare al pubblico il suo Paese e offrire consigli per girarlo in lungo e in largo senza troppe difficoltà. «Attraverso la mia lente, vi porterò in giro per il Paese e nella mia vita», questo il claim che ripete spesso nei suoi video e sui suoi account. La sua lente, però, sembra la stessa usata dalla CGTN, la televisione di stato cinese, dove è apparsa in diverse trasmissioni e per la quale lavora, così almeno è riportato sul sito del network, come digital reporter. Non solo. Il suo profilo Facebook risulta in realtà gestito da almeno nove persone di cui non è nota l’identità. 

Blogger e influencer alla corte di Xi Jinping

Quello di Li è solo uno dei tanti esempi che attestano la rapida crescita dell’influenza cinese sulle piattaforme social. Il Dragone è infatti riuscito a costruire un ecosistema virtuale in cui schiere di content creator vengono usati come megafoni per diffondere la voce del Partito attraverso post che diventano magicamente virali, in cui si esaltano virtù e pregi del Paese. Una comunicazione che esclude il confronto tra punti di vista differenti e che adotta strategie mirate a distogliere l’attenzione dalle ripetute violazioni dei diritti umani denunciate dalle ong internazionali. Ma non è tutto. Sono stati diversi, negli ultimi anni, i giornalisti vicini al governo che, per ampliare il proprio bacino di utenza e, automaticamente, far arrivare le proprie posizioni a  un pubblico più vasto si sono finti influencer. Così come altrettanto numerose sono le agenzie contattate per avviare una vera e propria attività di reclutamento tra i blogger (anche occidentali) per trasformarli nella cassa di risonanza di messaggi utili a esaltare  Xi Jinping e rilanciare la grandezza della nazione.

Come il governo cinese sfrutta influencer e social per fare propaganda
TikTok è uno dei canali più utilizzati dalla propaganda (Getty Images)

Tra follower inconsapevoli e obiettivi internazionali 

I destinatari di quest’operazione sono, nella maggior parte dei casi, internauti inconsapevoli che, sparsi per il mondo, abboccano alla propaganda soft della Cina, fatta di fake news e mezze verità. Secondo quanto riportato da AP News, a oggi sono circa 200 le webstar ingaggiate da Pechino che, operando in 38 diverse lingue, travalicano i confini nazionali con storie, post e dirette. «È evidente come stiano cercando di infiltrarsi in più Paesi possibili attraverso questi metodi», ha spiegato Clint Watts, presidente di Miburo, un’agenzia che si occupa di monitorare fake news e disinformazione, «puntano tutto sulla quantità. Se bombardi un pubblico per un certo periodo di tempo con la stessa narrazione, è quasi inevitabile che le persone finiscano per considerarla veritiera».

Come il governo cinese sfrutta influencer e social per fare propaganda
I messaggi diffusi riescono a raggiungere user di qualsiasi età e nazionalità (Getty Images)

Li Jingjing, la reporter influencer che fa disinformazione sulla guerra in Ucraina

Non è sfuggita al radar della propaganda neppure la guerra tra Russia e Ucraina. Mentre i più hanno condannato l’aggressione di Putin, su YouTube Li Jingjing ha lasciato spazio a tutt’altra trama. Si presenta come una viaggiatrice, una storyteller e una giornalista ma i 21 mila iscritti al suo canale YouTube non sanno che è una reporter della CGTN. Nei filmati nei quali si scaglia contro l’Occidente, Li attribuisce la responsabilità dell’invasione russa agli Usa e alla Nato e parla del presunto genocidio dei russofoni in Ucraina, non facendo altro ripetere la lettura data dal governo nazionale.

«Usano tutti gli stessi trucchetti», ha sottolineato Watts, «accalappiano la gente con il profilo dell’influencer alla moda e innamorata dei viaggi. Dietro a quelle foto in cui sorridono o posano accanto a resort di lusso e panorami mozzafiato, in realtà, ci sono media asserviti e reporter schierati, furbi ed estremamente cauti a non fare riferimenti che possano far crollare la loro copertura, eliminando anche qualsiasi dettaglio riferibile alle loro precedenti o attuali esperienze lavorative». Non è raro che nazioni e governi provino a utilizzare i social per ripulire la propria immagine – si ricordi il caso dell’Arabia Saudita – o per magnificare la propria grandeur ma, secondo quanto promesso dalle aziende del tech, pagine del genere dovrebbero essere segnalate con un’etichetta che le identifica come media statali. Cosa che, nel caso di Li Jingjing e Vica Li, si riscontra su Facebook o Instagram ma non su TikTok e YouTube. Una mancanza che trae in inganno i follower ignari di tutto quello che succede dietro le quinte di un profilo che sembra al di sopra di ogni sospetto.

Il ruolo della CGTN nella diffusione della propaganda

Ci sono stati addirittura casi in cui autori e conduttori di video e trasmissioni radiofoniche hanno lavorato su progetti finanziati dal governo cinese senza saperlo. È quello che è accaduto allo speaker John St. Augustine che, invitato a condurre il podcast The Bridge a Pechino dall’amico proprietario di New World Radio, era completamente all’oscuro del fatto che dietro a innocenti chiacchiere sulla vita e sulla musica negli Stati Uniti e in Cina si nascondesse la propaganda. E un lauto finanziamento: 389 mila dollari sborsati dalla CGTN. Che ha iniziato a estendere i suoi tentacoli anche su una nicchia di influencer anglofoni, promettendo loro opportunità di lavoro allettanti in cambio di spazio per format «finalizzati a mostrare alle giovani generazioni attorno al mondo il vero volto della Cina». E tutti, stranamente, in linea con uno storytelling palesemente mediato: «L’antifona è una sola: elogiare il governo cinese, portare in alto il nome della nazione, decantandone pregi e qualità al massimo grado, e deprezzare quanto più possibile l’Occidente, su tutti il grande nemico americano».

Come il governo cinese sfrutta influencer e social per fare propaganda
Un discorso di Xi Jinping sulla tivù di stato (Getty Images)